Storia

Il New York Times, Ghali e i migranti

L’autorevole quotidiano americano si chiede: «Può un rapper cambiare la mentalità degli italiani sui migranti?». E racconta la storia dell’autore di “Cara Italia” volontario su un gommone donato a una Ong impegnata nei soccorsi in mare. «Ho perso amici in mare e allora do una nave a chi salva i migranti». La sua battaglia contro la politica del governo Meloni. «Penso alla sensazione che prova un bimbo straniero a scuola oggi…»

L’estate precedente, il rapper Ghali ha donato a Mediterranea Saving Humans, Ong impegnata nei soccorsi dei migranti in mare, un RHIB, un gommone a scafo rigido, il tipo di gommone arancione che può essere rapidamente messo in acqua per raggiungere coloro che sono in pericolo per riportarli alla nave madre. Ghali, nato a Milano da genitori tunisini, ha ripetutamente definito l’acquisto della barca «la cosa più rap che puoi fare». «Ho perso amici in mare e allora do una nave a chi salva i migranti». E aggiunge: «Non è abbastanza». 

Ha chiamato il gommone con il titolo di una canzone del suo album più recente, Bayna, “È chiaro” in arabo. Sebbene Bayna avrebbe dovuto essere utilizzata alla fine di settembre e, per “battezzare” il primo viaggio, Ghali era sceso a Trapani con la speranza che la pubblicità potesse contribuire a galvanizzare l’opinione pubblica e far ripartire le attività delle Ong, messe in pausa dall’insediamento del governo Meloni, quando le traversate sarebbero riprese sul serio. «Lo faccio per dare un aiuto concreto e veloce, soprattutto nei mesi estivi quando riprenderanno i viaggi in mare verso l’Italia».

La nave “Mare Jonio” della Mediterranea Saving Humans e, a destra, il rapper Ghali

Salito a bordo della Mare Jonio, dopo una breve traversata verso le coste tunisine, Ghali si è calato in uno dei due vecchi RHIB arancioni, partecipando attivamente insieme ai volontari a una operazione di salvataggio in mare: «Ho lanciato alcuni giubbotti salvagente ai migranti».

Questa storia viene raccontata con dovizia di particolari da Alia Malek sul New York Times. Ghali, un figlio di immigrati, Ghali Amdouni il nome completo, cresciuto nel quartiere Baggio di Milano (e se si digita su Google “Baggio Milano” la prima parola suggerita che appare è “droga”), cerca in questo modo di riallacciare un ponte con la sua patria. «In Tunisia impari in tenera età che non puoi sognare», spiega. «Ti disilludono subito di sognare. Cosa fa una persona, una persona che qui si rassegna a non avere più sogni, che magari smette anche di sognare? Se in Italia si può sognare, allora un giovane tunisino che vuole fare qualcosa nella vita se ne va, almeno per sognare, per avere il diritto di sognare».

La leggenda personale di Ghali passa per la casa dei vicini, dove grazie alla loro connessione internet scopre l’hip hop, continua sui palchi che lo portano ad abbandonare la scuola a 17 anni e approda al doppio disco di platino appeso in bagno. «Sono uscito dalla melma, da una stalla a una stella, figlio di una bidella, con papà in una cella» canta in Ninna nanna. Dalla mamma scappata dalla Tunisia per garantirgli un futuro migliore alle difficoltà dell’infanzia nella periferia milanese, fino a oggi. «Quando ci siamo trasferiti a Baggio nel 2003 non avevamo scelta», scrive in un post su Fb. «In casa c’erano solo i muri, il soffitto e il pavimento, nient’altro. Dormivamo sui tappeti, mamma era appena guarita, cucinava con i fornelli da campeggio e per tenere il latte al fresco lo mettevamo fuori dalla finestra. L’appartamento era molto piccolo ma lei non esitava a ospitare altre persone con il nostro stesso problema. Io ascoltavo sempre le storie dei grandi, anche quando mi dicevano “Ghali vai di là e abbassa quelle antenne”, ma anche se andavo “di là” per ovvi motivi riuscivo a sentire tutto. In quei giorni, in questa casa piccola, da dove vi sto scrivendo ora, piena di vostri regali da non poter più camminare, decisi di fare tesoro di quelle storie e di raccontarle un giorno in qualche modo. Avevo il bisogno di raccontare e trasmettere senza essere avaro delle mie esperienze brutte o belle che fossero. È da questa casa che partì tutto, da questo quartiere che mi ha insegnato che non ci sono persone cattive nel mondo ma solo scelte sbagliate. Promettetevi di farcela, è il primo passo da fare».  

Ghali a bordo della nave di soccorso

Dalle periferie degradate, malfamate, dimenticate, ai grandi templi della musica italiana, il sogno di ogni musicista. «Non voglio elevarmi, ma quando mai è successo che un italiano, figlio di immigrati, con una famiglia che viene da quella che qualcuno chiama feccia, dai quartieri dove c’è stata la scintilla della rivoluzione araba, un ragazzo cresciuto da solo con mamma e un padre che non c’è, riuscisse ad arrivare qui?  Credo sia stata la prima volta nella storia di questo Paese», osserva. «Sì è un sogno che si realizza, la storia di un ragazzo che passa dai palazzi ai palazzetti» sorride. 

