Flash

Mercury Prize, RAYE batte McCartney

– La cantante londinese conquista il riconoscimento più prestigioso della musica britannica. Un trionfo per un’artista che ha sfidato le regole dell’industria discografica, trasformando soul, jazz e pop in un sontuoso spettacolo musicale. Segnalisonori ne aveva intuito il talento quando era ancora una promessa. Oggi è una delle personalità più originali della scena internazionale

Paul McCartney ha scritto Yesterday, Hey Jude, Let It Be e qualche altra canzoncina che il mondo continua a cantare da sessant’anni. Ha venduto centinaia di milioni di dischi, riempito stadi, attraversato epoche e mode, sopravvivendo persino allo scioglimento dei Beatles. Ma c’è una cosa che non è mai riuscito a fare: vincere il Mercury Prize. Ci è riuscita invece Raye, ventotto anni, londinese, un passato da operaia del pop e un presente da diva hollywoodiana che sembra uscita da un musical degli anni Quaranta, salvo poi mettersi a cantare di depressione, dipendenze, sesso, solitudine e disastri sentimentali.

Il bello è che Raye non ha vinto cercando di assomigliare a qualcuno. Ha vinto facendo esattamente ciò che per anni le era stato impedito: la musica che voleva. È la storia di una rivincita, certo. Ma soprattutto è la dimostrazione che il pop, quando smette di inseguire ossessivamente il prossimo tormentone, può ancora essere un territorio di libertà, rischio e invenzione.

Segnalisonori aveva acceso i riflettori su Raye quando non era ancora diventata un fenomeno internazionale. Bastava ascoltarla per capire che dietro quella voce c’era qualcosa di più dell’ennesima promessa del soul britannico. C’era un’artista che conosceva la tradizione, ma non aveva alcuna intenzione di restarne prigioniera.

Dalla fabbrica dei tormentoni alla libertà artistica

La storia comincia molto prima della notte del 22 ottobre alla Utilita Arena di Newcastle, dove Raye ha conquistato il Mercury Prize 2026 con This Music May Contain Hope., lasciandosi alle spalle dodici album finalisti, compresi quelli di Paul McCartney, Olivia Dean, Florence + The Machine e Suede.

Un premio che vale più del suo assegno da 25mila sterline. Nato nel 1992, il Mercury dovrebbe riconoscere il miglior album britannico o irlandese dell’anno, non quello che ha venduto di più. È una differenza sostanziale, almeno nelle intenzioni. E questa volta la scelta della giuria ha qualcosa di simbolico: premiare una musicista che ha dovuto combattere contro la propria casa discografica per poter pubblicare un album.

Rachel Agatha Keen, nata a Londra nel 1997, non è arrivata al successo seguendo la strada più comoda. Per anni è stata una presenza quasi invisibile dietro i successi altrui. Scriveva canzoni, collaborava con produttori e DJ, prestava la propria voce alla dance commerciale. Il suo nome circolava nell’industria, ma la sua identità artistica rimaneva nascosta sotto una montagna di produzioni confezionate per le classifiche.

La Polydor la considerava soprattutto una potenziale fabbrica di singoli. Lei voleva realizzare un album. Sembrerebbe una richiesta ragionevole per una cantante, ma nell’industria discografica contemporanea può diventare un atto di insubordinazione. Nel 2021 Raye denunciò pubblicamente la situazione e poco dopo lasciò l’etichetta. Una scelta rischiosa, perché l’indipendenza è una parola meravigliosa finché non bisogna pagare i musicisti, gli studi di registrazione e la promozione.

Due anni dopo arrivò My 21st Century Blues. E improvvisamente tutto cambiò. Il singolo Escapism, con 070 Shake, divenne un successo internazionale. Ma era soprattutto l’album a rivelare una personalità che fino a quel momento l’industria aveva tenuto al guinzaglio. Dentro c’erano jazz, R&B, hip hop, soul, ballate orchestrali e confessioni personali. In Ice Cream Man. Raye affrontava la violenza sessuale senza nascondersi dietro metafore rassicuranti. In Hard Out Here regolava i conti con il sistema discografico.

Ai Brit Awards del 2024 conquistò sei premi in una sola serata, stabilendo un record. Una rivincita quasi cinematografica: l’artista considerata troppo difficile da gestire diventava improvvisamente la più celebrata del Paese.

