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WOMEX 26, quando il mondo passa dalla Sicilia

Dal 21 al 25 ottobre Las Palmas de Gran Canaria diventa la capitale internazionale della world music. Tra i protagonisti della nuova edizione anche due italiani che raccontano un Sud tutt’altro che folkloristico: i siciliani Nuhara, con l’elettronica arcaica di “Rama”, e il calabrese Davide Ambrogio, autore di una musica sospesa fra rito, paesaggio ed elettronica

C’è una Sicilia che non ha bisogno di cartoline. Non quella dei fichi d’India, delle serenate al balcone e del folklore da souvenir, ma quella sepolta negli archivi, nei canti di lavoro, nelle voci dei pescatori, nelle miniere di zolfo, nelle processioni, nei mercati. Una Sicilia che, anziché conservare la tradizione sotto una teca, prova a farla esplodere dentro l’elettronica.

È questa una delle storie italiane che arrivano al WOMEX 2026, la grande piattaforma internazionale dedicata alla musica di tradizione, folk, roots e world, in programma dal 21 al 25 ottobre a Las Palmas de Gran Canaria. Il programma ufficiale degli showcase riunisce artisti provenienti da ogni angolo del pianeta, scelti da una giuria internazionale attraverso una call aperta senza limitazioni geografiche o di genere. L’idea è quella di mettere in contatto musicisti e operatori, ma soprattutto di fotografare dove sta andando oggi la musica che nasce dalle identità locali e prova a parlare una lingua globale.

E la fotografia, quest’anno, è particolarmente interessante anche per l’Italia. Perché accanto a nomi provenienti da Cabo Verde, Mali, Brasile, Colombia, Iran, Kenya, Burkina Faso, Taiwan, Vietnam, Sudafrica e moltissimi altri territori, compaiono Davide Ambrogio e Nuhara, due esperienze che hanno in comune una cosa: non trattano la tradizione come un genere musicale, ma come materia prima.

Nuhara, la Sicilia che esce dagli archivi

I NUHARA sono: Michele Piccione, Federico Pipia e Gabriele Bazza

Il caso dei Nuhara è quasi emblematico. Il trio formato da Michele Piccione, Federico Pipia e Gabriele Bazza nasce dall’incontro fra ricerca etnomusicologica, strumenti della tradizione, voce e produzione elettronica. Il loro Rama, pubblicato il 22 maggio 2026 da Trovarobato, è un disco d’esordio costruito attorno ai canti di lavoro siciliani e alle registrazioni raccolte nel corso delle ricerche etnomusicologiche. Ma chiamarlo semplicemente “folk elettronico” sarebbe un modo elegante per non aver capito nulla.

Il materiale di partenza è antico, ma il trattamento è contemporaneo. Il marranzano può diventare una macchina ritmica, la zampogna entra in territori psichedelici, i tamburi dialogano con synth e glitch, le “abbanniate” dei mercati possono finire dentro una sorta di clubbing visionario. In Scuordu il paesaggio claustrofobico delle miniere di zolfo viene attraversato da una pulsazione elettronica; in Ora Cu le percussioni tradizionali incontrano sonorità sintetiche; Ghiuasa, alla fine del percorso, porta le grida dei mercati dentro una dimensione quasi da dancefloor. 

Anche la collaborazione con l’etnomusicologo Sergio Bonanzinga, professore ordinario all’Università di Palermo, è centrale. Dagli archivi sono arrivati documenti sonori e audiovisivi utilizzati per ricostruire il repertorio. E dentro Laramu compare persino una voce familiare: quella di Giuseppe Attinasi, registrato da Alan Lomax a Geraci Siculo nel 1954 e nonno materno di Michele Piccione. Piccione è tornato da lui, ormai centenario, per verificare parole e intenzioni dell’antico canto.

Archeologia sonora proiettata nel futuro: elettronica mediterranea, synth, drum machine, percussioni, marranzani, corde microtonali e una vocalità aspra e ipnotica costruiscono un paesaggio nel quale la Sicilia sembra arrivare da un passato remoto per parlare al presente. Sulla scia di quanto fanno i loro colleghi e conterranei Lero Lero.

«Alla base del progetto c’è una volontà specifica: far emergere un patrimonio musicale per troppo tempo relegato agli archivi etnomusicologici», spiegano i Nuhara che non nascondono fra le influenze quelle di Alfio Antico, dei Warsaw Village Band e dei C.S.I.

