– Il 6 novembre arriva al cinema “George Michael: The Faith Tour”, il film-concerto che restituisce immagini inedite e registrazioni mai ascoltate del tour del 1988. Un viaggio nella stagione irripetibile in cui il ragazzo degli Wham! diventò una superstar planetaria. Il 25 dicembre saranno dieci anni dalla sua morte. E mentre torna sul grande schermo, una nuova biografia firmata da Gabriele Antonucci, con un ricordo di Andrew Ridgeley, prova a raccontare l’uomo dietro la voce
Certe voci non hanno bisogno di un calendario per tornare. Basta che arrivi dicembre, che le vetrine si riempiano di luci, che qualcuno accenda una radio in un supermercato o in un taxi. E puntualmente George Michael ricompare. Last Christmas, I gave you my heart. Sono passati quarant’anni da quando gli Wham! trasformarono una delusione sentimentale in una delle canzoni natalizie più celebri di sempre, ma quel ritornello continua a funzionare come una macchina del tempo. C’è dentro la malinconia degli amori perduti, la leggerezza del pop anni Ottanta e quella strana capacità di rendere universale una ferita privata.

Il Natale, però, per George Michael è diventato anche una data tragicamente personale. Il 25 dicembre 2016, a soli 53 anni, il cantante veniva trovato morto nella sua casa di Goring-on-Thames. Una notizia che arrivò come un cortocircuito: proprio il giorno in cui milioni di persone stavano ascoltando la sua voce, il mondo scopriva di averla perduta. Dieci anni dopo, il prossimo Natale, quella coincidenza tornerà inevitabilmente a pesare.
Ma prima delle commemorazioni, dei bilanci e della nostalgia c’è la musica. E soprattutto c’è un George Michael che torna a essere quello di una volta: giovane, magnetico, sicuro di sé, con una voce capace di passare dal sussurro soul all’esplosione gospel senza perdere un grammo di eleganza.
Dal 6 novembre arriva nelle sale George Michael: The Faith Tour, un film-concerto costruito a partire da pellicole in 35 millimetri ritrovate, immagini mai viste e registrazioni audio inedite del concerto del 1988 al Palais Omnisports de Paris-Bercy. Diretto da David Austin e Andy Morahan, restaurato e rimasterizzato, il film riporta sul grande schermo una delle stagioni più spettacolari della storia del pop. Non un semplice recupero d’archivio, ma una capsula del tempo che ci restituisce George Michael nel momento in cui il successo aveva assunto dimensioni quasi irreali.
Il ragazzo che voleva essere più grande degli Wham!
Per capire che cosa rappresentasse quel tour bisogna tornare al 1987. George Michael ha appena chiuso, almeno artisticamente, la porta degli Wham!, il duo che insieme ad Andrew Ridgeley aveva trasformato due ragazzi londinesi in un fenomeno mondiale. Wake Me Up Before You Go-Go, Freedom, Everything She Wants, I’m Your Man: una sequenza di successi che aveva fatto degli Wham! una delle macchine pop più efficaci degli anni Ottanta.
Ma George voleva altro. Voleva essere riconosciuto come autore, musicista, interprete. Voleva scrollarsi di dosso l’immagine del ragazzo bello e sorridente, il poster da cameretta, il sex symbol costruito per piacere a un pubblico di adolescenti. E soprattutto voleva dimostrare di poter fare musica senza dover condividere la scena con nessuno.
Faith, pubblicato nell’ottobre 1987, fu la risposta. Un disco che mescolava pop, soul, funk, rock e gospel, con una naturalezza che oggi sembra quasi impossibile. Il giubbotto di pelle, gli occhiali da sole, il jeans attillato, la barba di qualche giorno e quella chitarra acustica diventata un’estensione del personaggio: George Michael aveva trovato una nuova identità. Non era più soltanto il cantante degli Wham!, ma una superstar capace di competere con Michael Jackson, Prince e Madonna.
Il disco vendette oltre venti milioni di copie nel mondo, conquistò quattro Grammy e generò una serie di singoli destinati a diventare classici: Faith, Father Figure, One More Try, Monkey. Ma soprattutto diede a George la possibilità di mostrare un talento che andava ben oltre la confezione glamour. Dietro il ragazzo che ballava con la chitarra c’era un musicista con una conoscenza profondissima della tradizione soul americana, un interprete che aveva assorbito la lezione di Marvin Gaye, Stevie Wonder e Aretha Franklin senza rinunciare a una personalità riconoscibile.
Il Faith World Tour fu la consacrazione definitiva. Partito nel febbraio 1988, attraversò 16 Paesi con 109 concerti, trasformando il debutto solista in una prova di forza internazionale. George aveva appena 24 anni, ma sul palco sembrava già un veterano.
