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Playlist #176. Libellule della classica e del rock

– I segnali sonori più interessanti della settimana. Sorprendente debutto del duo Dragonfly (nella foto): con leggerezza rimettono in circolo la musica antica con archi e voce. Il progetto Dragonflies vede invece l’unione di due eredità diverse: quella del figlio di George Harrison e quella del produttore che ha contribuito a definire il suono dei Radiohead
I “miracoli” del piano di Ryuichi Sakamoto & Alva Noto e della chitarra acustica di Neil Young.  Rhiannon Giddens e Ed Motta tornano alle origini. Roger Taylor fra Queen e Beatles. L’eleganza sospesa di Agnes Obe che intreccia alla musica letture di Enheduanna, Hannah Arendt ed Emanuele Coccia, ma riesce ad evitare  la trappola dell’album intellettuale
Streaming e algoritmi hanno frammentato il pubblico, rendendo possibile essere una grande star senza essere necessariamente una celebrità universale: da Miley a Beabadoobee.  “Day and night” è il disco più eclettico e sperimentale di Carly Rae Jepsen. Il singolo dei Raised On Candy registrato con il compianto Steve Albini. Malika Ayane senza guizzi

💿  DRAGONFLY –  “Nymph”

Ci sono dischi che la tradizione la trattano come un museo e altri che provano ad aprirne le finestre. Nymph, esordio del duo Dragonfly, appartiene decisamente alla seconda categoria. Danusha Waskiewicz, viola e voce, e Naomi Berrill, violoncello e voce, prendono quattro secoli di musica europea e li fanno passare attraverso una formazione minima, quasi cameristica, dove ogni suono acquista peso.

Dowland, Purcell, Bach, Wolf, Bartók e Britten convivono con melodie popolari irlandesi, ma il programma non ha nulla della consueta operazione filologica. I brani vengono smontati, ricomposti, respirati nuovamente: gli archi pizzicano, percuotono il legno, si inseguono, mentre le due voci ora si fondono ora si separano.

È proprio questa continua metamorfosi a dare senso al titolo, Nymph: una musica mobile, leggera e insieme profondamente radicata nella memoria. Il Dido’s Lament può così incontrare My Lagan Love, Dowland dialogare con la tradizione irlandese, la spiritualità di Bach perdere la distanza sacrale per diventare materia viva.

Il fascino del disco sta soprattutto nell’equilibrio fra rigore e libertà. Non c’è bisogno di aggiungere molto quando bastano due archi e due voci per creare contrasti, risonanze, silenzi. Nymph non aggiorna la tradizione con qualche facile ornamento contemporaneo: la abita dall’interno, cercando ciò che nei secoli continua a parlarci.

«La scelta del nome del duo, Dragonfly, non è casuale», commentano Naomi e Danusha. «Come la libellula, la nostra musica è leggera, sfuggente, mutevole. Le linee vocali e strumentali si posano e si sollevano con grazia, passando dal canto al sussurro, dal pizzicato alla percussione sul legno, in un continuo gioco di equilibri dinamici».

  • Giudizio: 8,5/10. Un lavoro raffinato, mai imbalsamato: la musica antica qui non viene restaurata, viene rimessa in circolo.

💿 DRAGONFLIES – “Dragonflies”

Dhani Harrison e Nigel Godrich hanno unito due eredità apparentemente molto diverse: quella del figlio di George Harrison e quella del produttore che ha contribuito a definire il suono dei Radiohead. Il risultato non è però un esercizio genealogico. Dragonflies è un album atmosferico, obliquo, cinematografico, nel quale le canzoni sembrano spesso galleggiare dentro una produzione più importante della loro stessa struttura. Slower, il brano d’apertura, mette subito in chiaro le coordinate: elettronica, rock psichedelico, chitarre liquide e una malinconia vagamente cosmica. Godrich lavora sui dettagli come se stesse illuminando una fotografia al buio: ogni riverbero, ogni fruscio, ogni spazio sembra avere una funzione. Harrison canta con una voce meno caratterizzata di quella paterna, e forse è un bene: il disco non ha bisogno di evocare continuamente i Beatles. Setting SunStraight LineOphelia e End Of World costruiscono un viaggio sonoro compatto, più vicino alla psichedelia contemporanea che al classic rock.