Davide Ambrogio, il rito nel buio

Davide Ambrogio

L’altro nome italiano della selezione WOMEX, Davide Ambrogio, arriva dalla Calabria e ha costruito negli ultimi anni una delle ricerche più personali della nuova musica italiana di tradizione. Cresciuto a Cataforio, sull’Aspromonte, etnomusicologo, polistrumentista e ricercatore, Ambrogio lavora sul rapporto fra voce, strumenti rituali, repertori del Sud ed elettronica. Il suo Mater Nullius, pubblicato dalla francese ViaVox, è stato inoltre premiato al Premio Loano 2025 come Miglior Album e con il Premio Giovani.

Il disco è un viaggio molto fisico. Ci sono la voce, il tamburo, le troccole, le catene della Settimana Santa, il dialetto, ma anche campionamenti e tessiture elettroniche. Quattordici stazioni musicali nelle quali il sacro non viene ricostruito come folklore religioso, bensì utilizzato come materiale per interrogare il rapporto fra uomo, natura, tempo e tecnologia. 

Ed è proprio la dimensione fisica del suono a rendere particolare la vicenda di Ambrogio. Mater Nullius nasce anche dal confronto con gli spazi naturali e con il paesaggio siciliano dei Nebrodi, dove l’artista ha lavorato nelle grotte, trasformando la risonanza degli ambienti in una componente della ricerca sonora. La grotta diventa così qualcosa di più di un luogo di registrazione: una cassa armonica naturale, un ventre acustico dentro il quale voce e strumenti possono tornare a una dimensione quasi primordiale.

Mater Nullius sembra voler mescolare e confondere passato e futuro, creando una sorta di cortocircuito: Ambrogio non cerca di stabilire se la tradizione appartenga al passato oppure al futuro. La porta nel presente e la lascia lì, a fare attrito con l’elettronica.

Un atlante senza frontiere

Attorno a questi due nomi italiani, WOMEX 2026 costruisce un atlante musicale decisamente lontano dall’idea di world music come semplice vetrina esotica. Ci sono Carmen Souza, fra Cabo Verde, Portogallo e Regno Unito; Faris Ishaq, palestinese di base nel Regno Unito; la maliana Hawa Kassé Mady Diabaté; la colombiana EnkeléMai Dhai dal Pakistan; la keniana Kasiva MutuaSauljaljui da Taiwan; Saigon Soul Revivaldal Vietnam; Tiganá Santana dal Brasile; Kaito Winse fra Burkina Faso e Belgio; Soumik Datta fra India e Regno Unito. E ancora artisti europei come A PedreiraDaoirí Farrell TrioKadineliaRobinson Khoury e Ivo Dimchev.

È un elenco apparentemente incongruo, ma proprio questa è la sua forza. Il WOMEX non fotografa una scena omogenea: mette in collisione lingue, rituali, strumenti e pratiche musicali differenti, mostrando quanto sia diventato poroso il confine fra tradizione, elettronica, jazz, pop, performance e ricerca.

C’è anche un’ulteriore sezione, l’Atlantic Connections Stage, dedicata a nove artisti delle coste dell’Atlantico, con un’attenzione particolare alle relazioni fra penisola iberica, America Latina e Africa. E poi l’offWOMEX, piattaforma parallela che amplia la possibilità per altri artisti di presentarsi davanti alla platea internazionale di professionisti riunita alle Canarie.

I Nuhara

In questo grande mercato internazionale della musica – perché WOMEX è anche industria, networking, booking, festival, etichette – la presenza di Nuhara e Ambrogio racconta dunque qualcosa che va oltre l’orgoglio regionale. Racconta un Sud che non chiede più alla tradizione di essere salvata. La prende, la smonta, la campiona, la distorce, la rimette in circolo. Nuhara scavano negli archivi siciliani per tirarne fuori una musica che possa vivere nel presente. Ambrogio entra nelle grotte e nei repertori rituali per cercare un suono che non abbia bisogno di scegliere fra arcaico e contemporaneo.

Alla fine, è forse proprio questa la world music del 2026: non musica “dal mondo” destinata a un pubblico occidentale, ma “mondi diversi che si trasformano reciprocamente quando entrano in contatto”. E, per una volta, la Sicilia non è soltanto il luogo da cui partono le storie. È uno dei luoghi da cui può partire il futuro.

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