Recensioni

Capossela, Capovilla, la morte e i perdenti

– A  Romaeuropa Festival “E morte non avrà dominio” trasforma Dylan Thomas, Renato Striglia e quindici nuove canzoni in una ballad opera visionaria. Tra fantasmi, radio, guerre, solitudine e anarchia, un’arca malconcia prova a salvare ciò che il presente considera inutile

C’è un’idea di morte che attraversa E morte non avrà dominio senza mai riuscire a vincere. Non è quella solenne dei monumenti né quella addomesticata dei necrologi. È una morte rumorosa, ubriaca, erotica, radiofonica, piena di voci che continuano a parlare quando dovrebbero essere già scomparse. Una morte che, soprattutto, non riesce a impedire alle storie di passare da una persona all’altra.

È da qui che bisogna partire per capire la ballad opera di Vinicio Capossela, presentata ieri a Romaeuropa Festival: non da una trama, perché una trama vera e propria non c’è, ma da un’ostinazione. Quella di continuare a raccontare ciò che il tempo, la società e la cultura dominante vorrebbero archiviare.

Sul palco ci sono Capossela e Pierpaolo Capovilla, ma c’è soprattutto un terzo protagonista invisibile: Renato Striglia, dj radiofonico, amico di Capossela, figura laterale e irriducibile che per anni aveva inseguito un progetto apparentemente impossibile, trasformare in italiano Under Milk Wood (“Sotto il bosco di latte”) di Dylan Thomas. Striglia non riuscì a completarlo. E proprio quella incompiutezza, invece di scomparire, è diventata materia per un nuovo lavoro.

Vinicio Capossela e Pierpaolo Capovilla

È una storia che sembra fatta apposta per Capossela: un’opera lasciata a metà, un uomo fuori dal centro della scena, un poeta morto da tempo, una radio che continua a trasmettere fantasmi. Da questo materiale nasce uno spettacolo che non vuole ricostruire il passato, ma farlo tornare a galla.

La vasca da bagno al centro della scena è la metafora più evidente. A seconda del momento può essere una bara, un letto, una barca, una zattera. Alla fine, diventa un’arca. Non quella monumentale di Noè, ma una specie di relitto domestico: abbastanza grande per contenere qualche sopravvissuto, qualche bottiglia, un paio di fantasmi e soprattutto una quantità spropositata di memoria.

Intorno, la scenografia di Giuliano Spinelli sembra assemblata dopo un naufragio: tralicci, radio, bottiglie, oggetti fuori scala. Il risultato ha qualcosa del gotico di Tim Burton e qualcosa della deformazione di Francis Bacon. Ma il riferimento più importante resta la radio: un apparecchio capace di collegare vivi e morti, presente e passato, realtà e immaginazione.

Capovilla entra in questo universo come se fosse stato convocato direttamente dagli abissi. La sua voce è il vero paesaggio dello spettacolo. Non interpreta semplicemente dei personaggi: li attraversa. Striglia, Thomas, Capitan Gatto e lo stesso Capovilla finiscono per confondersi in una voce che può diventare cavernosa, metallica, improvvisamente enorme. Ci sono momenti in cui sembra di ascoltare un radiodramma proveniente da una stazione pirata trasmessa da un’altra epoca. «Fumo perché non riesco a dormire», dice all’inizio. È una frase minima, quasi banale. Ma dentro lo spettacolo diventa una dichiarazione di poetica: insonnia, memoria, fantasmi e parole sono tutti sintomi della stessa impossibilità di stare tranquilli.

Capossela, invece, costruisce intorno a Capovilla un mondo musicale che non obbedisce a un genere preciso. Blues, swing, folk, ballata, rock, filastrocca e canzone popolare si passano il testimone senza chiedere permesso. La musica sembra provenire da una festa organizzata mentre fuori è già cominciato il diluvio. E forse è proprio questa la cosa più politica dello spettacolo: non accettare l’idea che il mondo debba essere diviso tra vincenti e perdenti.

Vinicio Capossela (foto Francesca Leoncini Studio Arcipelago)

Capossela chiama in causa una piccola confraternita di figure irregolari: Dylan Thomas, Shane MacGowan, Willy DeVille e naturalmente Striglia. Non sono modelli di successo, né esempi di efficienza personale. Sono, piuttosto, persone che hanno trasformato la propria marginalità in linguaggio. È il “diavolo custode”: non necessariamente qualcuno che indica ciò che vorremmo diventare, ma qualcuno nel quale possiamo riconoscere ciò che abbiamo fallito.

Da qui nasce una delle formule più ironiche dello spettacolo: «Fashion for loser». Perché anche perdere, in fondo, può diventare una forma di eleganza quando a perdere sono proprio le regole del mondo che pretende di stabilire chi abbia diritto a essere considerato vincente. Ma il mondo esterno entra presto dentro questa festa di fantasmi. E lo fa senza chiedere permesso.

Capovilla porta sul palco la contemporaneità più brutale: gli ultimi, i migranti, il dissenso, la repressione, la guerra. Parla di chi oggi viene «annegato per legge» e degli ultramiliardari che «finanziano i fascisti». La fantasia di Dylan Thomas si spezza e dentro il *Bosco di latte* entra il telegiornale. È una delle intuizioni migliori dello spettacolo: la radio non trasmette più soltanto fantasmi del passato, ma anche quelli prodotti ogni giorno dal presente.

