– Sette anni dopo “Hyperspace”, il cantautore californiano torna alla sua parte più fragile e meno spettacolare con “Ride Lonesome”, la solitudine come antidoto al rumore. «Un’esperienza acustica, crepuscolare, del deserto del Mojave, una trance di suoni ed emozioni. È una sorta di disco sul cuore spezzato»
– Ma è anche una dichiarazione poetica contro l’ossessione contemporanea per l’ottimizzazione, l’intelligenza artificiale e la musica costruita a pezzi. «Preferisco qualcosa di più umano». «Per me essere punk era mescolare senza remore rap, country, noise e poesia simbolista e vedere cosa succedeva»
C’è un Beck che negli anni Novanta sembrava divertirsi soprattutto a mandare in frantumi le regole. Rap, country, noise, funk, hip hop, poesia simbolista: tutto dentro la stessa canzone, spesso con l’aria di chi si fosse imbattuto per caso in uno studio di registrazione. Poi c’è l’altro Beck, quello delle chitarre acustiche, delle ballate sospese, delle notti trascorse a guidare senza una destinazione, dei fantasmi sentimentali che si aggirano tra un accordo e l’altro. È il Beck di Sea Change, di Morning Phase, e adesso di Ride Lonesome, il nuovo album che arriva dopo sette anni di silenzio discografico.
Ma chiamarlo semplicemente un ritorno alle origini sarebbe troppo facile. Perché Beck Hansen, 55 anni, non è più quello che nel 1996 faceva esplodere il concetto stesso di genere musicale con Odelay, né quello che poteva permettersi di trasformare la propria irrequietezza in una specie di spettacolo permanente. Ride Lonesome è un disco sulla perdita, certo, ma anche sul tempo, sulla maturità, sul bisogno di rallentare. E soprattutto sulla necessità di lasciare che una canzone trovi il proprio passo.
Lo stesso Beck lo definisce «un’esperienza acustica, lenta, crepuscolare, del deserto del Mojave, una trance di suoni ed emozioni». Una definizione quasi programmatica. E basta ascoltare i primi secondi per capire che non sta scherzando: chitarra acustica, pedal steel, riverberi, la voce che entra senza protezioni. La title track Ride Lonesome procede come un viaggio notturno, evocando Cry Me a River di Julie London e You Can’t Put Your Arms Around a Memory di Johnny Thunders. Poi arriva Bleed: «Non so dove sto andando / Ma ho la sensazione di essere già stato qui». È una frase che potrebbe essere il manifesto dell’intero album.
La genealogia è evidente e deliberata. Tornano il produttore Nigel Godrich, già dietro Sea Change, e la band che aveva lavorato a quei dischi: Joey Waronker alla batteria, Justin Meldal-Johnsen al basso, Smokey Hormel alla chitarra e Roger Joseph Manning Jr. alle tastiere. David Campbell, padre di Beck e storico arrangiatore di archi, firma ancora una volta le orchestrazioni. È la stessa squadra, ma con qualche decennio in più sulle spalle. «C’è un’alchimia musicale che ci dà molta soddisfazione», racconta a NME. «È un rapporto che dura da decenni e che si approfondisce e si arricchisce di sfumature e colori nel tempo».
Non è dunque un caso che Ride Lonesome sembri dialogare continuamente con Sea Changee Morning Phase. In In the Night riemerge l’ombra di Nick Drake e del suo arrangiatore Robert Kirby; Run Away riprende il motivo del viaggio solitario in automobile già presente in The Golden Age e Unforgiven. Ma qui il viaggio è più inquieto: il cantante spegne i fari mentre attraversa la città, come se anche la prudenza fosse diventata un lusso. La differenza è che adesso Beck non sta semplicemente raccontando la fine di una storia d’amore. Sta raccontando la fine di un’epoca personale.