Parigi, 1988: il pop diventa cinema
Il materiale recuperato per il film proviene da due serate, il 30 e 31 maggio 1988, al Palais Omnisports de Paris-Bercy. Le immagini furono girate con quattordici telecamere in 35 millimetri, ma quelle pellicole erano rimaste a lungo fuori dalla circolazione. Il loro ritrovamento ha permesso di recuperare una testimonianza preziosa, restaurata e rimasterizzata per il cinema.
La scaletta è una specie di autoritratto musicale. Si parte con I Want Your Sex, provocazione funk che aveva già fatto discutere per il suo contenuto esplicito, e si attraversa il repertorio di Faith con Hard Day, Father Figure, Faith, Monkey e One More Try. Ma George non dimentica il passato: arrivano Everything She Wants e I’m Your Man degli Wham!, insieme a Careless Whisper, il brano che aveva contribuito a renderlo famoso quando era ancora poco più che un adolescente.
Ci sono anche le incursioni nel repertorio altrui: Love’s in Need of Love Today di Stevie Wonder, Play That Funky Music dei Wild Cherry, I Knew You Were Waiting (For Me), il duetto di Aretha Franklin e George, e Lady Marmalade. Un repertorio che mette in evidenza la sua cultura musicale e la capacità di passare da un genere all’altro senza perdere il controllo della scena.
A rendere ancora più interessante il progetto c’è Finding Faith, il cortometraggio originale diretto da Mary McCartney, figlia di Paul McCartney, che apre il film. Attraverso immagini e registrazioni ritrovate del periodo 1986-1988, offre uno sguardo più intimo sul cantante, proprio negli anni della sua trasformazione artistica. Non soltanto il performer, dunque, ma anche l’uomo alle prese con una nuova identità e con le aspettative enormi che accompagnavano il suo successo. Il film, diretto da David Austin e Andy Morahan, dura circa 113 minuti. La distribuzione italiana è affidata a Universal Pictures.
E per chi non si accontenta della sala cinematografica c’è un’altra sorpresa: il 6 novembre esce anche The Faith Tour – The Live Album, una raccolta di 18 registrazioni inedite dello stesso concerto parigino, pubblicata da Sony Music. Un documento sonoro che restituisce integralmente l’energia di quelle serate e permette di ascoltare George Michael senza la mediazione delle immagini.
La libertà di non essere più un idolo

La storia di George Michael, però, non si esaurisce con il trionfo di Faith. Anzi, è proprio dopo quel successo che comincia la parte più interessante e tormentata della sua vicenda artistica. Il cantante non voleva essere prigioniero del proprio personaggio. Non voleva diventare una fabbrica di singoli, un distributore automatico di hit, un volto da copertina da riproporre a ogni stagione. Nel 1990 pubblicò Listen Without Prejudice Vol. 1, un album che sembrava voler prendere le distanze da tutto ciò che lo aveva reso famoso. Via la copertina con il suo volto, via i videoclip costruiti intorno alla sua immagine, via il divismo. Al loro posto canzoni più introspettive, arrangiamenti sofisticati, un soul adulto e malinconico.
La sua battaglia con la Sony per ottenere maggiore libertà artistica diventò uno dei casi più clamorosi dell’industria discografica. George si sentiva trattato come un prodotto commerciale e contestava il potere delle major di decidere il destino degli artisti. Una battaglia che gli costò anni di conflitti legali e professionali, ma che contribuì a ridefinire il rapporto tra musicisti e industria.
Poi arrivò Older, nel 1996, un disco attraversato dal dolore, dalla perdita e dalla ricerca di una nuova consapevolezza. La morte del compagno Anselmo Feleppa, avvenuta nel 1993, aveva lasciato una ferita profonda. George trasformò quel lutto in musica, senza nascondere la propria fragilità. Brani come Jesus to a Child e Fastlove raccontavano due facce dello stesso uomo: il bisogno d’amore e la difficoltà di trovarlo, il desiderio di abbandonarsi alla vita e la paura di essere giudicato.
Anche la sua battaglia per vivere apertamente la propria omosessualità, dopo anni trascorsi a fare i conti con le aspettative del pubblico e con la pressione dei media, diventò parte integrante della sua storia. Nel 1998, dopo l’arresto a Beverly Hills, George Michael scelse di non nascondersi più. Con ironia e coraggio trasformò anche quell’episodio in una dichiarazione pubblica, rivendicando il diritto di vivere la propria identità senza vergogna.
Non era un percorso semplice. La sua vita privata fu segnata da momenti difficili, dipendenze, depressione e periodi di isolamento. Ma la sua musica continuò a raccontare qualcosa che andava oltre la cronaca scandalistica. George Michael aveva il dono di trasformare le contraddizioni personali in canzoni nelle quali milioni di persone potevano riconoscersi.
