Interviste

Interviste storiche/1: Max Roach

Dall’archivio personale ripesco alcune chiacchierate avute con protagonisti della storia della musica che non ci sono più. Colloqui non legati ad avvenimenti particolari, ma che sono quasi una sorta di lezione di vita, dai temi ancora oggi attuali. Il primo è con uno dei padri del jazz moderno. «Ma se fossi nato oggi, avrei fatto rap», confessò il batterista afroamericano in un camerino del Teatro San Paolo di Acireale nel 1986
Da sinistra: Sven Bolheim, Max Roach e Charlie Parker

Max Roach (1924-2007) per cinquant’anni ha scandito il ritmo del jazz. Aveva cominciato appena terminate le scuole con Charlie Parker nel locale “Uptown House”. Nel 1944 il debutto discografico con Coleman Hawkins e nello stesso anno la collaborazione con Dizzy Gillespie nei localini della Cinquantaduesima strada. Lavorando con Miles Davis, Hawkins e Parker e in molti gruppi divenne il più giovane batterista del nascente movimento bebop e uno dei padri del jazz moderno. 

Il batterista è venuto più volte in concerto in Sicilia, sia con una sua formazione, sia in compagnia di altri big, memorabile un concerto con Gillespie a Siracusa nell’agosto del 1989. Io ebbi modo d’incontrarlo qualche anno prima, nel marzo del 1986, nei camerini del teatro San Paolo di Acireale in occasione del concerto tenuto nell’ambito della stagione del Brass Group acese. Con molta umiltà e signorilità si mise a mia disposizione per una lunga chiacchierata, durante la quale toccammo diversi argomenti. Partendo dall’amico Charlie Parker.

La locandina del concerto (dall’archivio di Rosario Strano)

«Charlie Parker? Un genio, un uomo con uno spiccato senso dell’humour. Lui, Thelonious Monk e Dizzy Gillespie sono stati i miei grandi maestri».

Oggi il fervore e lo spirito di quell’epoca appaiono lontanissimi. La musica jazz sembra attraversare una fase di transizione e di riflessione.

«Il jazz è in continuo movimento. Un musicista afroamericano può variare perché la black music ha differenti ramificazioni. C’è il jazz, musica fondamentalmente strumentale, ci sono il blues e il pop, caratterizzati dall’uso della voce, e poi altre varianti come la fusion di Miles Davis e Herbie Hancock. C’è ancora il gospel, musica prettamente religiosa. Al musicista, quindi, si presentano diverse possibilità di espressione: il jazz è solo una di queste. Il rap, ad esempio, è quella più recente e più nuova, ed è diventata espressione delle generazioni nere più giovani. Se nascessi oggi, anch’io farei rap».

Quindi non è più il jazz la musica nella quale si riconosce il popolo afroamericano?

«Alla gente piacciono diversi tipi di musica. Al popolo black può piacere il rap, oppure Ella Fitzgerald, Miles Davis, Michael Jackson, Max Roach. Dipende dal sentimento del momento. Non si può più generalizzare. Forse nel passato il jazz ha potuto rappresentare la civiltà nera».

L’album “We insist! Freedom now suite”

Esiste ancora il razzismo, quel tipo di razzismo contro cui lei incise We insist! Freedom now suite?

«Negli Stati Uniti esistono differenti culture, razze e religioni. Ma, soprattutto, si combatte tra chi ha qualcosa e chi ha niente. La gente di colore combatte per il lavoro, per la famiglia. Al governo ci sono irlandesi, americani bianchi europei, non negri, e nessuno si occupa di loro. Il problema non è presente soltanto negli Stati Uniti, ma ovunque: è questo che ho voluto evidenziare in quel disco. Sì, combattiamo adesso e combatteremo ancora in futuro».

Il fatto che oggi si registri in musica un ritorno alle origini, dopo l’epoca dello sperimentalismo più sfrenato, può significare da parte del popolo afroamericano l’esigenza di far gruppo, di riaggregazione?

«Qualche volta può essere vero. Accade quando si accorgono che non possono andare più avanti per quella strada. Ma il fatto di suonare e ascoltare Duke Ellington, Louis Armstrong, Parker, non è nostalgia. Il jazz è la musica che ha accompagnato la storia del popolo nero, che è storia di oppressione e lo sarà ancora in futuro».

C’è sulla scena un giovane batterista che domani potrebbe prendere il suo posto?

«Ci sono molti talenti emergenti: Idris Mohamed e Tony Williams, ad esempio, e altri ancora più giovani. Esiste una nuova generazione di eccellenti musicisti, vedi Wynton Marsalis. Sono artisti ovviamente che devono migliorare per poter fra dieci, venti anni essere celebri come Gillespie e me, ma rappresentano un buon inizio».

Max Roach (1924-2007)

Recentemente lei ha sperimentato diverse situazioni musicali. Ha lavorato con Cecil Taylor, con un ensemble di percussionisti (M’Boom), con un quartetto d’archi. Cosa ha in cantiere ancora?

«Sto scrivendo un libro autobiografico, s’intitola Jazz è una parola di quattro lettere e racconterà le mie tristezze ma anche i miei momenti felici. Parlerà di razzismo e dei musicisti jazz. Mostrerò come sia difficile fare il musicista jazz in America, ma anche in Europa e in Italia. In estate tornerò in Italia per suonare in diversi festival con la formazione di percussionisti M’Boom. Nel frattempo, compongo musica per teatro e insegno all’Università. Sono attratto dalle nuove tecnologie video e dall’elettronica, ed ho anche danzato la musica rap!».

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