– I segnali sonori più interessanti della settimana. La registrazione “live” dell’ultimo spettacolo dell’icona dell’avanguardia. L’emozionante progetto della cantante veneta Giorgia Pietribiasi. La camaleontica cantautrice neozelandese Aldous Harding. Gli eclettici American Football
– Torna Mannarino fra Maradona e Manu Chao, Lucio Battisti e Chico Buarque De Hollanda, Tom Waits e Fabrizio De André. Fra black, death e dark gli Angel Names. La siciliana Ibla (Claudia Iacono) fra i finalisti del Premio Amnesty International Italia. I travolgenti singoli di JB e Matthew Lee
“LET X=X (LIVE)”, LAURIE ANDERSON & SEXMOB

Let X=X è stato registrato dal vivo durante un tour del 2023 dall’icona dell’avanguardia Laurie Anderson e dalla jazz band Sexmob — Steven Bernstein agli ottoni, Kenny Wollesen alla batteria e alle percussioni, Douglas Wieselman ai fi e alla chitarra, Briggan Krauss al sassofono e alla chitarra e Tony Scherr al basso. Sostenuto dalla forza propulsiva dell’ensemble jazz, Sexmob, lo spettacolo di Anderson è divertimento estatico, terrore moderno, tristezza straziante e un senso di Zen.
L’album presenta 23 canzoni, comprese le preferite di tutta la carriera di Anderson, eseguite in nuovi arrangiamenti, più una di Lou Reed e Metallica, Junior Dad da Lulu, che forse rappresenta il nucleo emotivo dell’album. Con Anderson e Sexmob che gestiscono gli strumenti, la voce fantasma di Reed galleggia sopra la canzone che continua a crescere in intensità. Capolavoro.
Laurie Anderson & Sexmob saranno in concerto in Italia il 7 luglio ospiti di Umbria Jazz.
“NON DICO ADDIO “, LAMANTE
Lamante, progetto musicale di Giorgia Pietribiasi, ha pubblicato (per Artist First), il suo secondo album che segna un passaggio profondo e necessario nel suo percorso creativo, interamente scritto da lei e prodotto con Taketo Gohara.
Il nuovo disco ha preso forma lontano dalle dinamiche tradizionali dello studio, in una dimensione più intima ed essenziale. Per registrarlo, l’artista è tornata nei luoghi della sua infanzia, in Veneto, trovando nella Chiesa di San Francesco di Schio lo spazio in cui la musica potesse risuonare in modo autentico. Qui ha portato con sé gli oggetti realizzati nei due anni trascorsi a confrontarsi con i propri sogni e, circondata da queste presenze oniriche, ha registrato i brani del disco. Un lavoro che non cerca di spiegare il dolore, ma di attraversarlo, trasformandolo in suono, immagine e presenza.
Insieme al disco è fuori il video de Una magia più forte della morte, una delle canzoni più forti ed emozionanti, del lavoro. Il clip è stato girato in Lituania, nel luogo che Giorgia aveva sognato e poi cercato insieme al regista Nicolò Bassetto. Nel sogno Giorgia si vedeva su una collina piena di croci accanto a una casa sorvolata da stormi di uccelli. Dopo una lunga ricerca, hanno scoperto che quel luogo esisteva davvero: non era un cimitero, ma un santuario di ex voto. Quelle croci, quindi, non parlavano di morte ma di vita, memoria e devozione. Per questo il video accompagna Una magia più forte della morte, un brano che racconta il lutto come esperienza insieme collettiva e profondamente privata, ma attraversata da una forte tensione vitale: davanti al vuoto si può soccombere oppure scegliere di celebrare la vita.
“TRAIN ON THE ISLAND”, ALDOUS HARDING
La musica di Aldous Harding è calda e invitante. La cantautrice neozelandese si muove tra i suoi arrangiamenti folk psichedelici, cantando enigmi privati e cambiando il tono della voce da una canzone (o persino da una strofa) all’altra. Nonostante le molteplici sfaccettature che incarna, non fatica mai a contenerle. È come un’attrice caratterista di lungo corso: ti dimentichi, molto in fretta, di riconoscerla.
