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Le Orchestras di Bill Frisell

– Il celebre chitarrista pubblica un doppio album, documento di due concerti, uno dei quali italiano, in cui il suo trio era accompagnato da un ensemble
– «L’idea è essere sempre al limite dei territori noti. O, meglio ancora, al di fuori di ciò che conosciamo, in una sorta di territorio inesplorato»
 – Domenica 19 maggio chiuderà Vicenza Jazz 2024, la rassegna con oltre 100 concerti in 7 giorni. Protagonista di molti appuntamenti sarà il pianoforte

Perfetto simbolo di eclettismo stilistico e attenzione per i generi musicali più diversi, il chitarrista Bill Frisell chiuderà domenica 19 maggio Vicenza jazz 2024, che sarà occasione per ascoltare “live” i brani del doppio album Orchestras in uscita venerdì 19 aprile su Blue Note Records.

Frisell è un maestro della sua arte e un musicista che non ha mai smesso di ascoltare e assorbire nuove strade espressive. Il suo catalogo musicale è vasto e vario, ha suonato con quasi tutti: Pat Metheny, John Zorn, Joe Lovano, Paul Motian, Jan Garbarek a Ginger Baker, Marianne Faithfull, Bonnie Raitt, Sting, Elvis Costello, tra gli altri. Ha pubblicato circa novanta album come leader o co-leader ed è apparso come sideman in innumerevoli altre registrazioni. Ha vinto due premi Grammy, cinque premi “Guitarist of the Year” della Jazz Journalists Association ed è regolarmente votato miglior chitarrista da Downbeat Magazine (15 volte all’ultimo conteggio). Non è definito da un solo genere, ma abbraccia jazz, country, blues, folk, musica da film, avanguardia, qualunque cosa appelli alla sua sensibilità musicale. 

Era quasi ovvio che tutte queste esperienze confluissero in una dimensione orchestrale grazie al suo straordinario senso per l’armonia, a un dono unico per le melodie (in grado di persistere a lungo nella memoria di quanti hanno avuto la ventura di assistere ad una delle sue performance) e una comunicativa rara, che fa leva su di un sapiente uso delle dinamiche. E tutto ciò nella sua formazione preferita, ovvero il trio. 

Orchestras documenta due straordinarie performance – con arrangiamenti siglati da Michael Gibbs – del trio stabile di Frisell con il bassista Thomas Morgan e il batterista Rudy Royston (lo stesso che avrà al fianco a Vicenza): la prima con la Brussels Philharmonic (quasi sessanta elementi, diretta da Alexander Hanson) e la seconda con la Umbria Jazz Orchestra (undici elementi, sotto la direzione musicale di Manuele Morbidini).

Come spesso ha fatto negli ultimi quarant’anni, Frisell usa un approccio semplice e un repertorio familiare per giungere a risultati di grande impatto emotivo. E queste sedici tracce non fanno eccezione, mostrando Frisell a proprio agio e in grado di interagire con gli ensemble un livello ad un livello tale da trascendere di gran lunga la stragrande maggioranza dei progetti “con archi” sugli scaffali degli appassionati di jazz. L’orchestrazione coinvolgente ed originalissima di Gibbs, che a tratti evoca tanto Gil Evans che certe colonne sonore da film, si muove agilmente sia all’interno che intorno al rapporto telepatico su cui si basa il trio, e quel sound che potremmo definire il “marchio di fabbrica di Frisell” si fonde alla perfezione con archi e ottoni.

Il risultato è una registrazione rara, in cui un ensemble sinfonico tentacolare si muove come per intuizione, indirizzando una delle migliori fra le piccole formazioni della scena jazz attuale di volta in volta verso nuove e spontanee scoperte. «L’idea è essere sempre al limite dei territori noti», dice Frisell. «O, meglio ancora, al di fuori di ciò che conosciamo, in una sorta di territorio inesplorato. Suonando via via tutto ciò che ci viene in mente. Se ripenso a tutta la mia vita, a tutta la musica che ho amato, perché non posso mettere tutto insieme allo stesso tempo?» si chiede Frisell. «Posso suonare una canzone di Bob Dylan e poi una canzone standard o una canzone di Charlie Parker, e possono adattarsi insieme. Perché no? Non c’è motivo per cui non puoi avere Lush Life e la tradizionale We Shall Overcome nello stesso album. Sono entrambe bellissime canzoni».

