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Cala il sipario sulla “scuola di Genova”

– Gino Paoli era l’ultimo sopravvissuto di una rivoluzione che partì dalla città ligure. Lui, Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Fabrizio De André e Umberto Bindi cambiarono il corso della canzone italiana
– A distanza di decenni, continuano a essere un punto di riferimento inevitabile: hanno insegnato che la musica può essere uno spazio di verità, che si può parlare a tutti senza rinunciare alla complessità

C’è stato un momento, a cavallo tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, in cui la canzone italiana ha cambiato pelle senza nemmeno accorgersene. Non è successo a Milano, né a Roma, i centri tradizionali dell’industria discografica. È successo a Genova, città di porto, di passaggi, di malinconie sospese tra mare e colline. Ed è lì che un gruppo di ragazzi, diversi tra loro ma legati da una stessa inquietudine, ha riscritto il senso stesso del fare canzoni.

La cosiddetta “scuola genovese” – Gino Paoli, Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Fabrizio De André, Umberto Bindi – non è mai stata una scuola nel senso organizzato del termine. Nessun manifesto, nessuna poetica dichiarata. Piuttosto un’aria comune, un modo di stare al mondo che inevitabilmente si rifletteva nelle canzoni. Erano figli di una città che non si concedeva facilmente, che obbligava a guardarsi dentro, e questo sguardo interiore è diventato la loro cifra.

Gino Paoli era l’ultimo rimasto: «Se mi sento un sopravvissuto? Sì, mi mancano gli amici e forse è questo il rimpianto più grosso che si può avere alla mia età. Bruno (Lauzi ndr) mi diceva sempre: “Non siamo i più bravi, ma i sopravvissuti”», diceva nelle ultime interviste. Lo scorso novembre aveva perso anche Ornella Vanoni, compagna di vita e d’arte di un periodo creativo importante. Sì, era un sopravvissuto. Non solo di una scuola, ma di un’epoca. 

Da sinistra in alto in senso orario: Bruno Lauzi, Gino Paoli, Fabrizio De André e Luigi Tenco

Gino Paoli, Bruno Lauzi, Luigi Tenco, Fabrizio De André, Umberto Bindi: artisti molto diversi, ma con tratti in comune. Per esempio, il ricorso ad atmosfere d’amore umbratili e a un linguaggio tagliente; a melodie eleganti e semplici, non di rado folgoranti; a vocalità reali, espressive, non “educate” al canto.

Sulle prime a essere conquistati sono soprattutto i giovani, più pronti a sintonizzarsi con il nuovo, Ma di lì a poco, grazie a Mina (che interpreta Il cielo in una stanza) e Ornella Vanoni (che canta Senza fine), questo stile diventa familiare e si porta dietro anche il successo commerciale. Quanto questo “modo” di fare canzoni fosse nell’aria, lo dimostra la forza che possiedono ancora oggi i capolavori di Paoli, Tenco, Lauzi, Bindi e De André.

Dietro ai capolavori della “scuola di Genova” – Il cielo in una stanza e Senza fine di Gino Paoli; Vedrai vedrai e Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco; Il poeta e Ritornerai di Bruno Lauzi; Arrivederci e Il nostro anniversario di Umberto Bindi; La canzone di Marinella e Bocca di rosa di Fabrizio De André, ma bisognerebbe citarne molti di più – gran parte dei quali scritti nei primi anni Sessanta, c’è un mondo di quotidianità, di male di vivere, di slanci del cuore, che sentiamo ancora oggi pulsare. Sono canzoni ancora bellissime, che affrontavano la realtà, evitando la retorica e le sue stupide consolazioni. Furono l’esatto opposto di quello che fino a quel momento ci propinava la canzone italiana. La loro sincerità di fondo veniva scambiata per arroganza, ma ad alimentare questa immagine contribuì non poco anche la consapevolezza che la musica e la poesia appartenevano solo a loro, o magari anche a gente che con Genova non aveva niente da spartire, se non lo stesso senso “esistenzialista” della vicenda umana, come Sergio Endrigo e Piero Ciampi.

La mostra a Genova sui protagonisti della cosiddetta “scuola genovese”

Gino Paoli è forse il punto di partenza. Con Il cielo in una stanza compie un gesto quasi rivoluzionario: porta la canzone italiana dentro una dimensione intima e totale, dove l’amore non è più un racconto edulcorato ma un’esperienza che modifica la percezione del mondo. È una canzone che apre porte, che legittima una scrittura più personale, meno costruita.

Umberto Bindi, con la sua formazione musicale più solida, aggiunge a questo quadro una raffinatezza armonica che non aveva precedenti nella musica leggera italiana. Le sue canzoni sono eleganti, complesse, eppure attraversate da una fragilità emotiva profondissima. Bindi paga, forse più di altri, il prezzo di questa diversità: la sua sensibilità, così esposta, non trova sempre un sistema pronto ad accoglierla.

Bruno Lauzi è l’anello più ironico e laterale di questo gruppo. Ha uno sguardo disincantato, capace di alleggerire senza mai banalizzare. Le sue canzoni sembrano a volte piccoli racconti in controluce, dove l’ironia convive con una sottile malinconia. È meno tragico di Tenco, meno radicale di De André, ma proprio per questo indispensabile nell’equilibrio complessivo.

E poi c’è Luigi Tenco, la ferita aperta. Tenco è quello che porta la tensione al punto estremo. Nelle sue canzoni c’è un’insofferenza quasi fisica verso le convenzioni, verso una società che non riesce a capire. La sua vicenda personale, culminata nella tragedia di Sanremo, ha finito per sovrapporsi alla sua opera, ma sarebbe un errore ridurlo a quel gesto. Tenco è stato uno dei primi a chiedere alla canzone una responsabilità, una verità che non ammetteva compromessi.

Una immagine tratta dal libro “Cosa farò da grande” di Gino Paoli e Daniele Bresciani

Fabrizio De André arriva poco dopo, ma è quello che porterà questa lezione alle sue conseguenze più alte. Se gli altri hanno aperto una strada, lui la percorre fino in fondo, trasformando la canzone in letteratura. I suoi personaggi – gli ultimi, gli esclusi, i perdenti – entrano in scena con una dignità che la musica italiana non aveva mai conosciuto. De André allarga l’orizzonte: non più solo l’io, ma il mondo, con le sue ingiustizie e le sue contraddizioni.

Ciò che unisce davvero questi artisti è una certa idea di autenticità. Non cantano per aderire a un modello, ma per necessità. E in questo senso, la loro rivoluzione è silenziosa ma profondissima: spostano il baricentro della canzone dall’esterno all’interno, dalla rappresentazione alla confessione.

Genova, con il suo porto, resta sullo sfondo come una metafora perfetta. È un luogo di partenze e di ritorni, di incontri e di solitudini. E nelle loro canzoni si sente sempre questo movimento: il desiderio di andare altrove e, allo stesso tempo, l’impossibilità di staccarsi davvero.

A distanza di decenni, la scuola genovese continua a essere un punto di riferimento inevitabile. Non tanto per uno stile imitabile, quanto per un atteggiamento. Ha insegnato che la canzone può essere uno spazio di verità, che si può parlare a tutti senza rinunciare alla complessità, che la fragilità non è un limite ma una risorsa espressiva.

E forse è proprio questo il loro lascito più grande: aver reso la canzone italiana un luogo in cui è possibile, ancora oggi, riconoscersi.

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