Nel suo album migliore, Train on the Island, Harding si avvicina più che mai all’obiettivo della macchina fotografica senza però essere messa a fuoco. Il testo della scintillante prima canzone, I Ate the Most, imita una confessione straziante. Harding canta con una voce profonda e gutturale, e la musica è pervasa da suoni notturni: percussioni scricchiolanti, organo. L’atmosfera è carica, intima. Eppure, nonostante la sua voce sia premuta contro il tuo orecchio, non sospetti mai che questo “io” di cui canta Harding possa essere Harding stessa. O forse intuisci che Harding comprende meglio di chiunque altro che l’“io” in prima persona è un abito temporaneo, capace di assumere forme irriconoscibili proprio davanti allo specchio.
“AMERICAN FOOTBALL (LP4)”, AMERICAN FOOTBALL
Molte cose accadono in Bad Moons, il brano culminante e centrale del quarto album degli American Football. Con la sua sincera dizione tipica del Midwest, Mike Kinsella allude all’abuso di droghe e alcol, all’infedeltà coniugale e al risveglio sessuale di mezza età, all’autolesionismo e ai pensieri suicidi, a una terapia di coppia e a un finale (relativamente) felice per ridimensionare il dolore. Ma tutto quel sangue sulla carta non è paragonabile a ciò che accade dopo che smette di cantare. Mentre il quartetto si avvia verso un crescendo post-rock e un finale malinconico e innevato, leggermente accompagnato dal suono di bambini in un parco giochi, Kinsella e i suoi compagni di band tessono la narrazione in un linguaggio caleidoscopico tutto loro.
In LP4, tutto è in gioco. Ciò significa che, oltre alle loro solite ballate scintillanti e poliritmiche, gli American Football possono suonare proprio come i Disintegration in No Feeling, o come gli Smiths, se avessero tutti conseguito un master in jazz invece di sciogliersi, in Patron Saint of Pale. Possono scrivere la loro canzone pop più orecchiabile di sempre con Wake Her Up e dedicare due brani a motivi strumentali scarni che spezzano il ritmo come una brutta notizia al telefono durante un incontro intimo. Kinsella ora mostra le crepe nella sua voce eternamente giovanile, soffocando la parola “collapsed” in Bad Moons, poi in Patron Saint of Pale canta un esausto e improvvisato “fuck it!” prima di proporre una partita a sasso-carta-forbici per risolvere un divorzio burrascoso.
“ALGORITMOCRAZIA”, EDY

Nuovo album di EDY, compositore, autore, musicista e produttore nato a Milano, cresciuto a Catania e romano d’adozione, è un viaggio tra rock alternativo italiano e cantautorato contemporaneo, attraversato da una lucida critica alla società digitale, con testi crudi e autentici, chitarre distorte, atmosfere dense e malinconiche, influenze emo e urban. Dieci brani – tutti scritti da EDY, composti e prodotti insieme al giovane talento di HERESIA, suo figlio di soli 14 anni – che esplorano la fragilità emotiva, l’amore imperfetto, l’ansia transgenerazionale e il rapporto sempre più complesso tra esseri umani, social e algoritmi.
EDY racconta l’industria musicale dominata dai numeri, dinamiche sociali che soffocano l’ascolto e la comprensione, fragilità emotive, ansie, i vuoti lasciati dalle relazioni finite e il peso della nostalgia, mescolando introspezione personale e critica sociale. Ci sono momenti di ribellione e riflessione sull’identità e sul coraggio di restare fedeli a se stessi, alternati a tracce malinconiche che scandagliano il dolore, la solitudine e le difficoltà dell’amare. Un album che oscilla tra rabbia e vulnerabilità, lucidità e malinconia, tra critica del mondo esterno e introspezione profonda, creando un racconto coerente della contemporaneità e della condizione emotiva di chi cerca autenticità in un contesto sempre più artificiale.
Edy sarà stasera, venerdì 8 maggio, al Centro Zo di Catania, il 10 maggio al Barrio’s ed il 14 maggio al Punk Funk di Palermo.
