– Ogni domenica, segnalisonori dà uno sguardo approfondito a un album significativo del passato. Oggi rivisitiamo uno dei capolavori della storia della musica e della poesia, un’opera preveggente, che già nel 1992 annunciava una volgare presidenza americana da reality show
Nei primi anni Novanta, Leonard Cohen sembrava occupare nella musica popolare il posto che nella scienza aveva lo scienziato Schrodinger (uno dei maggiori fisici del XX secolo per i fondamentali contributi alla meccanica quantistica): allo stesso tempo leggendario e dimenticato. Venticinque anni prima, la musica popolare sensuale ma non sentimentale del poeta e romanziere nato a Montreal lo aveva reso il fiore urbano del rock psichedelico, e un tombeur de femme di donne brillanti da Judy Collins a Joni Mitchell a Janis Joplin.
All’inizio degli anni Ottanta, era una tale reliquia che l’album contenente quella che è diventata la sua canzone più famosa non fu inizialmente pubblicato negli Stati Uniti. Il suo ritorno del 1988, I’m Your Man, un capolavoro di sintetizzatori cinematografici e di cupi presagi, è stato cruciale per quella che Cohen amava chiamare la sua «resurrezione». Ma lo status che raggiunse al momento della sua morte, nel 2016, come guru della scrittura di canzoni dal potere incantatorio, era tutt’altro che sicuro.
Il contesto storico
Rilasciato alla fine del novembre 1992 come seguito di I’m Your Man, l’album The Future rappresentava la ricerca di una verità duratura in quelle che percepiva come rovine scadenti e disumanizzate del tardo capitalismo. Quando I Will Always Love You di Whitney Houston e Timeless: The Classics di Michael Bolton erano in cima alle classifiche statunitensi, il nono album in studio dell’allora cinquantottenne Cohen offriva una colonna sonora altrettanto stravagante ma più ambigua al trionfalismo post-Guerra Fredda: un rock laccato con tastiere, archi, un coro, diversi produttori e orde di turnisti, registrato in una dozzina di studi. La voce roca di Cohen è al centro, con testi ringhiosi che più che confondere il sacro e il profano, ne raccontano con distacco la coesistenza. Il paradiso è nella grondaia, e viceversa: alleluia, che te ne importa? Composto di nove canzoni, della durata di un’ora, alterna alcuni dei migliori brani originali di Cohen a due improbabili cover e un brano strumentale. I’m Your Man ha riportato in vita Cohen, The Future ha dimostrato che avrebbe continuato a catturare la vita, in tutte le sue caotiche contraddizioni.
Dopo un tour mondiale all’insegna del sold-out per I’m Your Man, Leonard Cohen aveva inizialmente pianificato di riunirsi con la crew a Montreal. Invece, andò nella soleggiata Los Angeles per arruolare la cantante Jennifer Warnes, e praticamente non se ne andò. Scambiava testi spirituali con Sonny Rollins in tv a tarda notte. Si crogiolò nell’entusiasmo per un nuovo album tributo, I’m Your Fan del 1991, che includeva R.E.M., Pixies, Nick Cave e, fatalmente, l’influente versione di Hallelujah di John Cale. Frequentò e si fidanzò brevemente con l’attrice Rebecca De Mornay, che accompagnò alla cerimonia degli Oscar. Ma scrivere canzoni fu un processo angosciante, che lo lasciò «distrutto». Lottò contro la depressione. Vide incendi divampare nel suo quartiere durante la rivolta seguita al verdetto di Rodney King. Per quattro mesi, interruppe ogni lavoro mentre il maggiore di due figli avuti da una precedente relazione si riprendeva da un incidente d’auto quasi mortale.
Molti dei temi di The Future erano già presenti in I’m Your Man: entrambi gli album consacrarono Cohen come un profeta dell’umorismo macabro, capace di condensare la portata di sesso, religione e mali sociali in un synth-rock ironico, disposto a scrivere e cantare da prospettive che riflettono il peggio della natura umana. I due album furono anche la prova concreta della nascente convinzione di Cohen che le sue affermazioni amare e sarcasticamente divertenti fossero meglio servite da un backbeat sincopato, o, come preferiva dire, da «una piccola traccia dance bollente». Sebbene The Future non sia stato il preferito del pubblico, è l’album più bizzarro, più sfarzoso e più chiaroveggente.