Le voci di Paolo Rossi, Mauro Ermanno Giovanardi, Patty Pravo, Ornella Vanoni e Nada diventano così parte di una stessa comunità sonora. Non importa più distinguere chi sia vivo, chi sia morto, chi stia recitando e chi stia semplicemente tornando dalla memoria. In questo universo anche la solitudine è diventata un prodotto commerciale.

«La tua solitudine è il nostro business», dice Capovilla. È una delle frasi più efficaci della serata perché riesce a condensare in poche parole una contraddizione contemporanea: siamo costantemente connessi e contemporaneamente sempre più soli; e quella solitudine, anziché essere combattuta, viene monetizzata.

Lo stesso accade al tempo. L’infanzia è il territorio dell’eternità, poi gli anni accelerano e improvvisamente ogni minuto deve servire a qualcosa. Il tempo diventa produttività, investimento, rendimento. Persino l’esistenza sembra dover presentare un bilancio.

La copertina dell’album che rispecchia lo. spettacolo e che uscirà il 22 gennaio 2027

La risposta dello spettacolo è quasi scandalosamente romantica: il desiderio. «Solo gli amanti inceppano le lancette. E la morte». È una frase che sembra uscita da un’altra epoca e proprio per questo funziona. In un mondo nel quale tutto deve essere utile, misurabile e monetizzabile, l’amore resta uno dei pochi modi per perdere tempo senza sentirsi in colpa.

Poi arriva l’ordine. O meglio, arriva la sua caricatura. Capossela e Capovilla cominciano a parlare di pulizia, di case ordinate, di disinfezione. Sembra quasi una pubblicità deformata, una canzoncina domestica trasformata in incubo. «La casa più pulita è quella senza vita», suggeriscono. Poi basta spostare una consonante. Pulizia diventa polizia. E quello che sembrava uno scherzo diventa una scena di sgombero. Il rumore dell’aspirapolvere si trasforma in quello delle esplosioni. La parola «sgomberare» smette di riguardare una stanza e comincia a riguardare tutto ciò che non rientra nell’ordine stabilito: spazi culturali, centri sociali, luoghi del dissenso, persone considerate fuori posto, fino ai popoli interi.

La formula finale è terribile nella sua semplicità: «Fare un deserto e chiamarlo pace». A quel punto lo spettacolo smette definitivamente di essere una rilettura di Dylan Thmas. Diventa un’allegoria del presente. Eppure, Capossela non risponde alla violenza con altra retorica. Risponde con una canzone. Ai cancelli dell’Eden arriva come una parentesi dolorosa, una preghiera laica per le vittime innocenti della guerra, soprattutto per i bambini.

È qui che l’arca torna a essere visibile. Capovilla dentro la vasca, ormai trasformata in imbarcazione, sembra un Noè che non ha ricevuto istruzioni sufficientemente precise. Non deve salvare soltanto gli animali. Deve salvare storie, canzoni, poeti, perdenti, ricordi, desideri. Deve salvare soprattutto ciò che non ha valore secondo la contabilità del mondo.

Ed è proprio qui che il destino di Striglia acquista un senso quasi commovente. Il suo progetto era rimasto incompleto. Non era riuscito a portarlo fino in fondo. Ma l’incompiuto non è necessariamente un fallimento. Può diventare un seme. Può essere raccolto da qualcun altro, trasformato, tradito, reinventato. È ciò che accade qui. La morte di un uomo non impedisce alla sua idea di tornare in scena. La fine di un progetto non coincide necessariamente con la sua scomparsa. Un’assenza può diventare una presenza diversa. Ecco perché il titolo non è soltanto una citazione poetica, ma la vera dichiarazione dello spettacolo: la morte può interrompere una voce, non necessariamente ciò che quella voce ha messo in circolo.

Il finale arriva quasi fuori copione. Capovilla torna sul palco e dedica un omaggio alla Palestina, portando fuori dal dispositivo teatrale una realtà che non può più essere mascherata da allegoria. Poi Capossela riappare e, come spesso accade nel suo universo, imbocca una strada laterale: Davide Rizzio, musicista piemontese arrivato alla corte di Maria Stuarda, la tradizione che gli attribuisce *Auld Lang Syne*, il canto scozzese dei vecchi amici e dei tempi passati. Poi una birra, un brindisi, il ricordo di Vincenzo Costantino “Cinaski” e un’altra frase che sembra arrivare direttamente dal fondo di un bicchiere: «Il bar non ti regala ricordi, ma i ricordi portano sempre al bar».

Non potrebbe esserci conclusione più coerente. Perché E morte non avrà dominio non è, alla fine, uno spettacolo sulla morte. È uno spettacolo sulla sopravvivenza delle cose inutili: una canzone, una voce radiofonica, un poeta dimenticato, un progetto incompiuto, un amore, un bar, una bottiglia, una storia raccontata ancora una volta.

E mentre fuori dal teatro il mondo continua a premiare i vincenti, dentro l’Olimpico Capossela e Capovilla mettono insieme la loro piccola congrega di perdenti. Non hanno un piano per salvare il mondo. Hanno un’arca rattoppata. Per ora può bastare.

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