– Oggi non sono più New Orleans, New York o Chicago le città che influenzano il corso di questa musica. Sono Londra e Los Angeles i laboratori più imprevedibili della musica contemporanea
– Due modelli diversi di futuro: collettivo, urbano, attraversata dalle sue comunità diasporiche quello che si sviluppa sulle rive del Tamigi; più disperso, obliqua, quello della Città degli Angeli
– Elettronica, post-rock, hip hop, ambient e manipolazione digitale del suono sono i riferimenti nella West Coast; Caraibi, Nigeria, Giamaica, dub, grime, hip hop, soul, afrobeat all’ombra della City
Tra i generi musicali creativi, il jazz è quello che genera periodicamente le proprie tendenze. Dopo tutte le vertiginose evoluzioni che ha subito tra l’inizio del XX secolo e la fine degli anni Sessanta, ogni decennio ha plasmato il proprio suono, attingendo a diversi momenti della sua storia, distorcendo, mescolando e fondendo suoni e idee fino a produrre qualcosa che definisce la sua epoca nella storia del jazz.
Ogni epoca ha il suo canone, plasmato da alcuni dei nomi più importanti del tempo: artisti come i fratelli Marsalis, Michael Brecker, Pat Metheny e John Zorn negli anni Ottanta, o Joshua Redman, Brad Mehldau, Roy Hargrove e Kurt Rosenwinkel negli anni Novanta – per citare solo alcuni esempi famosi – hanno definito il suono di quei decenni nella culla e nelle radici del genere, il Nord America, allo stesso modo in cui alcuni dei musicisti più importanti della scena fanno oggi.
Con l’ingresso del nuovo secolo, sembra che l’America di Charlie Parker e Miles Davis avesse perso capacità creativa e trainante. Londra è diventata il principale laboratorio del nuovo jazz, grazie a figure come Nubya Garcia, Moses Boyd, Ezra Collective e Sons Of Kemet. Ora però il baricentro dell’attenzione si è spostato di nuovo negli Stati Uniti e, in modo forse sorprendente, proprio a Los Angeles, città che nell’immaginario collettivo non possiede la stessa tradizione jazzistica di New York, Chicago o New Orleans.
Ma sarebbe sbagliato immaginare una gara tra le due capitali. Londra e Los Angeles rappresentano piuttosto due modelli diversi di futuro: la prima più collettiva, urbana, attraversata dalle sue comunità diasporiche e da una forte energia sociale; la seconda più dispersa, obliqua, legata alla cultura dello studio e a una generazione di musicisti per i quali improvvisare e produrre un disco sono ormai parte dello stesso gesto creativo. Se Londra ha insegnato al jazz contemporaneo a scendere in pista, Los Angeles gli ha insegnato a smontarsi e rimontarsi.
Londra: il jazz come città

Il suono londinese nasce dalla densità. Dalla prossimità. Dalle comunità che vivono una accanto all’altra e dalle loro memorie musicali: Caraibi, Africa occidentale, Nigeria, Giamaica, dub, reggae, grime, hip hop, soul, afrobeat. Il jazz non arriva dall’alto, dall’accademia, ma sembra crescere dal basso, dalle jam session, dai collettivi, dai club e soprattutto da una rete di formazione e di relazioni costruita nel tempo.
Il risultato si sente. Gli Ezra Collective possono partire da una struttura jazzistica e ritrovarsi nell’afrobeat, nel funk o nell’hip hop senza che il passaggio sembri una contaminazione artificiale. Nubya Garcia porta dentro il proprio sax una geografia sonora che attraversa jazz, dub e tradizioni diasporiche. Shabaka ha spinto la ricerca ancora oltre, fino a trasformare il concerto jazz in un’esperienza quasi rituale e da club, liberandosi progressivamente persino dall’idea che il sassofono dovesse essere il centro della propria identità musicale.
A Londra il jazz contemporaneo possiede ancora qualcosa che si potrebbe chiamare identità collettiva. Puoi riconoscerne la provenienza. Non sempre, naturalmente, ma spesso sì. C’è un rapporto con la città, con le sue tensioni sociali, con la sua storia postcoloniale. Il jazz londinese non ha paura del groove. Anzi, ne ha fatto una delle proprie armi principali. È musica che vuole essere ascoltata, ma anche ballata.
Los Angeles: il jazz come materia sonora