Il libro e il ricordo di Andrew Ridgeley

A dieci anni dalla morte, il cinema non è l’unico luogo in cui ritrovare George Michael. Il 16 novembre è prevista l’uscita di George Michael. La voce dell’anima, il libro di Gabriele Antonucci pubblicato da EPC Editore, con un ricordo di Andrew Ridgeley, l’amico con il quale tutto era cominciato.
Il volume ripercorre il percorso umano e artistico del cantante dagli esordi con gli Wham! alla consacrazione di Faith, dalle battaglie per la libertà creativa fino alla maturità di Listen Without Prejudice e Older. Una biografia che intende restituire la complessità di un artista libero, coraggioso e generoso, capace di anticipare mode e tendenze, ma soprattutto di trasformare le proprie inquietudini in un linguaggio musicale universale.
La presenza di Ridgeley aggiunge un elemento particolarmente significativo. Perché prima del successo, delle copertine, dei tour mondiali e delle battaglie con le case discografiche c’erano due ragazzi che sognavano di diventare musicisti. Andrew era l’altra metà degli Wham!, ma soprattutto l’amico che aveva conosciuto George prima che il mondo imparasse a chiamarlo George Michael.
Il loro rapporto racconta una stagione irripetibile del pop britannico, ma anche una storia di amicizia che sopravvisse alla fine del duo e alle differenti traiettorie personali. Ridgeley ha sempre difeso la memoria dell’amico, sottraendolo alla caricatura della popstar tormentata e ricordando il suo talento, la sua generosità e il suo straordinario senso dell’umorismo.
Il libro di Antonucci, 240 pagine con inserto fotografico a colori, arriva proprio mentre le nuove generazioni stanno riscoprendo George Michael anche attraverso i social network. Non è un fenomeno soltanto nostalgico: le sue canzoni continuano a circolare, vengono reinterpretate, campionate, utilizzate nei video e nelle playlist. Careless Whisper e Faithnon sono diventate reperti archeologici, mentre Last Christmas continua a conquistare nuove classifiche ogni dicembre.
L’ultimo Natale di George

C’è qualcosa di paradossale nel destino di George Michael. Un uomo che per tutta la vita ha cercato di liberarsi dall’immagine costruita intorno a lui è diventato, dopo la morte, una delle figure più riconoscibili della cultura pop. Il ragazzo degli Wham!, il sex symbol di Faith, il ribelle di Listen Without Prejudice, il musicista tormentato di Older. Tutte immagini vere, ma nessuna sufficiente a raccontarlo.
Forse la sua grandezza stava proprio nella capacità di tenerle insieme. George Michael era un interprete straordinario, un autore raffinato, un produttore attento, un uomo che conosceva profondamente la storia della musica nera americana e sapeva trasformarla in pop senza renderla innocua. Aveva una voce tecnicamente impeccabile, ma soprattutto una qualità più rara: sapeva far sentire le parole, anche quando cantava una canzone apparentemente leggera.
Il suo repertorio è pieno di contrasti. La sensualità di I Want Your Sex convive con la spiritualità di One More Try. L’ironia di Freedom! ‘90 si intreccia con la malinconia di Jesus to a Child. La spensieratezza di Wake Me Up Before You Go-Go finisce per incontrare la tristezza di Last Christmas. Era un artista pop, certo, ma non ha mai avuto paura di mostrare le proprie crepe.
Il 25 dicembre saranno dieci anni dalla sua morte. Una ricorrenza che rischia di trasformarsi nell’ennesima celebrazione nostalgica, tra classifiche, playlist e fotografie in bianco e nero. Ma il ritorno al cinema di The Faith Tour offre qualcosa di più interessante: la possibilità di rivedere George Michael prima che diventasse un ricordo, quando aveva ancora davanti a sé tutto il futuro del mondo.
Sul palco di Parigi, nel 1988, non c’è ancora l’uomo che avrebbe combattuto contro l’industria discografica, affrontato i propri demoni e cercato faticosamente la libertà di essere se stesso. C’è un ragazzo di 24 anni che canta, balla, seduce il pubblico e sembra avere il mondo ai propri piedi.
È una fotografia di un’epoca, ma anche la prova di un talento che non ha perso un grammo della sua forza. E quando parte Faith, con quella chitarra, quel ritmo e quella voce, viene quasi da pensare che George Michael non se ne sia mai andato. Poi arriva dicembre. E Last Christmas ricomincia a suonare. Soltanto che, da dieci anni, quel Natale non è più lo stesso.
- – GEORGE MICHAEL: THE FAITH TOUR
Regia: David Austin, Andy Morahan
Cortometraggio introduttivo: Finding Faith, regia di Mary McCartney
Durata: circa 113 minuti
Uscita italiana: 6 novembre 2026
- THE FAITH TOUR – THE LIVE ALBUM: Sony Music, 6 novembre 2026
- GEORGE MICHAEL. LA VOCE DELL’ANIMA, Gabriele Antonucci, EPC Editore, 240 pagine, 19 euro, in uscita il 16 novembre 2026.