Le radici di tanta dimestichezza risiedono nel profondo rapporto creatosi in mezzo secolo tra Frisell e Gibbs, uno dei più geniali compositori-arrangiatori della storia del jazz, la cui scrittura visionaria ha aperto nuove strade per il jazz moderno nell’attingere dal rock e dal pop più avventurosi. O, come Frisell descrive la sua stella polare oggi ottantaseienne: «Un eroe… insegnante, mentore, amico, immaginatore, ispiratore, apriporta, edificatore, pensatore positivo, armonizzatore entusiasta».

Il programma attinge dal ricco repertorio di Frisell, con composizioni di suo pugno tanto spesso visitate (Strange MeetingMonica Jane…), fino a condividere lo spazio con standard e brani tradizionali preferiti, tra cui Lush Life di Billy Strayhorn, Beautiful Dreamer di Stephen Foster e l’inno di protesta We Shall Overcome, di cui ha dato una lettura trionfale ed elettrizzante nella seduta italiana. Due diverse interpretazioni di Doomdi Ron Carter – che gli appassionati di jazz riconosceranno come Mood, dall’album E.S.P di Miles Davis – raggiungono livelli degni di Bernard Herrmann come atmosfera a forti tinte noir, al pari dell’ouverture di Gibbs, Nocturne Vulgaire. L’arrangiamento di Gibbs di Sweet Rain, registrato in Belgio, funziona in perfetta sintonia con il suono “di porcellana” tipico di Frisell nel conseguire un effetto da cinema classico, come a dover accompagnare un nuovo film di Hitchcock o di Fritz Lang.  

In tutti i capitoli che compongono Orchestras, il flusso reciproco di influenza e ammirazione tra Frisell e Gibbs è palpabile. Per cominciare, la dedizione e la comprensione di Gibbs per i musicisti per cui sta scrivendo gli dà la possibilità di fare leva sulla loro personalità, sul loro modo di armonizzare, sul loro suono (in una parola: sulla loro estetica) per dare forma ai suoi arrangiamenti. «Quando mi ascolta riesce a percepire gli armonici di ciò che sto suonando, e riesce così ad espandere le mie sonorità», spiega il chitarrista.

Marialy Pacheco (foto Jonas Mueller)

A Bill Frisell con il suo trio toccherà chiudere domenica 19 maggio Vicenza jazz 2024, la rassegna che prende il via il prossimo 13 maggio al Teatro Olimpico con una sorta di olimpiade pianistica, nella quale Dado Moroni (un campione dei piano summit internazionali), Danny Grissett, Margherita Fava e Francesca Tandoi si esibiranno in qualunque possibile combinazione dal solo al magniloquente intreccio di quattro pianisti. E non va tralasciato il set d’apertura della serata con Craig Taborn, uno dei pianisti più visionari dell’attuale corrente jazzistica. 

Il pianoforte sarà al centro di numerosi appuntamenti della rassegna non a casa sottotitolata “Un sogno lungo ottantotto tasti”. Davanti alla tastiera si susseguiranno poi Uri Caine, Omar Sosa, Marialy Pacheco, Antonio Faraò, Simone Graziano, Paolo Birro, Sade Mangiaracina, Giovanni Guidi. Il contesto sonoro timbrica si amplierà con gli altri strumenti canonici della musica afroamericana e anche con sonorità esotiche con Bill Frisell, Paolo Fresu, Paquito D’Rivera, Trilok Gurtu, Chico Freeman, Dhafer Youssef e Eivind Aarset.

Come sempre a Vicenza Jazz, i concerti non si limiteranno ai teatri, diffondendosi in tutta la città, dai locali ai palazzi antichi, le chiese, i musei, i cinema, le librerie, le vie e le piazze del centro storico. Verrà così mantenuta fede alla tradizione degli abituali 100 concerti e più, con una programmazione non stop dal pomeriggio sino a notte fonda (e in un’occasione sino all’alba).

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