Storia

Hollywood Vampires: ci nutriamo del sangue del rock’n’roll

– Ma Alice Cooper, Joe Perry, Johnny Depp e Tommy Henriksen invece di succhiarlo, lo trasformano in decibel. Una band nata al Rainbow di Los Angeles fra lunghe notti e bevute: «Volevamo rendere omaggio ai nostri amici alcolisti morti»
– Tra memoria, eccessi, chitarre e una certa ironia sulla fama, sono tornati “one the road” e l’1 settembre saranno a Segrate (Milano) e il giorno dopo al Castello di Este (Padova). Alice Cooper: «Non dirò mai alla mia band di abbassare il volume»

Hollywood Vampires sono nati quasi per una scommessa. Cresciuti attorno a un tavolo di vecchi amici e trasformatisi con il tempo in una sorta di museo itinerante del rock’n’roll, soltanto molto più rumoroso e decisamente più divertente. Alice Cooper, Joe Perry, Johnny Depp e Tommy Henriksen sono tornati nel 2026 sulle scene europee dopo quasi tre anni di assenza. La nuova tournée è partita il 12 agosto dalla O2 Arena di Londra e martedì 1 settembre farà scalo a Segrate (Milano), Parco della Musica, e il giorno successivo al Castello Carrarese di Este (Padova), in entrambe le date, i concerti saranno aperti dalle Bambole di Pezza. Sul palco una formazione che continua a mettere insieme tre mondi apparentemente lontanissimi: lo shock rock di Cooper, il blues-rock degli Aerosmith e la carriera cinematografica di Depp. 

La notte in cui nacquero i vampiri 

Ma la vera storia degli Hollywood Vampires comincia molto prima.  Prima ancora che esistesse una band, esisteva un rifugio. Los Angeles, primi anni Settanta. La Sunset Strip è ancora uno dei luoghi dove il rock sembra vivere senza soluzione di continuità. Di giorno si registrano dischi, si fanno interviste, si provano concerti. Di notte, finalmente, le rockstar possono smettere di essere rockstar. E c’è un posto dove finiscono quasi tutti: il Rainbow Bar & Grill.

È lì che, una sera dopo l’altra, Alice Cooper comincia a ritrovarsi con una compagnia decisamente poco raccomandabile: Harry Nilsson, Micky Dolenz dei Monkees, Bernie Taupin, Keith Moon. E quando John Lennon è a Los Angeles, prima o poi arriva anche lui. Ringo Starr passa, così come altri protagonisti di quella irripetibile stagione. Il Rainbow diventa una calamita.

Il Rainbow Bar & Grill

Non è una band. Non è un’associazione. Non è nemmeno, propriamente, un club. È una compagnia di sopravvissuti alla notte. «Ogni sera andavamo al Rainbow e c’eravamo io, Micky Dolenz, Bernie Taupin, Keith Moon e Harry Nilsson», ricorda Cooper. «Se John Lennon era in città, stava sempre con Harry, quindi veniva anche lui». Il problema è che quelle notti non finivano mai. «Non vedevamo mai la luce del giorno», continua Cooper. «E tutto quello che facevamo era bere».

A un certo punto, il personale del Rainbow decide che quella banda di celebrità è diventata un problema. Troppo rumorosa, troppo riconoscibile, troppo assidua. Ma anche troppo importante per essere semplicemente mandata via. Così qualcuno ha un’idea: portiamoli al piano di sopra.

Nel piccolo loft del locale, una stanza appartata che può contenere appena una dozzina di persone, nasce quello che diventerà il loro covo. Il “lair”, la tana. Lontano dal pubblico, dai curiosi e dai fotografi. Ed è proprio lì che arriva il nome. «La cameriera a un certo punto ci disse: “Tutto quello che faccio è vedervi di notte e tutto quello che fate è bere” », ricorda Cooper. «Il soprannome viene quasi da sé: Hollywood Vampires».

Vampiri perché non si fanno vedere di giorno. Vampiri perché sembrano appartenere a una dimensione parallela, quella delle notti interminabili. E perché, con un gioco di parole che Cooper avrebbe raccontato molti anni dopo, invece di bere il sangue dalla vena, loro bevevano «il sangue della vite». Sul muro del loft compare persino una targa: “Lair of the Hollywood Vampires”. A quel punto il gioco è diventato una leggenda.

