Disco

Joy Division – “Unknown Pleasures”

Ogni domenica, segnalisonori dà uno sguardo approfondito a un album significativo del passato. Oggi rivisitiamo l’album del 1979 della band di Manchester che ha influenzato gran parte della musica successiva

I Joy Division sono stati il prodotto di un mondo caotico, macerato, esangue. La loro musica è stata come una lunga corsa attraverso gli spazi oscuri e i luoghi deserti di Manchester. Sfilata via tra l’interminabile fila di luci al neon e gli alti muri incolori della zona industriale. E, se è stata così paranoicamente rozza, è solo perché si sono limitati ad accogliere i segnali del mondo intorno a loro e dentro di loro. In questo contrasto fra interiorità ed esteriorità, fra una mostruosa tentazione e un fastidioso ribrezzo, Ian Curtis ha scelto la morte, e con lui i Joy Division. 

La band è nata a Manchester. La musica dei Joy Division respirava gli acri odori di questa Inghilterra provinciale, nuda e condannata, dove fa notte alle quattro e dove la vita si ferma alle sei. Timidi e un po’ torvi, anonimi e pallidi, Ian Curtis, Peter Hook, Stephen Morris e Bernard Albrecht erano i primi a essere stupiti da quello che stavano facendo. 

I Joy Division

Ian Curtis, il cantante del gruppo che si è impiccato nel maggio del 1980 a 22 anni, era l’ingenuità fatta persona. Epilettico, ha passato tutta la sua vita in un suo «mondo a sé». Sognava di andare a Londra e fare «cose che nessuno aveva mai fatto», fu costretto ad andare a lavorare in fabbrica, «ed ero molto contento, perché potevo avere la testa altrove tutto il giorno. Tutto quello che dovevo fare era spingere un carrello con dentro delle balle di cotone. Ma non dovevo riflettere. Potevo pensare a quello che avrei fatto nel weekend, a come avrei speso i miei dischi, quale disco mi sarei comprato… Si può vivere in un mondo a sé».

Annientato da una struttura alienante, sulla scena cercava l’aria, agitava violentemente le braccia come per non annegare. Quelli che lo hanno visto non hanno dimenticato questa sua presenza carismatica, i suoi gesti convulsi, la forza del suo sguardo, la cavernosa profondità della sua voce. Un coraggio sconvolgente e incosciente, privo di calcolo come d’intenzionalità, non assomigliava assolutamente a niente. 

Ian Curtis, il cantante del gruppo, si è impiccato nel maggio del 1980 a 22 anni

La carriera dei Joy Division ha un inizio vagabondo ai margini del punk, la presenza pirata nelle compilation della Virgin e della Fast, un EP – An Ideal for Living – per la Enigma e un disco di debutto, Unknown Pleasures, stampato artigianalmente senza pubblicità, senza passaggi radio, scivolato quasi per caso nella copertina criptica di Peter Saville che ha avuto un impatto potente proprio per il suo aspetto misterioso.

La copertina dell’album

Nella copertina granulosa, anonima e ermetica di Unknown Pleasures dimora la musica più interessante del 1979. Una musica che tiene l’ascoltatore in tensione continua. Il basso suona nettamente sotto l’acqua, la chitarra e la batteria, nascoste nel granaio, risuonano in tutta la casa. In un angolo, avvolto nell’oscurità, Ian Curtis canta con gli occhi semichiusi e la voce atona. Ha visto dentro di sé qualcosa. In Disorder la sua voce esce con un vigore umile e involontario. Velata, spaurita, strana, sembra terrorizzare prima di tutto il corpo in cui abita. Disorder, con il suo riff animale, ripetitivo, schiacciante, è il risultato di un gruppo che sarebbe sopravvissuto a tutto, eredità di un mondo caotico che riesce a esprimersi soltanto grazie a un’ascesi disperata.

In questa lotta contro un mondo che crolla, i Joy Division trionfano con una ferocità e un giubileo imprevedibili. La rabbia conturbante di Wilderness, l’esplorazione temeraria attraverso pallide macerie, con una batteria che sembra rollare scale e la chitarra che sorvola la musica come un motore di elicottero. La sonnambula Insight, con il suo ritmo che va avanti quasi da solo e che accelera le pulsazioni cardiache. Appassito, distaccato, Ian Curtis si lascia completamente guidare dai rimbalzi infiniti della musica. È la rottura, un sussulto di lucidità terificante a fornire l’elemento più intenso. «But I remember when we were young», canticchia frenando il movimento prima di levare in alto la sua voce: «I’m not afraid anymore».

Il suono lento, denso, claustrofobico di Unknown Pleasures è essenzialmente dovuto al lavoro sbalorditivo di Martin Hannett: invece di tagliare ogni strumento per estrarne la potenza, procede con una serie di implosioni, puntando il suono verso l’interno. Echi all’infinito, suoni di strumenti indecifrabili. Hannett ha inventato il suono più umano degli ultimi anni. Chiamatelo industriale, psichedelico, dark wave, è il suono che tutti gli altri cercheranno di imitare, ma che resterà sempre quello dei Joy Division.

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