Una diva degli anni Quaranta con i problemi del 2026

Ma sarebbe un errore ridurre Raye alla solita favola dell’artista ribelle che trionfa sui cattivi discografici. La sua particolarità è soprattutto musicale. Sul palco sembra uscita da un vecchio film della MGM. Abiti scintillanti, acconciature elaborate, microfoni d’altri tempi, orchestre, fiati, arrangiamenti sontuosi. Potrebbe essere la protagonista di un musical diretto da Vincente Minnelli, ma le sue canzoni parlano di ansia, insicurezze, desiderio, dipendenze e relazioni sentimentali disastrose.

Il contrasto è la sua cifra stilistica. Raye recupera il glamour della Hollywood classica per raccontare un presente tutt’altro che glamour. È una Billie Holiday che ha conosciuto TikTok, una Judy Garland cresciuta fra le produzioni elettroniche, una Amy Winehouse che ha deciso di non lasciarsi definire soltanto dai propri demoni.

I paragoni, naturalmente, lasciano il tempo che trovano. Raye non possiede la ruvida disperazione di Amy Winehouse né pretende di averla. La sua voce è più duttile, il suo gusto più teatrale, la sua scrittura talvolta più esplicita. Dove Amy sembrava cantare da un angolo buio del locale, Raye vuole tutto il palcoscenico, compreso il sipario. E soprattutto vuole divertirsi, anche quando racconta cose terribili.

Il nuovo This Music May Contain Hope, pubblicato a marzo, porta questa concezione alle estreme conseguenze. Settantatré minuti di musica, una struttura in quattro parti, arrangiamenti che attraversano big band, jazz, funk, soul, R&B, pop orchestrale e suggestioni classiche. Non è un disco che si accontenta di accompagnare l’ascoltatore mentre prepara la cena. Pretende attenzione. E qualche volta anche pazienza.

In Where Is My Husband! il desiderio di trovare un compagno diventa una commedia musicale irresistibile, con un’energia che sembra arrivare direttamente dai grandi spettacoli di Broadway. Click Clack Symphony, realizzata con Hans Zimmer, spinge ancora più avanti l’ambizione cinematografica. I Hate The Way I Look Today mette in scena le insicurezze sull’aspetto fisico con un’ironia che rende più amara la confessione. I Know You’re Hurtingaffronta invece il tema della salute mentale maschile, nato da una conversazione emotivamente intensa con i suoi musicisti.

Non tutto funziona con la stessa efficacia. Qualche arrangiamento rischia di soffocare la canzone, qualche passaggio sembra voler dimostrare troppe cose contemporaneamente. Raye ha il difetto dei musicisti che hanno aspettato troppo a lungo per poter fare ciò che desideravano: adesso vorrebbe fare tutto, possibilmente nello stesso disco. Ma è un difetto che si perdona volentieri in un panorama pop dove l’ambizione artistica viene spesso sacrificata alla durata di un video sui social.

Il Mercury Prize come rivincita dell’album

La giuria del Mercury ha premiato proprio questa libertà, sottolineando la capacità di Raye di attraversare generi differenti e costruire un’opera unitaria. Un riconoscimento che acquista un significato particolare nell’epoca dello streaming, quando il disco sembra essere diventato un contenitore di canzoni da smontare e distribuire nelle playlist.

Raye durante l’esibizione al Mercury Prize

Raye, invece, rivendica il diritto di costruire un racconto. Durante la premiazione ha ricordato quanto sia stato difficile liberarsi dalla logica dei singoli e dalla ricerca continua del prossimo successo. «Gli album sono così importanti», ha detto, confessando la gratitudine per un riconoscimento che riguarda finalmente un’opera completa.

Poi ha parlato della speranza, la parola che dà il titolo al disco. «La speranza è una parola molto sdolcinata, soprattutto per noi britannici», ha scherzato. Ma ha aggiunto che tutti ne abbiamo bisogno, perché «la musica è una medicina».

Nella sala stampa, intervistata da NME, ha spiegato di sentirsi finalmente riconosciuta come artista. E ha raccontato quanto fosse importante per lei poter scrivere un disco così ambizioso, registrato con un numero impressionante di musicisti, senza dover continuamente negoziare ogni scelta con le esigenze commerciali.