L’unica regola: arrivare ultimi

Il club ha una regola non scritta, perfettamente coerente con i suoi membri: per entrare bisogna dimostrare di saper resistere. «Era una specie di gara all’ultimo uomo in piedi», la ricorda Cooper. Non servono tessere, non servono curriculum. Sei una rockstar? Non importa. Sei famoso? Ancora meno. Devi semplicemente riuscire a stare al tavolo con gli altri.

Ed è qui che la storia diventa surreale. Keith Moon, naturalmente, è Keith Moon. Il batterista degli Who sembra essere stato concepito apposta per quel gruppo. Cooper racconta ancora divertito le sue apparizioni al Rainbow: una sera vestito da regina d’Inghilterra, un’altra da Hitler, un’altra ancora da cameriera francese. «Tu lo guardavi e pensavi: “Wow, questa è la sua vita di tutti i giorni”», racconta Cooper. 

Moon non era semplicemente quello che beveva di più. Era quello che riusciva a trasformare qualsiasi serata in un evento. «Era il più figo e il più divertente di tutti», lo ricorda Cooper. «Ma se veniva a casa tua per una settimana, dopo avevi bisogno di una vacanza».

Harry Nilsson e John Lennon, invece, hanno un’altra specialità: discutere. «Se John diceva bianco, Harry diceva nero. Se John diceva Repubblicano, Harry diceva Democratico», prosegue Cooper. «Io ero quello in mezzo, cercavo di fare da arbitro». E forse è proprio questo il dettaglio più cinematografico della storia: John Lennon e Harry Nilsson che litigano di politica davanti a Alice Cooper mentre Keith Moon, probabilmente vestito da qualcosa di improbabile, cerca di trasformare il tavolo in un palcoscenico.

C’è però una cosa che Cooper ricorda con particolare affetto. Quelli erano musicisti che vivevano dentro la musica. Album, tournée, studi di registrazione, classifiche, concerti. Per questo, quando finalmente arrivava una notte libera, non volevano parlare di musica. «Eravamo sempre nel mondo della musica. Quando avevi una sera libera, l’ultima cosa che volevi era parlare di musica», spiega. «Parlavamo di automobili e di altre persone». 

È questa la vera origine degli Hollywood Vampires. Non una band, ma un’amicizia nata dalla necessità di dimenticare per qualche ora di essere famosi. Il paradosso è che molti di quegli uomini erano destinati a diventare ancora più famosi. Alcuni sarebbero morti giovani. Altri avrebbero combattuto contro le dipendenze. Alcuni sarebbero riusciti a uscirne. Alice Cooper sarebbe stato uno di questi. E decenni dopo, guardando indietro a quella compagnia di fantasmi, avrebbe capito che il nome poteva diventare qualcosa di diverso. Non più un club per bere fino all’alba. Una band per ricordare chi non era arrivato all’alba.

Dal loft del Rainbow allo studio di Johnny Depp

Johnny Depp

La seconda nascita degli Hollywood Vampires arriva quasi per caso, nel 2012, quando Alice Cooper incontra Johnny Depp sul set di Dark Shadows. Depp non è soltanto l’attore che tutti conoscono: è un chitarrista da sempre, e con Cooper comincia a suonare. 

Poi entra in scena Joe Perry. Il chitarrista degli Aerosmith si trova a Los Angeles e soggiorna nella proprietà di Depp mentre sta lavorando alla sua autobiografia. A pochi metri c’è lo studio. Depp e Cooper stanno suonando. Perry sente la musica. Bussa alla porta. «Johnny mi disse: “Ehi, vuoi unirti?”», racconta Perry. «Ero tentato. Era una figata» 

Cooper, vedendo Perry entrare nella stanza con la chitarra, ha un’illuminazione. «Joe è arrivato e ha iniziato a suonare, e io ho pensato: “Ecco la band, proprio qui”». È una scena che sembra scritta da uno sceneggiatore hollywoodiano, ma è esattamente il contrario: Hollywood, questa volta, non sta inventando una storia. Sta semplicemente mettendo in ordine una storia che il rock aveva già scritto quarant’anni prima. Due chitarre. Tre uomini. Una vecchia leggenda. E un gruppo di fantasmi da riportare sul palco.

Cooper aveva un’idea precisa: non fare un altro album di cover qualsiasi. Voleva dedicare quelle canzoni agli amici perduti. «Non ho mai fatto un album di cover», spiegò. «Mi piacerebbe farne uno in onore di tutti i nostri amici alcolisti morti, i ragazzi con cui passavamo le serate a bere e che adesso non ci sono più». Così il vecchio nome torna a vivere. Hollywood Vampires. Questa volta, però, i vampiri non hanno più bisogno di nascondersi al Rainbow. Sono pronti a salire sul palco.