Una delle trovate di The Future fu quella di inserire la routine apocalittica di Cohen nel contesto più incisivo offerto dalla caduta del Muro di Berlino, nel 1989. «Fu un evento universale, come Davide e Golia, come la Crocifissione», spiegò Cohen. Il crollo della cortina di ferro e la disgregazione dell’Unione Sovietica furono motivo di festa per la maggior parte degli osservatori occidentali progressisti. Non altrettanto per Cohen, che prevedeva un costo «enorme» in termini di sofferenza umana che sarebbe derivato dai mutevoli scenari politici.
Le tracce dell’album
La canzone d’apertura dell’album, flessuosamente funky, si intitolava originariamente If You Could See What’s Coming Next, ma Cohen ha finito per abbandonare la distanza di sicurezza del condizionale in favore di una visione in prima persona cupamente esilarante. Il brano si pone come una risposta roca e impassibile a quella che il politologo Francis Fukuyama aveva definito “La fine della storia”: «Dammi crack e sesso anale», intima Cohen nel primo minuto del disco. «Prendi l’unico albero rimasto / E infilalo nel buco / Nella tua cultura». È una canzone ricca e polivalente, che comprende riferimenti a Stalin, Gesù Cristo, l’aborto, Charles Manson e Hiroshima, invocando il pentimento come un predicatore da marciapiede solo per poi tornare sui propri passi e mettere in discussione l’intero concetto. Il narratore di Cohen si definisce «il piccolo ebreo / Che ha scritto la Bibbia». Nel ritornello, così agghiacciante da essere assurdo, annuncia di aver «visto il futuro, tesoro/È un omicidio», e le coriste angeliche gli rispondono con una melodia senza parole.
La diagnosi sociale di Cohen è cupa: «La bufera del mondo/Ha varcato la soglia/E ha rovesciato/L’ordine dell’anima», canta, suggerendo che il ritmo caotico della vita contemporanea ha rovesciato gli ideali umanisti sulla sacralità dell’individuo. «Siamo già nel diluvio, solo che il diluvio è interiore», ripeteva nelle interviste. «Cos’è che le persone non riescono a sopportare? Non riescono a sopportare la realtà in cui vivono».
L’inquietante Democracy, con il suo procedere da marcia militare, offre un’altra enigmatica risposta all’autocompiacimento della Pax Americana. Tra rullanti ritmati e un riff di armonica sospettosamente soul, Cohen gracchia il ritornello che «la democrazia sta arrivando negli Stati Uniti», ma lascia aperta la questione di quale sistema di governo sia in vigore da oltre due secoli. Invece di foreste di sequoie o maestose montagne viola, la terra immaginaria della libertà di Cohen emerge «dalle fiamme dei senzatetto/Dalle ceneri dei gay», quest’ultimo verso è un’allusione macabra alle centinaia di migliaia di persone morte durante la crisi dell’HIV/AIDS. Lascia spazio all’ottimismo, accennando ai «luoghi sacri dove le razze si incontrano», ma conclude con un’immagine preveggente e deprimente: il suo narratore, che «non è né di sinistra né di destra», se ne sta a casa, «perdendosi in quel piccolo schermo senza speranza», «testardo come quei sacchi della spazzatura/Che il tempo non può decadere». Mentre la canzone scivola nella notte stellata, Cohen continua: «Sono spazzatura ma continuo a reggere questo piccolo bouquet selvaggio».
La democrazia, suggeriva Cohen nelle interviste, non sarà all’altezza del vecchio obiettivo illuminista di una cultura meno stratificata e più egualitaria, dove le persone comuni imparano ad «amare Shakespeare e Beethoven». Diceva: «Emergerà in modi inaspettati dalle cose che consideriamo spazzatura: le persone che consideriamo spazzatura, le idee che consideriamo spazzatura, la televisione che consideriamo spazzatura». Democracy può essere interpretata sia come una cupa previsione di una volgare presidenza americana da reality show, sia come la toccante celebrazione, da parte di un osservatore cosmopolita alla Tocqueville, delle masse ammassate che desiderano respirare liberamente.
Le note di copertina di The Future iniziano con una citazione dal libro della Genesi, in dedica a De Mornay, e ci sono momenti nell’album in cui la familiare lussuria di Cohen allude a qualcosa di più duraturo. Il fiddle-country di Closing Time, altrettanto carico di significato quanto i brani più attuali di Future, dipinge una scena esilarante di incontri spensierati da bar – qualcuno «si strofina mezzo mondo contro la coscia», i drink sono corretti con LSD e lo Spirito Santo si chiede: «Dov’è il problema?» – ma al centro c’è una confessione d’amore. Il momento del gioco, quando l’ultima chiamata finisce e i clienti single del bar si accoppiano, funge da ingegnosa metafora di come chiunque trovi una connessione significativa con chiunque. Cohen, ovviamente, dichiara le sue intenzioni in modo più esistenziale: «Ti ho amato per il tuo corpo/C’è una voce che mi sembra di Dio/Che dichiara che il tuo corpo sei davvero tu».