«È una sorta di disco sul cuore spezzato», ammette. «Molti testi sono molto diretti. Parlano di fare i conti con la perdita, di lasciar andare le cose, di navigare in questi luoghi emotivamente impossibili e di cercare di superare quei momenti». E poi allarga il campo: «C’è la perdita di una persona cara, la perdita di un amico, e semplicemente il passaggio da una fase all’altra della propria vita».
Il dolore, nel suo caso, non è soltanto una materia narrativa. È diventato anche un problema di metodo. Beck sa bene che intorno alla sua carriera esiste una leggenda secondo cui i suoi dischi migliori nascono quando qualcosa nella sua vita va storto. Sea Change era nato dopo la rottura con Leigh Limon; Morning Phase aveva ripreso quella stessa dimensione malinconica; il divorzio da Marissa Ribisi aveva alimentato inevitabilmente le aspettative su Hyperspace. Solo che quest’ultimo, nel 2019, era andato esattamente nella direzione opposta: sintetizzatori, produzione di Pharrell Williams, vaporwave, atmosfere leggere e sognanti. Quasi una smentita. E oggi Beck sembra meno interessato a smentire quella vecchia teoria.
La vera novità è forse la consapevolezza con cui affronta questa materia. Ride Lonesomenon è un disco precipitato fuori dalla sofferenza. È un disco costruito lentamente sulla sofferenza. Le canzoni sono state registrate, accantonate, riprese anni dopo, giudicate e spesso scartate. Beck aveva inizialmente pensato di pubblicare l’album nel 2023, ma alla fine lo ha lasciato riposare per due anni. «Non ero sicuro delle canzoni, non le ritenevo abbastanza forti, e semplicemente non ero dell’umore giusto per quello che l’album avrebbe richiesto per essere vissuto appieno e per dargli vita».
È una frase che dice molto del Beck di oggi. Non più l’artista che deve necessariamente stupire, ma quello che può permettersi di aspettare. Alla domanda se sia diventato severo con se stesso risponde con una parola: «Sono realista!». E spiega che con l’età si diventa più consapevoli di ciò che una canzone è e di ciò che potrebbe diventare.
È anche una forma di riscatto rispetto agli anni Novanta, quando la sincerità era quasi una colpa. Beck racconta di essere cresciuto in una scena in cui suonare una chitarra acustica in modo elegiaco poteva significare essere fischiati, insultati, bersagliati da oggetti. Lui stesso provava a eseguire musica sincera e fingerpicking e poi, per sopravvivere, finiva a urlare sul palco: «MTV mi fa venire voglia di fumare crack». Il pubblico, finalmente rassicurato, alzava i pugni al cielo.
È uno dei paradossi della sua carriera. Il musicista che avrebbe voluto fare certe canzoni intimiste in gioventù dovette prima inventarsi il personaggio dell’irriverente de-costruttore di generi per poter essere ascoltato. «La gente diceva di volere autenticità», ricorda, «ma allo stesso tempo la sincerità sembrava… nauseabonda».

Oggi il clima è cambiato. Il folk e il country sono tornati di moda, la musica da camera può riempire gli stadi, e mescolare generi non scandalizza più nessuno. Ma Beck non sembra particolarmente interessato a rivendicare il proprio ruolo di anticipatore. Anzi, scherza sul fatto che le sue canzoni non siano proprio materiale da karaoke: «È come se non cantaste le mie canzoni al karaoke, i testi sono troppo strani».
Eppure, dice, Odelay e persino Sea Change furono accolti con resistenza. «La gente se ne andava dai miei concerti e ho perso un sacco di pubblico». Oggi, paradossalmente, quei dischi sono probabilmente più popolari tra il pubblico che lo segue dal vivo rispetto ad alcuni album che all’epoca vendettero molto di più.
La sua vecchia idea di mescolare generi resta una delle chiavi per capire Beck. «Per me l’unico modo vero per essere punk era mescolare senza remore rap, country, noise e poesia simbolista e vedere cosa succedeva». Una definizione che spiega meglio di molte etichette la sua traiettoria: non un artista senza identità, ma un artista che ha fatto dell’identità instabile la propria identità.