“PRIMO AMORE”, MANNARINO

A 46 anni, Mannarino fa i conti con se stesso, con le sue fragilità, con i grandi interrogativi dell’uomo. «A un certo punto ho iniziato a chiedermi: chi siamo? dove siamo? dove stiamo andando», racconta il cantautore romano. «E questa è stata la spinta motrice per l’album che poi è nato». Un disco che arriva a cinque anni dal precedente, ma del quale è una naturale evoluzione, e che ha iniziato a prendere forma in una capanna a Panama, dove l’artista si è rifugiato per un mese, accompagnato «solo da un chitarrino».
Primo Amore diventa così un mondo sonoro in cui c’è un uomo sospeso tra continui opposti: cielo e terra, vita e morte, luce e oscurità, bene e male, Maradona e Manu Chao, la world music e De André, Battisti e Chico Buarque De Hollanda, Tom Waits, Roma e il resto del mondo. E, raccontando di se stesso, racconta anche l’universo che gli gira intorno. Un viaggio circolare, che inizia e si conclude da dove era iniziato. In un’operazione di sottrazione, sia a livello musicale che di scrittura. Un album nel quale ci ha messo «l’anima mia e tutto il cuore, oltre a tutta la ricerca fatta in questi anni. Ho pianto mentre scrivevo, mi sono indagato dentro, ho fatto un viaggio lontanissimo per riportare indietro queste cose. Non ci sono canzoni jingle. E invece mi pare che la musica italiana vada tutta in questa direzione, la responsabilità è delle case discografiche e molto anche di tutto il sistema di diffusione, di informazione, dei social».
“ANGEL NAMES”, ANGEL NAMES

Chiara Amalia Bernardini e Nicola Mora compongono musica insieme da molti anni, durante i quali il loro rapporto interpersonale e quello musicale hanno assunto varie sembianze, tra cui KICK. Angel Names ne è la definizione attuale. Angel Names è anche un album: con la massima integrità e chiarezza di visione, il duo ha creato la propria interpretazione di come dovrebbe suonare un disco alternative rock. Chiara Amalia è attratta da sonorità black, death e dark. Nicola invece ama lo shoegaze e la library music italiana. Il disco non suona come nulla di tutto ciò.
I contrasti complementari degli Angel Names, con mood dreamy e l’impiego delle due voci, suonano come una foresta dietro una porta, come il battito di un paio di ali ottenute da materiali di fortuna, come un cielo rosso in amore.
“RITUALE”, IBLA
Una ragazza di sedici anni promessa a un uomo che non ha scelto: da questa immagine antica prende le mosse Rituale è brano con cui Ibla (Claudia Iacono) è entrata fra i dieci finalisti del 24° Premio Amnesty International Italia, sezione Big, istituito nel 2003 da Amnesty International Italia e Voci per la Libertà per premiare la migliore canzone sui diritti umani pubblicata nell’anno precedente da un cantante italiano affermato. Il brano rileva un archetipo del passato — il matrimonio come patto tra famiglie — per spostarlo nel presente e interrogarne le eredità culturali e simboliche.
La canzone non si limita a evocare: la costruisce. Testo e musica dialogano su un terreno in cui le formule rituali e le invocazioni popolari della tradizione siciliana vengono smontate e ricomposte come lessico di resistenza. La vicenda della “sposa bambina” serve da catalizzatore per una riflessione più ampia — quanto delle scelte che chiamiamo nostre è davvero autogenerato e quanto è eredità di ruoli e prescrizioni sociali? Ibla pone la domanda con uno stile che alterna immagini puntuali e metafore controllate, evitando la retorica e privilegiando la precisione narrativa.
Sul piano sonoro Rituale lavora per sovrapposizione e dissonanza produttiva: tamburi e tonalità di matrice folklorica convivono con bassi elettronici e texture urbane, creando un paesaggio sonoro in cui il canto tellurico dell’artista si impone come asse drammaturgico. Questa saldatura di archetipi e ibridazioni contemporanee non mira al restauro, ma alla trasformazione — il rito non viene conservato come reliquia, ma trasformato in strumento per nominare nuove possibilità.