Altrove, la tormentata ricerca di trascendenza di Cohen lo conduce in una direzione più consapevolmente metafisica. I risultati possono essere sconcertanti, ma anche profondi. I suoi giochi con una produzione patinata iniziano a protrarsi in Light as the Breeze, un’ode sdolcinata al sesso orale («Così mi inginocchiai lì, al delta/All’alfa e all’omega/Alla culla del fiume e dei mari…»). Ma il brano è più affascinante per come, ancora una volta, si trasforma in un inno all’ispirazione stessa.
Le due cover – una interpretazione schietta dell’oscuro brano R&B anni ’70 di Freddie Knight Be for Real, che a un certo punto avrebbe dovuto essere il titolo dell’album, e un folle botta e risposta di otto minuti sullo standard cavalleresco di dieci versi di Irving Berlin Always – completano gli altri tentativi di Future di esprimere un amore infinito in un mondo postmoderno che rifiuta le certezze eterne. Se il diluvio è arrivato, allora Cohen sta puntellando tutti i suoi frammenti controcorrente.
Quando Cohen finalmente tace, sul finale di Tacoma Trailer – una melodia stordente e deliziosa di Synclavier e contrabbasso, originariamente composta per un’opera teatrale, che potrebbe fluttuare sui titoli di coda di Twin Peaks – la decisione di escludere la sua voce dalla conversazione appare portentosa e imperscrutabile, come se stesse dichiarando: “Sei da solo”.
Come Tower of Song in I’m Your Man, anche The Future ha una canzone che aiuta a svelare il senso di sé di Cohen come artista. Anthem, un inno ritmato dal ritmo del valzer e dalle sfumature gospel, coprodotto da De Mornay, è incentrato su una quartina influenzata dalla tradizione mistica ebraica della Cabala: «Suona le campane che ancora possono suonare/Dimentica la tua offerta perfetta/C’è una crepa in ogni cosa/È così che entra la luce». Se l’album ha un fondamento filosofico, ha detto Cohen a un intervistatore, è in queste parole. The Future spesso mette a nudo i difetti umani; Anthem è un riconoscimento del fatto che questi difetti ci rendono umani. È anche un’apoteosi: nella fragilità della condizione umana, S’intravede qualcosa di divino, e lo si può anche percepire. Cohen ha detto che Anthem ha richiesto un decennio per essere scritto e che ha provato a registrarlo tre volte. La frase “crack in everything” gli venne in mente prima del 1982 e va ben oltre The Future: «È stato il background di gran parte del mio lavoro», ha detto Cohen. Nel suo ultimo tour, fu l’ultima canzone che suonò prima di saltare giù dal palco per l’intervallo.
Le reazioni all’album
The Future ottenne recensioni entusiastiche, vendite decenti e apparizioni di rilievo in colonne sonore cinematografiche, in particolare in Assassini Nati – Natural Born Killers di Oliver Stone. Un anno dopo, i Nirvana lo menzionarono in Pennyroyal Tea, da In Utero. Ma nel 1994, dopo un altro estenuante tour mondiale, la depressione di Cohen peggiorò e scomparve in un ritiro buddista zen fuori Los Angeles. Trascorsero nove anni tra un album in studio e l’altro. Non si sposò mai. The Future, come tutta l’opera di Cohen, può essere pesante – i commentatori dell’epoca lo soprannominarono a più riprese “il principe dei delusi”, “il monarca del malumore della musica pop” e “il Lord Byron del rock’n’roll” – ma resiste grazie a uno squisito equilibrio tra odio e amore, il peggio dell’umanità e il meglio, la crepa in ogni cosa e la luce che vi penetra.
Quando Cohen morì, all’età di 82 anni, sebbene non fosse ancora un nome popolare, era ampiamente riconosciuto come uno dei più grandi cantautori, la sua opera ammirata in tutto il mondo. «Nella sua ultima intervista disse di essere pronto a morire, e nella sua ultima uscita pubblica disse che avrebbe vissuto per sempre. Entrambe le affermazioni sono vere», dichiarò alla stampa De Mornay, allora cinquantasettenne. «Non c’era nessuno come lui, e non ci sarà mai». The Future è omicidio, ed è riconciliazione, resurrezione, amore infinito; è Mozart ed è gomma da masticare. Entrambe le affermazioni sono vere.