Ride Lonesome è dunque il contrario di quel metodo. Qui non c’è quasi nulla da decostruire. C’è da ascoltare. Gli archi malinconici di Bleed, il riverbero che avvolge quasi ogni strumento, le armonie vocali di Disappearing Act, il country-rock asciutto di Slow Canyon, una delle canzoni più belle dell’album, e poi Falling Through My Hands, sontuosa e ricca di armonie. Fino a Beyond the Light, cinque minuti e mezzo di lenta combustione e apparente guarigione, dove il disco trova la sua conclusione naturale.
Il rischio, evidente, è quello del rendimento decrescente: quanto può ancora dire un artista tornando per la terza volta sullo stesso paesaggio emotivo? Ma Ride Lonesome evita la trappola perché non cerca di rifare Sea Change. Ne è piuttosto il seguito spirituale di un uomo che nel frattempo è invecchiato. La malinconia non riguarda più soltanto l’amore perduto: riguarda il tempo che passa, le persone che scompaiono, le stagioni della vita che non tornano.
Perfino quando sembra ottimista, Beck lascia filtrare l’ombra. «Giorni senza nome», «il morire della luce»: il disco non concede una vera via d’uscita, ma soltanto la possibilità di continuare a camminare. E qui entra in gioco anche l’idea che Beck ha della musica contemporanea. Ride Lonesome è stato registrato prevalentemente dal vivo, in una stanza, con cinque persone che suonano insieme. Niente frammentazione esasperata, niente correzioni infinite, niente musica costruita come un puzzle digitale. «Non dico che sia meglio che programmare dei beat sul tuo laptop», precisa. «Va bene. Semplicemente, preferisco qualcosa di più umano».
È una frase che potrebbe essere letta come una dichiarazione contro l’intelligenza artificiale, ma Beck è più sottile. Non demonizza la tecnologia: riconosce che porta vantaggi, così come inevitabilmente qualcosa si perde. Il punto, per lui, è l’esperienza fisica e irripetibile di persone che suonano insieme.

Negli ultimi anni si è persino appassionato alle orchestre, arrivando a frequentarle regolarmente. «La bellezza di 80 persone sedute insieme a suonare un brano musicale è qualcosa di profondamente umano». In un mondo in cui un’orchestra può essere simulata da un dispositivo tascabile, dice, quella scelta apparentemente antiquata diventa quasi sovversiva. È lo stesso principio che anima Ride Lonesome: rallentare quando tutto intorno accelera.
Anche il prossimo tour, promette, non sarà un normale concerto rock. «Sarà lento e oscuro, con un’atmosfera di alterità e isolamento». L’obiettivo non è replicare un live tradizionale, ma qualcosa di più vicino al teatro: «una produzione teatrale diretta da Robert Wilson o qualcosa del genere». Il vecchio Beck che negli anni Novanta saltava da un genere all’altro sembra dunque aver trovato una nuova forma di trasgressione: non correre.
Dopo trent’anni passati a dimostrare che una canzone può essere qualsiasi cosa, Beck sembra oggi interessato a dimostrare il contrario: che una canzone può anche essere semplicemente una voce, una chitarra, qualche arco, cinque musicisti in una stanza e il silenzio lasciato tra una nota e l’altra.
Quanto al prossimo disco, non promette tempi rapidi. «Sono sempre impegnato in diversi progetti. Ho dischi che sono in cantiere da molti anni. Sono pronti quando sono pronti». Del resto, ricorda, quando uscì Sea Change tutti si chiedevano da dove fosse saltato fuori. «A quel punto lavoravo a un disco del genere da dodici anni».
Sette anni dopo Hyperspace, dunque, Beck non è tornato indietro. Ha semplicemente smesso di avere fretta. E forse è questa la vera solitudine del titolo: non quella di chi è rimasto solo, ma quella di chi, finalmente, può permettersi di andare per la propria strada senza più dover spiegare dove sta andando.

