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«Troisi? È stato il nostro Charlie Chaplin»

La locandina del film
Il regista Mario Martone e l’attrice Maria Grazia Cucinotta raccontano l’amico mentre nelle sale esce il docu-film “Laggiù qualcuno mi ama” presentato in questi giorni al Festival di Berlino

«La sua principale caratteristica? Era un comico che ti faceva ridere e ti commuoveva allo stesso tempo, qualcosa di molto raro di cui era capace solo Charlie Chaplin». Così  Mario Martone parla Massimo Troisi a cui ha dedicato Laggiù qualcuno mi ama, docu-film-omaggio presentato al 73esimo Festival Internazionale del Cinema di Berlino nella sezione Special. 

Il film è uscito nelle sale il 19 febbraio, giorno del suo compleanno (avrebbe compiuto 70 anni), in 200 copie che diventeranno 400 dal 23 febbraio. Racconta la napoletanità per certi versi anomala di questo artista. Ovvero, come ci sia un evidente parallelo tra la sua estetica e quella della “nouvelle vague” (è  simile ad Antoine Doinel personaggio-feticcio di François Truffaut). E poi anche della sua straordinaria capacità  di mostrare la fragilità di stare al mondo. Tante le testimonianze, da chi lo ha frequentato fino agli artisti che lo hanno amato e ne sono stati influenzati, come Francesco Piccolo, Paolo Sorrentino, Ficarra e Picone. 

Fra le attrici che gli sono stati vicini negli ultimi giorni di vita, c’è stata anche Maria Grazia Cucinotta: «Per 29 anni sono stata considerata parte del suo mondo meraviglioso» dice l’attrice messinese. «Lui ha segnato la mia vita umana e professionale, devo tutto al film Il postino».

Maria Grazia Cucinotta e Massimo Troisi

L’incontro fra Troisi e l’attrice avvenne nel programma Indietro tutta, «poi l’ho frequentato da amica della sua compagna Nathalie Caldonazzo», racconta. «Feci cinque provini prima di essere scelta. Sul set lui capì presto quali erano i miei punti deboli e mi aiutò a capire come farli diventare risorse. Stavo per esordire con degli attori straordinari come Philippe Noiret, Massimo e Renato Scarpa».

Sono stata diverse volte a Salina ma solo l’anno scorso ho trovato la forza per entrare nella casa di Neruda. Mia figlia mi ha dato coraggio eppure sono scoppiata in lacrime… La magia delle cose belle non può finire, dopo tanti anni non c’è un giorno in cui qualcuno non mi chieda di Massimo. I suoi messaggi devono arrivare alle generazioni future

Maria Grazia Cucinotta

Dopo la morte di Troisi non è stato semplice ricordare: «Sono stata diverse volte a Salina ma solo l’anno scorso ho trovato la forza per entrare nella casa di Neruda. Mia figlia mi ha dato coraggio eppure sono scoppiata in lacrime… La magia delle cose belle non può finire, dopo tanti anni non c’è un giorno in cui qualcuno non mi chieda di Massimo. I suoi messaggi devono arrivare alle generazioni future».

«A Napoli, Troisi è ancora un santo», interviene Martone. «Forse sul piano nazionale c’è stata meno occasione di ricordarlo. Comunque con questo film volevo darne una lettura diversa, più approfondita, far scoprire come, al di là della sua bravura come attore, fosse grande il suo cinema da regista».

Era un genio unico forgiato nella temperie degli anni Settanta che aveva prodotto anche un artista come Pino Daniele. Imitarlo sarebbe impossibile, sarebbe come imitare Totò, invece c’è  tutta una serie di persone che hanno un debito con lui come lo stesso Paolo Sorrentino e Ficarra e Picone

Mario Martone

È ancora moderna la sua comicità? 

«I suoi film hanno ancora una freschezza straordinaria, non mostrano segni di invecchiamento. Si ride ancora molto perché Troisi ha intercettato le trasformazioni della società, è stato un rivoluzionario capace di assorbire la grande tradizione napoletana di Scarpetta e De Filippo, ma anche di mettere in campo una comicità  postmoderna».

Perché tanta fragilità nei suoi personaggi?

«Troisi ha dato un valore alla fragilità, che non significa affatto essere inferiori, ma casomai persone con un mondo dentro che fa più fatica a venir fuori. Una cosa questa che lo ha fatto amare tantissimo. La sua vita artistica poi è scandita dall’operazione al cuore nel 1976, anno in cui nasce anche come artista, fino a Il postino. Nel frattempo si può dire che ha condotto una vita bellissima: giocava a pallone, ha avuto tante donne, insomma una bella esistenza nonostante la spada di Damocle della malattia».

Perché tanta ironia verso gli stereotipi della napoletanità? 

«Niente di straordinario. A molti napoletani, compreso me, dà fastidio la Napoli “stereotipo”, ma va detto che nel cinema di Massimo sono due gli aspetti fondamentali, i suoi disagi: quello verso l’amore sempre inseguito e mai raggiunto e quello verso la sua città in cui stava scomodo e da cui voleva scappare». 

Ci sono eredi di Troisi? 

«Era un genio unico forgiato nella temperie degli anni Settanta che aveva prodotto anche un artista come Pino Daniele. Imitarlo sarebbe impossibile, sarebbe come imitare Totò, invece c’è  tutta una serie di persone che hanno un debito con lui come lo stesso Paolo Sorrentino e Ficarra e Picone».

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