– La cantautrice pugliese pubblica il terzo album “Nudo cuore nuda voce”, un titolo che suggerisce una scelta precisa: spogliarsi delle difese, accettare la vulnerabilità, esporsi senza il filtro del controllo. «Mi piaceva questo gioco di parole. Cuore e voce sono connessi profondamente da una ricerca autentica»
– Pop d’autore, elettronica, jazz, radici mediterranee e influenze world dialogano senza gerarchie. «In questo disco ho liberato la voce, senza costringermi in un genere o una definizione precisa». Nei testi temi collettivi, dal cambiamento climatico alle guerre. Il dialetto salentino s’intreccia con l’inglese
La voce come luogo in cui riconoscersi, perdersi e ricominciare. Ma anche come strumento capace di raccontare le fragilità individuali e le ferite del mondo, senza schermarsi dietro le convenzioni o la necessità di appartenere a un genere musicale preciso. È da questa esigenza di libertà e autenticità che nasce Nudo cuore nuda voce, il terzo album di Dalila Spagnolo, disponibile da oggi, con la produzione artistica di Luigi Russo e realizzato con il contributo di NUOVOIMAIE. Dieci tracce che segnano un nuovo capitolo nel percorso della cantautrice pugliese, artista dalla spiccata vocazione sperimentale, che fa della ricerca vocale il centro di un universo sonoro in cui pop d’autore, elettronica, jazz, radici mediterranee e influenze world dialogano senza gerarchie.

Il titolo suggerisce una scelta precisa: spogliarsi delle difese, accettare la vulnerabilità, esporsi senza il filtro del controllo. Una nudità che non significa rinunciare alla complessità, ma trovare il coraggio di attraversarla. Così la voce smette di essere soltanto il mezzo attraverso cui interpretare una canzone e diventa materia viva, ritmo, armonia, architettura sonora. Nasce da improvvisazioni, respiri, frammenti melodici e stratificazioni costruite anche con la loop station, per poi trasformarsi negli arrangiamenti e nelle produzioni del disco. Un processo creativo che restituisce alla vocalità una dimensione fisica e compositiva, lasciandole la possibilità di mutare, moltiplicarsi, cambiare lingua e colore senza perdere la propria identità.
Dentro questo spazio di libertà convivono l’ansia e il respiro che si spezza, l’amore e la vulnerabilità, lo stupore di fronte all’essere umano, ma anche il dolore della guerra, lo sguardo dei bambini che ne subiscono le conseguenze e la crisi ambientale. Temi personali e collettivi si intrecciano in un racconto che non cerca risposte definitive, ma prova a restare in ascolto del presente, delle sue contraddizioni e delle sue urgenze. Un percorso che arriva dopo Fragile, l’album d’esordio pubblicato nel 2021, anno in cui Dalila Spagnolo ha vinto Area Sanremo, e La Fame nelle Scarpe, uscito nel 2023 e premiato con il Premio Civilia Salento e il Premio Zingari Felici. Nel 2025 è arrivato anche il Premio Nazionale Folk e World – Nuove Generazioni, riconoscimento di una ricerca che attraversa generi e linguaggi mantenendo al centro una forte identità autoriale.
«La mia voce attraversa generi e lingue. Si perde, si ritrova, resta se stessa pur mutando costantemente. Muore a se stessa, si ricrea per continuare ad esistere. In questo disco ho liberato la voce, senza costringermi in un genere o una definizione precisa», racconta l’artista. Ed è proprio attorno a questa idea di trasformazione che si sviluppa il nuovo lavoro, nel quale i momenti di rarefazione si alternano a stratificazioni strumentali ed elettroniche di forte intensità. Un equilibrio che troverà anche una dimensione dal vivo nel tour autunnale, con cui la cantautrice porterà il disco sui palchi italiani, affiancando ai nuovi brani una rilettura del proprio repertorio. A partire da questa nuova tappa, abbiamo raggiunto telefonicamente Dalila Spagnolo per parlare di libertà espressiva, identità, vulnerabilità e del rapporto tra la propria voce interiore e il mondo che ci circonda.