A Los Angeles il panorama è diverso. Qui non c’è una scena che possa essere raccontata con la stessa immediatezza. Non c’è un suono unico. Non c’è nemmeno, forse, una vera capitale geografica della comunità. La città è troppo grande, dispersa, centrifuga per permetterlo. Eppure, proprio questa dispersione sembra essere diventata la sua forza.
Il jazz losangelino si allontana deliberatamente dai canoni classici e si avvicina all’improvvisazione, all’elettronica, al rock indipendente, alla manipolazione del suono e persino alla cultura del beat-making. Per descriverla qualcuno usa la formula “jazz-non-jazz”: più che a Coltrane, Mingus o Monk, questa musica può ricordare i CAN, i Tortoise, il periodo elettrico e cosmico di Herbie Hancock, Oval o J Dilla. La grande presenza spirituale sullo sfondo resta comunque Miles Davis, soprattutto quello che, a partire dalla fine degli anni Sessanta, trasformò il jazz in un territorio aperto a tutto.
Il vero centro gravitazionale della scena è Jeff Parker. Chitarrista dalla biografia già emblematica, Parker arriva a Los Angeles nel 2014 dopo essere stato una figura importante della scena di Chicago. Alle spalle ha esperienze con Tortoise, Isotope 217, Chicago Underground e collaborazioni con musicisti come Makaya McCraven, Matana Roberts, Joshua Redman e Rob Mazurek. La sua importanza non dipende soltanto dal virtuosismo o dalla carriera: Parker rappresenta soprattutto una cerniera tra mondi diversi, tra il jazz, il post-rock, la musica elettronica, l’improvvisazione e una concezione quasi artigianale della produzione discografica.
Da Parker parte una sorta di costellazione di musicisti, molti dei quali si incontrano continuamente in progetti diversi. Ed è forse questa la caratteristica più interessante del “nuovo canone mutante”: non esistono gerarchie rigide, gruppi chiusi o leader assoluti. Gli stessi musicisti cambiano ruolo da un disco all’altro, passano da una band all’altra, suonano dal vivo, improvvisano, registrano, manipolano successivamente il materiale e lo trasformano in qualcosa di nuovo.

Uno dei nomi centrali è Sam Wilkes, bassista e produttore, figura essenziale per comprendere l’estetica di questa nuova Los Angeles. Attorno a lui si muovono altri protagonisti come Josh Johnson, sassofonista e sperimentatore elettronico, e musicisti capaci di lavorare contemporaneamente nel jazz, nella canzone pop, nella musica sperimentale e nella produzione contemporanea.
In questo universo si colloca anche SML, quintetto formato da Anna Butterss, Booker Stardrum, Jeremiah Chiu, Gregory Uhlmann e Josh Johnson. Il gruppo è particolarmente significativo perché il suo stesso metodo di lavoro sintetizza la filosofia della scena: improvvisazioni registrate dal vivo e poi sottoposte a un lavoro di montaggio e manipolazione, con un ruolo fondamentale dell’ingegnere del suono Bryce Gonzalez. Il risultato non è semplicemente una documentazione di una jam session, ma una musica in cui esecuzione e studio diventano due momenti dello stesso processo creativo.
Nella scena angelina, l’improvvisazione non deve necessariamente rimanere pura o intatta. Può essere tagliata, rimontata, stratificata, modificata, trattata quasi come un campione hip hop o come materiale elettronico. Il jazz diventa quindi una materia prima, non un monumento da preservare. Questa idea porta direttamente a uno dei temi più affascinanti del pezzo: la continuità tra improvvisazione e cultura del sampling. La nuova scena di Los Angeles assorbe naturalmente l’eredità del jazz elettrico, del funk, del dub, dell’hip hop e dell’elettronica.
Due modi per salvare il jazz