«Non è un’industria facile», ha osservato, soprattutto per una giovane donna che cerca di affermarsi mantenendo la propria indipendenza. Eppure, la sua conclusione non è stata amara: bisogna insistere, perché prima o poi una piccola porta si apre. E allora bisogna correre. Una frase che potrebbe sembrare uscita da un manuale motivazionale, se non fosse pronunciata da qualcuno che quella porta ha dovuto sfondarla.

E Paul McCartney rimane senza Mercury

Il dettaglio più divertente di questa edizione è proprio la presenza di Paul McCartney fra gli sconfitti. A 84 anni, l’ex Beatle aveva ottenuto la sua prima candidatura al Mercury con The Boys of Dungeon Lane. Una circostanza curiosa per un premio che esiste da oltre trent’anni e che non ha mai inserito il nome di McCartney nell’albo d’oro.

Il musicista aveva accolto la nomination con sorpresa e soddisfazione, riconoscendo il valore degli altri candidati. Nessun dramma, naturalmente. McCartney non ha bisogno di un Mercury Prize per entrare nella storia: ci abita già da parecchio tempo. Ma il confronto generazionale racconta qualcosa di interessante. 

La musica britannica continua a celebrare i propri monumenti, dai Beatles ai Rolling Stones, dai Pink Floyd ai Led Zeppelin. E spesso sembra incapace di immaginare un futuro che non sia una variazione del passato. Raye dimostra il contrario. Non perché abbia inventato una nuova musica. Anzi, il suo universo è costruito con materiali antichi: jazz, soul, blues, musical, orchestrazioni hollywoodiane. Ma li utilizza senza l’atteggiamento reverenziale di chi visita un museo.

In questo senso appartiene alla stessa grande tradizione britannica che ha prodotto Amy Winehouse, Adele, Joss Stone, Lianne La Havas e, più recentemente, Olivia Dean. Artiste capaci di rielaborare la musica afroamericana con una sensibilità personale, senza ridursi necessariamente a copie delle proprie ispiratrici.

Olivia Dean, anche lei candidata al Mercury con The Art of Loving, rappresenta il versante più misurato ed elegante di questa nuova stagione. Raye ne è l’espressione più esuberante, teatrale e imprevedibile. Dove Dean preferisce la sottrazione, Raye sceglie l’accumulo. Una accarezza le melodie, l’altra le trascina sotto i riflettori.

Sono due modi diversi di ricordare che la voce umana, quando è accompagnata da una personalità autentica, può ancora essere più interessante di qualsiasi artificio tecnologico.

Il lusso di essere fuori moda

Il trionfo al Mercury Prize arriva alla vigilia del ventinovesimo compleanno di Raye e in coincidenza con il suo ritorno alla Royal Albert Hall, dove ha presentato il nuovo album in una versione orchestrale. Una scelta perfettamente coerente con la sua idea di musica: se puoi avere un’orchestra, perché accontentarti di una base preregistrata? E intanto si prepara anche un tour sinfonico che dovrebbe toccare l’Italia, con date e località da annunciare a dicembre.

Certo, anche Raye è ormai parte di quel grande meccanismo dello spettacolo che un tempo la teneva prigioniera. Il suo glamour è diventato riconoscibile, la sua indipendenza un elemento della narrazione pubblica, la sua immagine un marchio. È la contraddizione inevitabile di chi combatte l’industria musicale e poi finisce per conquistarla. Ma per il momento la differenza si sente. Nelle canzoni, negli arrangiamenti, nel modo in cui affronta il palcoscenico.

Raye non sembra interessata a essere la cantante del momento. Vuole diventare una di quelle artiste che fra vent’anni potranno ancora salire su un palco, mettersi davanti a un’orchestra e cantare senza dover spiegare a nessuno chi sono. Segnalisonori ne aveva riconosciuto il talento prima che arrivassero i grandi premi e le celebrazioni internazionali. Il Mercury non fa che confermare una sensazione: sotto gli abiti da diva e gli arrangiamenti monumentali c’è una musicista che ha qualcosa di personale da raccontare.

Paul McCartney continuerà a essere Paul McCartney, con o senza Mercury Prize. Raye, invece, ha conquistato qualcosa che non si può comprare e che nessuna casa discografica può garantire: il diritto di essere giudicata per la musica che ha scelto di fare, non per quella che qualcuno avrebbe voluto imporle. E nell’industria pop di oggi è già una piccola rivoluzione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *