Interviste

Interviste storiche/7: Achille Togliani

Dall’archivio personale ripesco alcune chiacchierate avute con protagonisti della storia della musica che non ci sono più. Colloqui non legati ad avvenimenti particolari, ma che sono quasi una sorta di lezione di vita. Questa, realizzata nel febbraio 1989, con Achille Togliani, un pioniere di Sanremo, è adatta alla settimana festivaliera e, soprattutto, ancora di grande attualità

Lunedì 29 gennaio 1951: un’orchestra, tre cantanti e un presentatore – Cinico Angelini, Nilla Pizzi, Achille Togliani, il duo Fasano, Nunzio Filogamo – nasce il festival di Sanremo. Nessuno allora avrebbe potuto immaginare che attorno a quello spettacolo, realizzato in sordina e offerto al distratto pubblico del Casinò, si sarebbe scatenato in seguito un giro d’interessi che oggi frutta milioni e suscita aspre contese. Achille Togliani, indimenticabile sussurratore di motivi d’altri tempi scomparso nel 1995, nonostante non avesse mai vinto un festival («sono arrivato sempre secondo o terzo»), s’inorgogliva ricordando quella prima, leggendaria, edizione in una intervista rilasciatami al telefono nel febbraio del 1989. 

«Era nato tutto per scherzo. Prima si era pensato di organizzare il festival su una nave in crociera, ma per motivi di ricezione radiofonica si preferì optare per il salone del Casinò. In tre ci dividemmo venti canzoni: cantavamo dal vivo mentre la gente cenava».

Erano tempi eroici, pionieristici.

«Siamo stati davvero dei pionieri. Oggi i cantanti hanno una vita più facile. Noi faticavamo. Arrivavamo dal teatro, dall’avanspettacolo o, come il sottoscritto, dal centro sperimentale di cinematografia. Allora c’era la radio, non si poteva tagliare e ricucire: si cantava in diretta, senza basi».

I cantanti di oggi come le sembrano?

«Oggi possono contare sulle basi. Registrano sul nastro, ogni errore può essere corretto. Noi invece registriamo sulla cera: guai a sbagliare! Ora anche una persona stonata potrebbe partecipare: ci sono “levette “ negli studi d’incisione che fanno miracoli. Negli studi non esistono più gli orchestrali, sostituiti da tastiere e computer. Noi abbiamo dovuto rispettare la disciplina radiofonica e l’esecuzione dal vivo con alle spalle l’orchestra. Non voglio dire che oggi non esiste il professionismo, ma è molto più facile il mestiere di cantante».

Perché la canzone italiana dai tempi di Volare non riesce più emergere?

«Quando vado in tournée all’estero, sono in molti ad accusarci di aver disubbidito alle nostre regole musicali. Ci siamo lasciati infatuare dalla musica straniera, importiamo immondizia, noi, che eravamo famosi per la melodia, per la canzone napoletana. Dall’estero, tranne i Beatles e qualche canzone di Sting, importiamo solo musica di cattivo gusto. Oggi si va a “vedere” Michael Jackson, Madonna. La gente prima andava a “sentire” Achille Togliani e Nilla Pizzi».

E ciò è dovuto alla mancanza di autori o ad altri fattori?

«È colpa di chi sceglie i pezzi: è colpa dei discografici. Agli inizi, quando il festival era gestito direttamente dalla Rai, c’era una commissione d’esperti (Angelini, Barzizza, Razzi) che selezionavano le canzoni distribuendole secondo lo stile dei cantanti. E quelle canzoni, Grazie dei fioriPapaveri e papere, il giorno dopo si cantavano per le strade. Oggi, quando termina il festival, quando si ascoltano 40-50 pezzi, quale canzone viene fischiettata».

Lei lo scorso anno ha presieduto la commissione che ha selezionato le canzoni del festival. Quali impressioni ha raccolto. Ci sono state pressioni e da parte di chi?

«Non c’era stata alcuna pressione. Abbiamo lavorato in serenità. Abbiamo ascoltato i 63 pezzi proposti scegliendone 40 senza liti».

Achille Togliani (Pomponesco, 16 gennaio 1924 – Roma, 12 agosto 1995) 

Ma al festival le canzoni erano 26.

«Dopo c’è stata una ulteriore selezione, ma non so quale commissione abbia fatto le scelte».

Quali correttivi proporrebbe per migliorare Sanremo?

«Sanremo non può migliorare finché ci sono di mezzo i discografici».

Perché, secondo lei, i “cantanti veri” o cantautori come Dalla e De Gregori evitano Sanremo?

«Perché è un rischio».

E non era un rischio per cantanti come lei, Villa, Pizzi.

«Noi eravamo in pratica impiegati Rai. Le orchestre Rai portavano i loro cantanti. Io non ho mai cantato con altre orchestre. La Rai organizzava e ci scritturava».

Achille Togliani (a destra) con Alberto Sordi: correvano gli anni Cinquanta

Torniamo alla canzone. È in crisi: le cause sono da ricondurre solo alla incompetenza ed alla discografia?

«Si è rotta quella sintonia che c’era in passato tra il cantante e l’autore. Gli autori scrivevano canzoni sapendo a chi affidarle. Danzi scriveva per Rabagliati. Bixio Cherubini, il paroliere, e Cesare Andrea Bixio, il musicista- tiene a precisare- diedero molti pezzi a Gigli. Kramer scriveva per Natalino Otto ed il quartetto Cetra. E non è un caso che l’ultimo vero fenomeno musicale italiano sia stato Battisti: anche in questo caso c’era un connubio tra cantante e autore, tra Battisti e Mogol».

Ci sono canzoni di oggi che lei avrebbe voluto nel suo repertorio?

«Quelle di Julio Iglesias. Sono le stesse che cantavo io a Sanremo vent’anni fa. ManuelaPensami, sono pezzi alla mia maniera. La gente vuole cose semplici. È per questo che ancora oggi vuole ascoltare Parlami d’amore MariùSignorinellaViolino tziganoAbatjour, canzoni che non cadranno mai nel dimenticatoio».

Un consiglio per quei nuovi cantanti o quegli “emergenti” che sfileranno sulla passerella del teatro Ariston.

«Per prima cosa la scuola, la gavetta. Noi prima di andare a Sanremo abbiamo fatto radio, avanspettacolo. Mangiavamo caffelatte e panino. Facevamo sacrifici. Oggi la televisione permette a tutti di diventare famosi in pochi minuti. Ma molti giovani non sanno che se non si possiede carisma non si esce dal televisore e non si entra nelle case. E se non c’è carisma resti fermo lì, sei bruciato subito. Il teatro, la gavetta, permettono la formazione di una forte personalità. E poi, come secondo consiglio, dimentichiamo quello che viene dall’estero torniamo a scrivere la canzone italiana: noi abbiamo bisogno della melodia».

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