Per gli italiani di seconda generazione come lui, la storia del rapper di Baggio è un messaggio di speranza. «Ma voglio che lo sia per tutti», tiene a sottolineare. «La mia è la storia di un ragazzo partito da zero che ha avuto la fortuna di scoprire una passione sui banchi di scuola, grazie agli insegnanti, e di trasformarla in un sogno grazie all’amore». Quello degli amici, delle tante persone che l’hanno accompagnato in questo viaggio, ma soprattutto della mamma, a cui è legatissimo, una presenza costante nelle sue canzoni. 

Ghali Amdouni, noto semplicemente come Ghali, è un rapper italiano, 30 anni

«Ero arrivato al punto di vergognarmi del mio nome». E però, grazie al rap, la questione è cambiata: «Amavo il mondo del rap italiano, ma non mi sono sentito rappresentato, non stavano parlando di me, ma sapevo che in Italia cominciavano a esistere i figli degli immigrati, ma nessuno avrebbe raccontato la loro storia». E così, decise che sarebbe stato lui a farsi portavoce di un’intera galassia di giovani immigrati che non avevano nulla da spartire con i connotati negativi che venivano enfatizzati dai media italiani. Una rappresentazione che generava in lui rabbia, ma nel tempo è diventata una spinta propulsiva: «Ero già penalizzato per essere arabo, dovevo piacere. Non volevo essere accettato solo dai “ragazzi che frequentano la strada”, volevo essere accettato dalle famiglie italiane, volevo essere riconosciuto come artista nazionale». E insieme a lui, da sempre, la mamma, citata anche nel testo di Flashback: «Mio padre non c’è, se n’è andato via, ha pensato a sé, non è colpa mia, mia madre con me nella guerrilla». E pian piano il successo, con fatica e tanta tenacia, è arrivato.

È assurdo pensare che una parte delle tasse che paghiamo come cittadini italiani venga data alle guardie costiere libiche per imprigionare, torturare, schiavizzare e privare di tutti i diritti umani migliaia e migliaia di profughi nei campi di concentramento libici

Ghali

La musica è il rap che lui e Sfera Ebbasta hanno portato in Italia ai vertici delle classifiche di vendita: il primo, dreadlock e orgoglio della seconda generazione, il secondo, ciuffo rosso e orgoglio di periferia milanese, hanno sbriciolato i record dello streaming. Ghali ha saputo condurre questo genere verso territori inesplorati, liberandolo dalle costrizioni “gangsta” e ibridandolo con il pop. Perché lui non ha bisogno di essere cattivo per piacere. Canta in italiano con accento milanese, in francese con accento magrebino e in tunisino con accento italiano. Lo scrittore Roberto Saviano ha detto di lui: «Ghali è uno dei maggiori poeti di lingua italiana, un poeta rap». E se non bastassero i dischi d’oro e di platino e le centinaia di milioni di streaming su YouTube e Spotify, a testimoniare l’ascesa di Ghali è l’entusiasmo con cui viene accolto nei palasport.  Sulla cresta dell’onda proprio quando in Italia cresce un clima di razzismo e paura, e chi soccorre i migranti finisce addirittura sotto accusa.

Ghali, con la sua musica, non solo non è più «lo straniero», ma si è fatto “ponte” tra Tunisia e Italia: «Malgrado tutte le cattive notizie che arrivano, nonostante i pericoli, le persone continuano a voler lasciare la Tunisia e mi chiedono aiuto». Ma c’è un punto su cui Ghali non ci sta, quello di sentire continuamente che i migranti non stanno fuggendo dalla guerra e i nordafricani non hanno alcun motivo legittimo per andarsene dai loro Paesi d’origine. E continua la sua battaglia contro la politica del governo di Giorgia Meloni e Matteo Salvini. «È assurdo pensare che una parte delle tasse che paghiamo come cittadini italiani venga data alle guardie costiere libiche per imprigionare, torturare, schiavizzare e privare di tutti i diritti umani migliaia e migliaia di profughi nei campi di concentramento libici», scrive su Instagram. «[Dicono] che non sanno cosa succede in Libia una volta che mandiamo indietro queste persone. Tutte bugie, hanno sempre saputo tutto e continuano a farlo».

Ghali si sente talmente italiano da cantare: «Ma che politica è questa, che differenza c’è tra sinistra e destra… io mi sento fortunato alla fine del giorno… oeoh, quando mi dicono a casa, oeoh rispondo sono già qua , io tvb cara Italia, sei la mia dolce metà» dice in Cara Italia, hit da 36 milioni di ascolti su Spotify che chiude lo show raccontando di un Paese in cui l’idea dello straniero «alieno senza passaporto e in cerca di dinero» è ferma al medioevo. Una canzone che ha ricevuto plausi da più parti, perché da molti è stata considerata una lettera d’amore per il Paese, quando invece conteneva durissime critiche.

«Quando ero piccolo, in classe i colorati eravamo solo io, un filippino, un sudamericano e un cinese. Non ho subìto, ma vedevo che c’era l’occhio diverso magari della ragazzina che preferiva giocare con gli italiani. Quando vedevo un’ingiustizia nulla mi consolava. Penso alla sensazione che prova un bimbo straniero a scuola oggi… È diversa. Adesso c’è Ghali. E anche se i molti bambini che mi seguono magari certe cose non le colgono spero di avergli messo un seme in testa».

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