Londra racconta chi siamo. Los Angeles domanda che cosa possiamo diventare. La scena britannica ha una dimensione identitaria molto forte. Il suo jazz parla di diaspora, appartenenza, cultura Black British, disuguaglianze, migrazioni, educazione musicale e vita urbana. Non è un caso che molti dei suoi protagonisti siano cresciuti all’interno delle stesse reti e continuino a richiamare pubblicamente l’importanza delle istituzioni e delle comunità che li hanno formati.
Los Angeles, invece, sembra più sfuggente. È una comunità senza manifesto. Un arcipelago. Jeff Parker può essere il centro di gravità, ma attorno a lui non si è costruita una scuola nel senso tradizionale. Piuttosto una maniera di lavorare: ascoltare, improvvisare, collaborare, registrare, ricominciare. E soprattutto non preoccuparsi troppo di stabilire se il risultato sia ancora jazz.
È significativo che uno dei tratti più evidenti della scena sia proprio la continua cross-pollination, l’impollinazione incrociata fra progetti e generazioni. Gli stessi musicisti possono comparire in un trio minimale, in una band sperimentale, nel disco di un cantautore o in un progetto elettronico. La scena che ruota attorno a Parker è stata descritta proprio come una rete nella quale la collaborazione permanente conta più dell’appartenenza a un singolo gruppo.
Forse, alla fine, Londra e Los Angeles stanno rispondendo alla stessa domanda. Come si salva una musica dalla propria storia? Perché il problema del jazz è sempre stato anche questo: avere un passato troppo grande. Armstrong, Ellington, Parker, Davis, Coltrane, Mingus. Una successione di giganti che rischia di trasformarsi in un museo.
Londra ha trovato una risposta: portare il jazz fuori dal museo e dentro la città. Farci entrare il grime, il dub, l’afrobeat, il carnevale caraibico, il rap. Farlo tornare una musica generazionale, una musica da condividere.

Los Angeles ha scelto una strada diversa: togliere al jazz persino l’obbligo di riconoscersi allo specchio. Se una musica nasce da un’improvvisazione jazz ma poi viene montata come un disco elettronico, che cos’è? Se una band suona krautrock con strumenti jazz? Se il groove viene trattato come un loop e il loop come un tema? La risposta di Los Angeles sembra essere: non importa. Ed è forse questa la cosa più jazzistica di tutte.
Per anni abbiamo parlato del jazz come di una storia americana con alcune grandi deviazioni europee. Oggi sarebbe più corretto parlare di una rete globale, nella quale Londra e Los Angeles occupano due posizioni decisive. Londra è il luogo in cui il jazz ha riconquistato visibilità, pubblico e centralità culturale. Los Angeles è quello in cui sta mettendo in discussione la propria forma. Una produce inni collettivi e groove capaci di riempire grandi spazi; l’altra costruisce piccoli terremoti sonori, spesso nati in club e studi di registrazione, destinati poi a diffondersi attraverso collaborazioni imprevedibili.
Da una parte Ezra Collective e una musica che può far saltare un teatro in piedi. Dall’altra Jeff Parker e SML, dove una frase di chitarra, un sax e un sintetizzatore possono entrare in una spirale ipnotica e uscirne trasformati. Non è una sfida tra due città. È, semmai, un dialogo attraverso l’Atlantico.
Londra dimostra che il jazz può ancora appartenere a una generazione. Los Angeles dimostra che può ancora cambiare pelle. E forse il nuovo jazz vive esattamente in questo spazio: abbastanza vicino alla tradizione da conoscerne la lingua, abbastanza lontano da non sentirsi obbligato a parlarla sempre nello stesso modo.