- “Nudo cuore nuda voce”: un gioco di parole per restare senza difese.
«Esattamente. Mi piaceva questo gioco di parole, questa nudità che si accosta sia alla voce sia al cuore. Sono collegati da un filo, ed è molto importante per chi scrive, ma anche per chi utilizza la voce, non solo come strumento tecnico. È una nudità emozionale, identitaria. Cuore e voce sono connessi profondamente da una ricerca autentica».
- Nei primi due dischi la voce interiore si poneva delle domande e la fragilità faceva da filo conduttore. In quest’ultimo lavoro sembra esserci un altro modo di affrontarla.
«La meraviglia è alla base della felicità e, a volte, la disillusione rispetto alla realtà ci allontana dalla capacità di meravigliarci di ciò che ci circonda. Guardiamo più verso di noi, stiamo con gli occhi bassi, sullo smartphone e poi? Sarebbe più giusto ritrovarsi e ritornare a meravigliarsi».
- In questo album la voce diventa uno strumento a tutto tondo. Ha esplorato nuove possibilità espressive, lasciandosi andare alla ricerca. Come ha liberato la sua vocalità?
«Il mio percorso formativo e didattico parte dal gospel, quindi da una vocalità spessa. Poi ho fatto un lavoro di decostruzione. Il primo disco era più intimo, cantautorale e, man mano, ho acquistato potenza, ridimensionandola. Ho imparato a vivere la vocalità anche a livello frequenziale».

- Nel disco il dolore non è soltanto qualcosa da attraversare, ma può diventare un’occasione di cambiamento.
«Esatto. Il dolore appartiene a tutti, però la differenza la facciamo noi. Se c’è una persona con cui trascorreremo il resto della nostra vita, siamo noi stessi. Quindi il lavoro che dobbiamo fare su di noi è molto importante e ci aiuta anche a stare meglio con gli altri. La trasformazione è fondamentale per dare un senso alla vita, alle cose, al dolore. Però, come dice la mia mentore, la mia maestra Tyna Maria, che mi ha insegnato tantissimo a riflettere sull’esistenza, bisogna passare dalla porta stretta: nel dolore bisogna entrare, bisogna attraversarlo per poi trasformarlo».
- Ha vinto Area Sanremo e ricevuto il Premio Nazionale Folk e World – Nuove Generazioni. Che cosa hanno rappresentato questi riconoscimenti per il suo percorso?
«Penso che sia un treno da cui si sale e si scende. Mi hanno molto emozionata, ma la strada è ancora lunga, soprattutto per una cantautrice come me, emergente e indipendente. I riconoscimenti sono gratificazioni importanti, perché almeno ti danno un po’ il riscontro che non sei sola».

- Nei suoi testi affronti anche temi collettivi, dal cambiamento climatico alle guerre. Quanto sente la necessità di raccontare ciò che accade intorno a noi?
«Ho immaginato il disco come una tavola rotonda, intorno alla quale ci si siede e si comincia a riflettere. Se vogliamo andare alla radice, bisogna osservare che nel mondo c’è tanta sofferenza, tanto dolore. Penso alla guerra, e non soltanto a quella interiore. Siamo circondati da tragedie, ma anche il pianeta ci sta chiedendo aiuto. Quest’estate il Salento è bruciato. Eppure, nonostante l’osservazione di tutte queste cose, c’è sempre un messaggio di speranza».
- In “Tutto cambia” c’è anche il recupero delle radici. Oggi assistiamo a una riscoperta dei regionalismi e delle lingue locali.
«Sono molto felice. L’ho fatto anche nell’album precedente. Per noi emergenti, un esempio è stato Serena Brancale. Le radici fanno parte dell’identità e un cantautore, un artista, porta con sé la propria identità. Non parlo soltanto di quella artistica, ma proprio di quella esistenziale».
- In “Tutte le mie carte” affronta il tema dell’autosabotaggio, la paura di andare incontro ai propri desideri.
«È dedicata alla persona amata. Sabotare i sogni è come se andassimo loro incontro, ma poi, per paura, facessimo un passo indietro. Abbiamo paura di non meritarceli».

- Nel brano che dà il titolo al disco, “Fascimuni na camenata/ Lassamu scumparire sta raggia/ Abbandunamu sta malesciana/ Ca ndi purtamu intra ca è na vita”, il dialetto assume quasi una funzione liberatoria.
«È come un mantra. Nella musica tradizionale ci sono i testi scacciapensieri, parole che, ripetute, allontanano la malinconia, la tristezza, la rabbia. È un invito a lasciare fluire».
- Nel disco ci sono anche testi in inglese. Come nasce questa scelta, che convive con il dialetto e le radici pugliesi?
«Ho iniziato a scrivere in inglese. Se viene fuori nei momenti creativi, non la blocco. Sono entrata in crisi e mi sono posta il problema della lingua, però poi mi sono anche detta: io sono questa! E non sarei io se non fossi così colorata».
- Accanto al cantautorato, nel disco c’è spazio per l’elettronica e il pop, linguaggi che sta esplorando sempre di più. Che cosa le offrono sul piano creativo?
«L’elettronica mi aiuta tanto a comporre e ad arrivare dal produttore con le idee già chiare, per potergli dire: questo brano l’ho immaginato così».