  • Giudizio: 7,5//10. Un album elegante, ombroso, talvolta sfuggente, che cresce proprio quando smette di cercare il ritornello.

💿 BEABADOOBEE-  “Pylon”

Il mese scorso il Guardian si interrogava sulla fine della monocultura pop: streaming e algoritmi hanno frammentato il pubblico, rendendo possibile essere una grande star senza essere necessariamente una celebrità universale. Beabadoobee, al secolo Beatrice Laus, 26 anni, britannico-filippina, è forse uno degli esempi più interessanti. Per una generazione soprattutto femminile e under 25 è un’icona, tanto da aver generato tutorial per imitarne stile e trucco. «Do alla generazione una nuova infatuazione», canta in Satellite, quasi una dichiarazione di intenti.

Il suo quarto album, Pylon, conferma una formula ormai riconoscibile: l’alt-rock degli anni Novanta — grunge, shoegaze, indie americano, Elliott Smith — attraversato da una naturale intelligenza pop. Una miscela che le ha permesso di portare influenze un tempo underground al centro del mainstream: Death Bed (Coffee for Your Head), con Powfu, ha superato i due miliardi di stream, mentre This Is How Tomorrow Moves, prodotto da Rick Rubin, è arrivato al primo posto nel Regno Unito.

Pylon però guarda meno al pop e molto di più alle chitarre. Distorsioni, fuzz, feedback e riff taglienti convivono con melodie luminose e la voce sempre sospesa, quasi sussurrata, di Laus. L’album vive proprio di questo contrasto: la delicatezza di La title-trackt viene graffiata e increspata da venature rock, Powerline, con Brendan Yates dei Turnstile, è attraversata da schegge di rumore, mentre Write Me a Letter parte nebbiosa e autunnale e finisce in un’esplosione di rabbia.

Anche i testi alternano il disorientamento della vita in tour alle inquietudini della prima età adulta: «Crescere significa solo mandare tutto a rotoli di nuovo», canta in SwitchbladeSun Has Set trasforma invece il rancore verso un’amica-nemica in un feroce sfogo chitarristico. Hayley Williams, Chino Moreno, Matty Healy e gli altri ospiti sono presenze importanti ma mai ingombranti: la protagonista resta sempre Laus. 

  • Giudizio: 7,5/10.  Un disco sicuro di sé, energico e ben calibrato, che dimostra come Beabadoobee abbia trovato un modo tutto suo di essere una grande star in un’epoca in cui non è più necessario che tutti sappiano chi sei.

💿 MILEY – “Bass Persuades”

Miley Cyrus cambia nome, etichetta e prospettiva, ma soprattutto torna a ricordare una cosa semplice: il pop, prima di tutto, dovrebbe far muovere il corpo. Bass Persuades prende la strada della dance, dei sintetizzatori sporchi, delle pulsazioni anni Ottanta e di una produzione costruita più per la pista che per il telefono. Il titolo è già un manifesto: non serve convincere nessuno, ci pensa il basso. 

Dopo l’ambiziosa architettura sonora di Something Beautiful, Miley sceglie una musica apparentemente più diretta, ma tutt’altro che banale. Il suo modo di cantare, spesso parlato e sfrontato, convive con ritornelli pop immediati e bassi che sembrano progettati per restituire alla musica una dimensione fisica. C’è anche una piccola polemica contro la generazione cresciuta con lo smartphone: meno schermo, più pista da ballo. Non è una rivoluzione sonora, ma non sembra nemmeno volerlo essere.

  • Giudizio: 6,5 /10. Miley preferisce costruire un pop adulto, consapevole della propria storia e ancora capace di divertirsi.

💿 CARLY RAE JEPSEN – “Day and Nifgt”

L’ampiezza di Day and Night è un’arma a doppio taglio. Sebbene la produzione sia solitamente stratificata e ricca di dettagli, la maggior parte dei brani non contiene gli agganci taglienti che solitamente rendono il lavoro di Jepsen così memorabile. In loro assenza, entrambi i lati risultano un po’ farraginosi, e sia Day and Night quanto Night perdono slancio nella seconda metà. È credere che la prolifica Jepsen sia in grado di scrivere 24 brani completi per un doppio album vagamente concettuale.

Forse, però, una versione più essenziale di questo disco non permetterebbe le strane digressioni quasi sperimentali che lo popolano. Si insinua qualche battuta di bossa nova discreta in Just a Little Walk on the Moon,  brano conclusivo di Day and Night, e un assolo simile a un sitar verso la fine di Soft. La produzione in stile club nella parte centrale di Night è ammaliante, ed è esaltante quando introduce deliziosi e dissonanti inserti di sintetizzatore in Near or Far e un rapido e frenetico breakdown alla fine di Hold Me to the Light. Dieci anni fa, la principale preoccupazione di Jepsen era quella di riprodurre alla perfezione il synth-pop anni ’80 da una dozzina di angolazioni diverse; Day and Night chiarisce che ora sta puntando a nuove ambizioni, con una tavolozza più ampia e audace. Nonostante questa varietà, i suoi testi si concentrano sui temi centrali di CRJ: desiderio, malinconia amorosa, cotte.

  • Giudizio: 7/10. Nonostante gli alti e bassi dell’album, è commovente che il disco più eclettico e sperimentale di Jepsen arrivi in un momento di trasformazione, tra vita matrimoniale e maternità.

💿 RYUICHI SAKAMOTO & ALVA NOTO – “12 Conversations”

È difficile ascoltare 12 Conversations senza sentire anche ciò che non c’è più. Le dodici conversazioni sonore fra Ryuichi Sakamoto e Alva Noto furono registrate tra novembre e dicembre 2022, durante il periodo creativo che avrebbe portato a12, ultimo album solista di Sakamoto. Non erano nate per diventare un disco autonomo: oggi arrivano dall’archivio come la prosecuzione di un dialogo interrotto soltanto fisicamente. La musica è esattamente ciò che ci si aspetta da due dei più raffinati esploratori dell’elettronica contemporanea: pianoforte, frequenze, silenzi, impulsi, rumori digitali, microscopiche variazioni timbriche. Ma l’interesse non sta soltanto nell’estetica. Queste tracce documentano un metodo: due musicisti che si ascoltano, si rispondono, lasciano spazio all’altro. Conversation 9, articolata in cinque parti, sembra quasi un unico organismo che respira lentamente. Non è un album da consumo rapido e non pretende di esserlo. 

  • Giudizio: 8,5/10. È un documento di intimità creativa, tanto più prezioso perché appartiene agli ultimi mesi della vita artistica di Sakamoto.

💿 AGNES OBEL – “The Meaning of Flowers”

Agnes Obel torna dopo sei anni con un album che sembra nato in una stanza lontana dal resto del mondo. The Meaning of Flowers è musica da ascoltare in penombra: pianoforti, archi, sintetizzatori, voci manipolate, piccoli rumori e una scrittura che preferisce suggerire piuttosto che dichiarare. Ma dietro l’eleganza quasi sospesa del disco c’è un tema molto concreto: la nascita, la maternità, la trasformazione del corpo e dell’identità. Obel intreccia alla musica letture di Enheduanna, Hannah Arendt ed Emanuele Coccia, ma riesce a evitare la trappola dell’album intellettuale che si ascolta più con la testa che con le orecchie.LaymelliGemini e Blood so Red sono costruite come piccoli organismi in trasformazione, mentre Tangerine apre una parentesi strumentale luminosa e quasi giocosa. Il pianoforte resta il suo centro gravitazionale, ma intorno si muove una materia sonora sempre instabile.

  • Giudizio: 7,5/10. È un disco sofisticato ma non freddo, cerebrale ma sorprendentemente sensuale.

💿 NEIL YOUNG & THE CHROME HEARTS – “Second Song”

A ottant’anni Neil Young continua a comportarsi come se avesse ancora tutto il tempo del mondo. Second Song è il secondo album in studio con i Chrome Hearts e il terzo capitolo della collaborazione dopo il live As Time Explodes. Sette brani, poco più di quaranta minuti, un approccio prevalentemente acustico e una scrittura che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Non è un disco che cerca di aggiornare Neil Young: cerca piuttosto di ricordare perché Neil Young sia ancora Neil Young. The Foggy Edge of Time e Day After Day si muovono dentro una dimensione country-folk familiare, mentre la title track, oltre undici minuti, è il cuore dilatato del disco. Interessanti anche i recuperi di materiale molto antico, che vengono reinseriti nel presente senza essere trattati come reperti archeologici. Spooner Oldham aggiunge Hammond, Farfisa, piano e Mellotron, mentre Micah Nelson e la sezione ritmica mantengono il suono elastico.

  • Giudizio: 8,5/10. È il Neil più intimo e meno interessato al gigantismo elettrico.

💿 RHIANNON GIDDENS – “Hope Is the Thing With Feathers”

Rhiannon Giddens torna a casa. Dopo anni di esplorazioni fra folk, blues, musica classica, jazz e collaborazioni internazionali, Hope Is the Thing With Feathers riporta al centro le radici della Carolina del Nord, quelle string band music che avevano segnato gli inizi della sua carriera. Il disco è stato registrato dal vivo, con pochi interventi successivi, e si sente: la musica respira, gli strumenti sembrano suonare nella stessa stanza, le imperfezioni diventano parte della narrazione. Giddens alterna brani originali e tradizionali, da Freight Train a High on a Mountain, senza mai tracciare un confine rigido fra memoria e presente. Il titolo, preso da Emily Dickinson, diventa una specie di dichiarazione d’intenti: la speranza come qualcosa di fragile ma resistente. Carolina Rain porta il disco verso il pop senza snaturarlo; Wish in Vain eWalk with Me ampliano invece il discorso verso migrazioni, comunità e appartenenza.

  • Giudizio: 7/10. Un album profondamente americano.

💿 ROGER TAYLOR – “Violence Insane In A Beautiful World”

Roger Taylor non ha mai avuto bisogno dei Queen per dimostrare di avere una voce. Ma inevitabilmente ogni suo disco solista arriva con l’ombra gigantesca della band. Violence Insane In A Beautiful World prova a conviverci senza combatterla. È un album adulto, diretto, persino politico nel senso più quotidiano del termine: guerre, odio, ambiente, plastica nei mari, un mondo che sembra essersi dimenticato quanto sia prezioso. 

Taylor suona praticamente tutto e produce l’intero lavoro, salvo la cover di Jealous Guy di John Lennon. L’ironia resta una componente fondamentale, come dimostra Don’t Photograph Food, mentre What Really Matters e la title track mettono in rilievo il lato più riflessivo. La presenza del Ndlovu Youth Choir in A Beautiful World e Come On Summer allarga il quadro senza trasformarlo in un esercizio di retorica globale. È il lavoro di un musicista che osserva il presente con una certa incredulità e decide di commentarlo con chitarre, batterie e una buona dose di sarcasmo.

Voto: 7/10. Non è un disco che cerca di reinventare Roger Taylor, e probabilmente è proprio questo il suo pregio.

💿 ORVILLE PECK – “Mule”

La maschera di Orville Peck questa volta serve a raccontare ciò che c’è sotto. Mule è il suo quarto album e il più autobiografico: una sorta di diario musicale di un periodo nel quale amore, dipendenza, crisi personale e ricostruzione si sono sovrapposti fino a diventare impossibili da distinguere. Il titolo suggerisce ostinazione, fatica, peso da trasportare. E il disco procede proprio così, con passo lento ma deciso, dentro country tradizionale, bluegrass e americana. Peck rinuncia in parte al personaggio misterioso e sceglie una scrittura più esplicita, persino vulnerabile. Le collaborazioni con Emmylou Harris, Allison Russell e Noah Cyrus arricchiscono il paesaggio senza trasformarlo in un disco di duetti. La cosa più interessante è però il rapporto fra forma e contenuto: dietro la voce profonda e il teatro western di Peck c’è una storia molto concreta di caduta e risalita. Mule non cerca il dramma a tutti i costi; lo lascia emergere dalle canzoni.

  • Voto: 6,5/10. È country contemporaneo con una vecchia idea del country: raccontare la vita quando non è particolarmente elegante.

💿 MALIKA AYANE – “Cicale”

Con Cicale Malika Ayane sembra essersi trasferita nel posto più pericoloso per un’artista: il limbo della rispettabilità. Un disco che non scandalizza, non irrita, non entusiasma. Semplicemente passa. Musicalmente è un pop levigato fino a perdere quasi ogni asperità: elettronica discreta, arrangiamenti eleganti, atmosfere sospese, qualche ammiccamento alla sofisticazione. Tutto molto professionale, naturalmente. E terribilmente prevedibile.