«La migliore garage band sconosciuta del mondo»

La definizione più bella è proprio quella di Joe Perry: gli Hollywood Vampires sarebbero «la migliore garage band sconosciuta del mondo». È un paradosso perfetto. Perché di sconosciuto, in quella formazione, non c’è praticamente nessuno. Alice Cooper è una delle icone assolute del rock teatrale; Perry è uno dei chitarristi fondamentali della storia degli Aerosmith; Depp è una delle più riconoscibili star di Hollywood; Henriksen è un musicista e produttore che da anni lavora al fianco di Cooper.

Eppure, l’atteggiamento resta quello di una band nata in garage: si suona, si improvvisa, ci si segue. Tommy Henriksen lo ha spiegato bene parlando dei concerti: «Anche se abbiamo una scaletta, quando suoniamo Joe parte e noi lo seguiamo». Una frase che racconta più di molte dichiarazioni ufficiali il funzionamento interno del gruppo. Gli Hollywood Vampires possono avere una produzione da grande arena, ma conservano una componente imprevedibile, quasi artigianale.

La memoria come carburante

Il repertorio è il cuore del progetto. The Doors, The Who, David Bowie, Jimi Hendrix, Led Zeppelin, AC/DC, Velvet Underground e naturalmente Alice Cooper e Aerosmith entrano in uno spettacolo che non vuole essere una semplice successione di “greatest hits”.

Il concerto londinese del 12 agosto ha confermato la formula: 23 brani, fra classici della storia del rock e pezzi del repertorio dei componenti. E sul palco è comparso anche un ospite che sembrava uscito direttamente dalla leggenda: Ronnie Wood, chitarrista dei Rolling Stones, chiamato da Cooper «the most deadly British vampire». Wood ha suonato con la band The Train Kept A-Rollin’ e Brown Sugar, riportando sul palco una canzone che gli stessi Rolling Stones hanno da tempo escluso dalle loro scalette per le controverse implicazioni del testo. 

È il genere di situazione che sembra essere stata inventata apposta per gli Hollywood Vampires: un pezzo di storia che incontra un altro pezzo di storia, senza troppi intermediari.

Nessuna guerra fra ego

Il rischio, con una formazione simile, sarebbe enorme. Quattro personalità fortissime, quattro carriere, quattro ego. E invece Cooper sostiene che proprio questo sia uno degli aspetti più sorprendenti della band. «Non c’è mai stata una sola discussione. Nessuno si è mai scontrato su nulla».

Sembra quasi incredibile, soprattutto pensando alla quantità di rockstar riunite nella stessa stanza. Ma forse il motivo è semplice: gli Hollywood Vampires non sono nati per stabilire chi sia il più bravo. Sono nati per divertirsi. «Quando avevi una notte libera, l’ultima cosa che volevi era parlare di musica», raccontava Cooper a proposito del vecchio club del Rainbow. «Parlavi di automobili e di altre persone». La musica, insomma, arrivava quasi naturalmente.

Il paradosso più interessante è che una band nata per commemorare i morti abbia finito per diventare un gruppo sorprendentemente vitale. Cooper, Perry e Depp non cercano di fingere di essere ancora nel 1972. Non possono e non vogliono farlo. Il rock dei Vampires è piuttosto un dialogo fra epoche: il passato come repertorio, il presente come energia.

Depp lo aveva sintetizzato parlando del secondo album: «Penso che questa volta abbiamo davvero trovato il nostro sound».  E Alice Cooper, d’altra parte, non sembra avere nessuna intenzione di trasformare il rock in un esercizio museale. In una dichiarazione che potrebbe essere presa come manifesto dei Vampires ha detto: «Non supererò mai il rock’n’roll» e, soprattutto, «non dirò mai alla mia band di abbassare il volume». 

È esattamente ciò che rappresentano gli Hollywood Vampires nel 2026. Non quattro uomini che cercano disperatamente di tornare giovani. Piuttosto quattro musicisti che hanno capito che il rock funziona anche come memoria: una canzone può essere un monumento, una chitarra può diventare una seduta spiritica, un vecchio riff può riportare per qualche minuto sul palco chi non c’è più.

E allora il nome torna ad avere un senso. I vampiri sono creature che vivono di notte, si nutrono del sangue degli altri e non sembrano intenzionate a morire. Gli Hollywood Vampires fanno qualcosa di molto simile: si nutrono del sangue del rock’n’roll. Solo che, invece di succhiarlo, lo trasformano in decibel.

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