Recensioni

JOY DIVISION da qui all’eternità

– Esce “Eternal” una raccolta di 16 dischi da 124 euro. L’influenza e l’affetto che circondano la band di Manchester bastano a giustificare un acquisto così costoso?
– Il box-set non è l’introduzione ideale per chi vuole scoprirli, ma resta una testimonianza straordinaria della loro breve carriera: una raccolta dal vivo realistica

I Joy Division sono diventati il simbolo della malinconia esistenziale. Eppure, poche band hanno espresso la stessa intensità e ferocia del quartetto di Manchester, che in pochi anni pubblicò due tra i migliori album post-punk di sempre. Il secondo, Closer, uscì nel 1980, due mesi dopo la morte del cantante Ian Curtis, a soli 23 anni. È soprattutto la sua presenza intensa e indelebile – la voce di un giovane uomo conservata nella foschia ambrata del nastro magnetico – a segnare Eternal, un imponente cofanetto con 16 registrazioni dal vivo distribuite su 14 CD e due DVD.

È una quantità enorme di materiale dei Joy Division e, se si considera la band tra le più morbose della storia del rock, anche una dose generosa di malinconia ricercata. Bono li definì «un antenato della specie che poi sarebbe diventata il goth»: aveva ragione solo in parte. I Joy Division erano originali, non semplicemente goth, e influenzarono profondamente i versatili U2. Il gruppo di Dublino arrivò perfino a “prendere in prestito” il loro produttore, Martin Hannett, per affidargli il singolo 11 O’Clock Tick Tock. La collaborazione finì quando gli U2 scoprirono che era un maniaco del controllo e un alcolizzato che trascorreva gran parte della giornata lavorativa sotto l’effetto dell’LSD.

Gli U2 sarebbero poi diventati la band più grande del mondo, portando però con sé il DNA dei Joy Division. E non furono gli unici a ispirarsi alla musica cupa e solenne del gruppo. L’impronta emerge anche negli Interpol, che ne hanno ripreso la gravità e l’eleganza rigorosa, e nei Fontaines DC, le cui divagazioni poetiche richiamano i testi inquieti di Curtis e il suo interesse per la fantascienza distopica di J.G. Ballard.

I Joy Division non hanno mai conosciuto un vero contraccolpo critico, né una fase imbarazzante come quella attraversata dai New Order, la loro incarnazione dopo Curtis. Tra i momenti meno riusciti di questi ultimi figurano l’incredibilmente inerte Republic del 1993 e la lunga faida tra il cantante Bernard Sumner e l’ex bassista Peter Hook.

È un caso rarissimo: perfino icone come Beatles e Rolling Stones hanno attraversato periodi poco felici. I Joy Division, invece, hanno sempre conservato un’aura oscura e misteriosa, accentuata dal canto inquietante di Curtis, sospeso tra Jim Morrison dei Doors e una pagina particolarmente gelida di George Orwell.

Foto tratta dal film biografico Control (2007), diretto da Anton Corbijn, Sam Riley interpreta il ruolo del protagonista Ian Curtis

Ma l’influenza e l’affetto che circondano i Joy Division bastano a giustificare una raccolta di 16 dischi da 124 euro? Poiché la malinconia disillusa è il loro tratto distintivo, la quantità di sofferenza controllata da assimilare è notevole. Anche per un fan, il cofanetto rischia quindi di trasformarsi in un’impresa costosa.

Sorprendentemente, il rischio non si concretizza. Molte registrazioni dal vivo provengono infatti dai nastri casalinghi di fan irriducibili, gli stessi che un tempo circolavano come CD o vinili pirata. La qualità è quindi spesso incerta, ma proprio questa imperfezione restituisce la crudezza e la forza viscerale dei Joy Division: una componente del loro suono non sempre percepibile nella musica funerea filtrata dall’estetica minimalista di Hannett.

I Joy Division non nascosero mai il loro disappunto per il trattamento riservato da Hannett alle canzoni, anche se in seguito riconobbero la maestosità senza tempo che il produttore aveva dato al loro lavoro. Queste registrazioni mostrano però quanto avesse attenuato sia l’anima punk del gruppo sia il debito verso il Krautrock, evidente soprattutto nella chitarra essenziale di Sumner e nella batteria ipnotica di Stephen Morris.

Ci sono tutti i classici. Le numerose versioni del singolo Transmission passano da atmosfere cupe a esplosioni di pura estasi. Colpiscono anche le versioni ancora in lavorazione di She’s Lost Control, brano su una donna colpita da una crisi epilettica: un tema che avrebbe assunto un significato tragico dopo la diagnosi di epilessia di Curtis. Registrata all’Acklam Hall di Londra nel maggio 1979, questa versione è così tesa da trasmettere claustrofobia anche all’ascoltatore ignaro.

Si può affermare senza esitazioni che i Joy Division siano una delle band più influenti degli ultimi cinquant’anni. Eternal non è l’introduzione ideale per chi vuole scoprirli, ma resta una testimonianza straordinaria della loro breve carriera: una raccolta dal vivo che ne mette a nudo il lato più austero e ritrae una band solitamente controllata, ma qui indomita, libera e magnificamente scatenata.

2 Comments

  • giovanni 7 Ottobre 2026

    Credo sfugga all’autrice dell’articolo che quello rappresentato nella foto tra i grattacieli non è Ian Curtis ma Sam Riley nel biopic Control di Anton Corbijn

    • Giuseppe Attardi 7 Ottobre 2026

      Veramente, all’autrice era sfuggita la didascalia

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