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E ora Barbie lascia il passo a Oppenheimer

Negli Stati Uniti i due film si sono contesi le sale, in Italia invece il kolossal di Christopher Nolan esce il 23 agosto. Una pellicola sul padre della bomba atomica, basato sulla forza delle parole, dei primi piani, della musica e di effetti speciali: «Dare l’impressione del 3D, ma senza occhiali». «Il film migliore e più importante di questo secolo», l’ha definito senza timore di esagerare Paul Schrader

«Lo abbiamo fatto». È l’ultima battuta del dialogo tra Robert Oppenheimer e Albert Einstein, che chiude il nuovo film di Christopher Nolan, in uscita mercoledì 23 agosto in Italia.Oppenheimer dura quasi tre ore, tutte parlate, serratamente, con i sottotitoli indispensabili dato che si parla di argomenti delicati e difficili, nel fascino della complessità. Eppure si resta inchiodati alla poltrona fino al termine, soggiogati dal rapporto tra poteri, armamenti, morte, spionaggio, coscienze. Dal film si entra ed esce con termini e concetti per molti astrusi, isotopi e plutonio, fissione nucleare e fisica quantistica, radioattività e kilotoni, bomba a idrogeno e ordigni a implosione, mentre lavagne piene di dati e formule sono la tappezzeria naturale del tutto. Incrociamo Enrico Fermi e scienziati dell’epoca, infiltrati comunisti o supposti tali, la tragedia di Hiroshima e Nagasaki…

Oppenheimer ha il volto ossuto e lo sguardo febbricitante di Cillian Murphy, le musiche sempre udibili, per una tessitura intensissima, sono del compositore svedese Ludwig Goransson. Lavoro poco estivo, ha molto da insegnare e comunicare, ora che di guerra ne abbiamo ancora: “Oppie” quasi di famiglia, in un film che sta apparentemente agli opposti di Barbie. Ma la firma è di due autori, con ambizioni tanto diverse quanto alte. Non a caso il cinema va su grande schermo (questo con 30 metri di base): perfetto, perché contiene moltitudini.

«Il film migliore e più importante di questo secolo», l’ha definito senza timore di esagerare Paul Schrader – sceneggiatore (Taxi driver, Toro scatenato), regista (American Gigolò), ma anche critico cinematografico. Oppenheimer è  approdato il 21 luglio nelle sale degli Stati Uniti, anticipato da recensioni entusiastiche e da un marketing furbo e imponente. Trovare un posto nelle sale che proiettavano l’ultima – titanica – fatica di Christopher Nolan è stata un’impresa altrettanto immane. 

Già le note tecniche sono tutto un primato. Oppenheimer è girato in pellicola IMAX 65 mm e sviluppato a 70 mm; ogni copia pesa 300 chili ed è lunga 18 chilometri, il che, per esempio, ha obbligato il mitico Chinese Theatre sull’Hollywood Boulevard a costruire una cabina di proiezione tutta nuova per l’occasione. Appena le luci si spengono e si accende il proiettore, il presentimento di trovarsi davanti a un’esperienza memorabile diventa certezza. 

L’attore irlandese Cillian Murphy interpreta Robert Oppenheimer, padre della bomba atomica, fisico geniale ed enigmatico essere umano

Il regista di Memento, Inception e Interstellar centra senz’altro la sua missione a livello visivo: «Il punto è fare sparire lo schermo», ha detto in un’intervista alla Associated Press. «Dare l’impressione del 3D, ma senza occhiali». Seguono tre ore di febbrile immersione nella vita di Robert Oppenheimer, padre della bomba atomica, fisico geniale ed enigmatico essere umano, colto in tormentato bilico tra l’eccitazione della creazione e lo shock dei suoi effetti. Ci sono momenti nell’ultima opera di Nolan in cui le fiamme riempiono l’inquadratura e particelle subatomiche svolazzano sullo schermo. Momenti in cui l’imponenza del suono fa vibrare la poltrona. Ma nonostante la sua innegabile maestosità, Oppenheimer è un film in scala umana, tutto concentrato sui primi piani, sul volto emaciato dell’irlandese Cillian Murphy e sui suoi occhi che sembrano fatti d’acqua, il suo atteggiamento compunto e l’eleganza abbottonata, sotto cui si intuisce un dilemma dilaniante. Nel cast anche Emily Blunt, Matt Damon, Robert Downey Jr. 

Christopher Nolan

Come ha scritto Justin Chang sul Los Angeles Times, l’inventore dell’arma più  letale di sempre è il personaggio perfetto di Nolan, che dopo Dunkirk torna sul terreno della realtà, lasciando alle spalle la fantascienza distopica: «Un uomo caduto in una trappola di sua stessa intricata costruzione, perso nel vortice di un’ossessione colpevole».

La sceneggiatura è tratta dalla biografia premio Pulitzer Oppenheimer. Trionfo e caduta dell’inventore della bomba atomica (in Italia pubblicata da Garzanti), ma non segue un arco cronologico dalla ricerca precipitosa della nuova tecnologia alla presa di coscienza dei suoi effetti devastanti e all’umiliazione dei processi per sospetto comunismo. Nolan mescola gli anni, il colore e il bianco e nero, per braccare un personaggio poliedrico e poliglotta, appassionato d’arte e letteratura quanto ossessionato dalla scienza, marito e donnaiolo, arrogante e conviviale, visionario ma incapace di prevedere e di chiedere scusa per glie effetti mostruosi del suo genio. Un uomo che a uno studente di Berkeley spiega così una teoria quantistica: «È un paradosso, ma funziona». Una battuta che contiene il personaggio e il film che cerca di raccontarlo.

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