Il problema non è che le canzoni siano brutte: è che sembrano già ascoltate prima ancora di essere finite. Mancano il guizzo, l’idea melodica capace di aprire una crepa, una soluzione che costringa a tornare indietro con l’ascolto. Ancora più fragile è la scrittura. I testi inseguono l’allusione, la frase poetica, l’immagine sfuggente, ma spesso finiscono per confondere la profondità con l’indeterminatezza. Sentimenti nebulosi, metafore vaporose, parole che vorrebbero suggerire molto e finiscono per dire pochissimo. E così anche una voce come quella di Ayane, che avrebbe bisogno di canzoni capaci di sostenerne eleganza e personalità, si ritrova a galleggiare sopra materiali troppo esili.

  • Voto: 5/10. Le cicale cantano per tutta l’estate; questo disco, invece, rischia di non lasciare neppure il frinito.Irrivelante.

💿 ED MOTTA – “Toc-Toc”

A volte tornare alle origini non significa guardarsi indietro, ma ritrovare il punto esatto da cui ripartire. Con Toc-Toc, il suo sedicesimo album, Ed Motta torna a cantare in portoghese dopo una lunga parentesi internazionale e ritrova così anche una parte essenziale della propria identità musicale. Il risultato è un disco elegantissimo e tutt’altro che nostalgico, nel quale il Brasile degli anni Sessanta incontra quello elettronico e scintillante degli Ottanta. Soul, funk, jazz, MPB e sofisticato electro-funk si incastrano con naturalezza dentro arrangiamenti asciutti, pieni di dettagli ma mai sovraccarichi. I sintetizzatori disegnano superfici luminose, basso e batteria tengono in piedi groove elastici, mentre armonie raffinate e ritmi brasiliani impediscono alla musica di diventare semplice revival. Motta, del resto, conosce troppo bene la storia della musica nera americana e brasiliana per limitarsi a copiarla: la sua è una forma di archeologia pop, dove ogni citazione viene metabolizzata e restituita con un’eleganza contemporanea. 

Al centro rimane la voce, calda, profonda, immediatamente riconoscibile, capace di dare unità anche ai passaggi più eccentrici. Le melodie sono spesso accattivanti senza diventare facili, e dietro l’apparente leggerezza si nasconde una scrittura armonica tutt’altro che elementare. Toc-Toc è, insomma, un disco di groove, ma soprattutto di canzoni: il passato non viene imbalsamato, viene fatto ballare. E quando il funk brasiliano incontra il jazz e l’electro-pop senza perdere sensualità, 

  • Giudizio: 8/10. Ed Motta dimostra ancora una volta di sapere trasformare la memoria in stile personale.

💿  RAISED ON CANDY – “Pickle Eyes”

Il gruppo alt-rock americano Raised On Candy presenta il nuovo singolo Pickle Eyes, un’esplosione di tensione melodica e di chitarre esplosive. Questo è il primo assaggio dell’album Play Marbles on the Turnpike, successivo al loro debutto omonimo, registrato con Steve Albini (uno dei suoi ultimi progetti prima della sua scomparsa). Un mix di melodia accattivante e divertimento sfrenato, il brano parte a razzo con chitarre taglienti, ritmi esplosivi e un fascino inconfondibilmente fuori dagli schemi. I Raised On Candy sono Joe Penna (voce, chitarre) e Scotty Imp (batteria, piatti). Nati dalle ceneri della band Buteo, i Raised On Candy rappresentano il passo successivo nell’evoluzione della loro musica, intrecciando gemme di indie-rock old school e post-punk in deliziose prelibatezze sonore. 

«Questa canzone parla dell’arricchimento personale che deriva dall’avere il coraggio di accogliere le persone e le cose che sembrano diverse da noi. Senza curiosità, scegliamo una vita non vissuta, optando invece per l’intolleranza e l’ignoranza. Compra il biglietto, sali a bordo», afferma Joe Penna. «Abbiamo concepito questo brano come una sorta di montagne russe in miniatura sul lungomare: prepariamo il terreno con un po’ di suspense, poi ci lasciamo andare con un paio di belle scariche. Dopodiché, vi diamo un po’ di tempo per riprendere fiato e poi vi riportiamo indietro per un ultimo giro per il gran finale. Una volta che si ferma, alzate il bar e andate a mangiare delle zeppole».

  • Giudizio: 8/10. Se il mattino si vede dal buongiorno…

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