Il videoclip ufficiale diretto da Andrea Vanadia — con fotografia di André Tedesco e montaggio di Eleonora Cassaro — evita la facile iconografia folklorica e sceglie invece di sovrapporre corpi, terra e simboli del Sud in sequenze che non spiegano ma mostrano il rito come esperienza che accade. L’intento registico è quello di un processo di svelamento piuttosto che di rappresentazione: il rito non si mette in scena come ricostruzione etnografica, ma si lascia vedere nelle sue dinamiche performative.
“TULIPANI”, JB
Dopo i recenti singoli Non spegnere la notte e Come sei, JB si prepara a inaugurare un nuovo capitolo del suo percorso artistico con Tulipani, accompagnato da un videoclip girato a Shanghai. Un brano soul pop contemporaneo che nasce da un’immagine potente e simbolica: un campo di tulipani che lentamente brucia. Una metafora delle persone e delle identità che rischiano di essere schiacciate dalle guerre, esterne e interiori. Un racconto che parte dalle tensioni del presente ma si apre anche alle battaglie quotidiane, alle fragilità individuali e al bisogno di restare riconoscibili in un mondo che spesso tende a uniformare.
«Tulipani è una canzone che parla delle guerre che viviamo, ma anche di identità», spiega l’autore. «Di ciò che perdiamo quando smettiamo di essere noi stessi. Allo stesso tempo è un invito a restare diversi, colorati, vivi».
Dal punto di vista musicale, il brano unisce un beat elettronico moderno a una linea vocale delicata e soffiata, spesso in falsetto, creando un contrasto emotivo tra energia ritmica e fragilità interpretativa. La voce non cerca di dominare la musica, ma di attraversarla, trasformando il canto in un racconto intimo e immersivo.
Il videoclip, diretto da Alessandro iBolz e girato durante un viaggio dell’artista a Shanghai, nasce da una precisa scelta estetica: uno spazio urbano, lontano e simbolico che diventa metafora di spaesamento, identità e trasformazione. L’uscita del singolo sarà seguita da un live, il 9 maggio a Roma, all’Alibi Club (Via Monte Testaccio 44, Roma – inizio ore 22, ingresso 18€), dove JB porterà sul palco il nuovo progetto in versione elettrica con la band, inaugurando una nuova fase del suo percorso live.
“BURNING HOPES”, MATTHEW LEE
Matthew Lee, pianista e perfomer italiano tra i più acclamati a livello internazionale, torna sulle scene discografiche con un medley tra Burning Love di Elvis Presley e High Hopesdei Panic! At The Disco. Da una parte l’energia del rock’n’roll e dall’altra la carica moderna e ottimista della hit mondiale dei Panic! At The Disco, fusi assieme in un freschissimo arrangiamento country rock che definisce la nuova direzione artistica e discografica di Matt nel panorama country moderno.
Il risultato è un brano coinvolgente che mantiene l’anima ribelle di Elvis proiettandola in una dimensione moderna dove una strumentale tradizionale viene mixata con sonorità contemporanee. Matthew riesce a trasformare due mondi apparentemente lontani in un unico flusso musicale, dove il pianoforte diventa il ponte tra l’iconicità del passato e la potenza melodica del presente. Il video è prodotto da Imsocial, con la direzione di Federico Bisacco e la fotografia di Mattia Poppa, ed esplora un’estetica visiva coerente con l’identità del progetto, trasformando il suono in esperienza visiva.
«Volevo creare qualcosa che unisse le mie origini a quello che vedo oggi nel mio futuro artistico», racconta Matthew Lee. «Un suono nuovo che attinge dal country moderno, quello che riempie gli stadi in America. Con il mio producer Bruno Riva e i miei musicisti ci siamo chiusi in studio e abbiamo iniziato a ragionare, così ci è venuta in mente l’idea di unire due brani e creare qualcosa di nuovo».
Al via da maggio il nuovo spettacolo di Matthew From 20’s to 20’s – the piano odissey. il concept show che trasforma il concerto in un vero e proprio viaggio attraverso un secolo di musica, energia e spettacolo. Il pianista unisce classici intramontabili e grandi successi contemporanei in un’esperienza teatrale e musicale. Il debutto il 30 maggio allo Swing & Beer di Buscemi (Siracusa).
