Mostre

Il ritorno della Polaroid nell’era dello smartphone

– Gli scatti fatti dal grande fotografo giapponese Nobuyoshi Araki con la fotocamera istantanea aprono il festival “Dromos” in Sardegna. Non è solo una tendenza artistica, né una moda vintage, ma offre qualcosa che il presente ha quasi smarrito: la materialità del ricordo
– La mostra introduce il tema della rassegna aprendo spazi di riflessione e custodendo ciò che normalmente sfugge allo sguardo.  Carmen Consoli, Stefano Bollani, Subsonica, Sarah Jane Morris con il Solis String Quartet, Cory Henry & The Funk Apostles fra gli ospiti

C’è stato un tempo in cui una fotografia non era un file, ma un oggetto. Si aspettava qualche minuto tenendolo tra le dita, scuotendolo inutilmente – perché il gesto serviva più a placare l’impazienza che ad accelerare il processo chimico – e poi lo si infilava nel portafoglio, lo si regalava a un amico, lo si appuntava sul frigorifero. Oggi, nell’epoca delle immagini infinite e dell’archiviazione digitale, quella piccola magia analogica sta vivendo una seconda giovinezza. La Polaroid è tornata. Non come semplice esercizio di nostalgia, ma come risposta culturale all’eccesso di fotografie che produciamo ogni giorno.

Secondo gli analisti del mercato fotografico, la crescita delle fotocamere istantanee e delle pellicole dedicate procede ormai da diversi anni, sostenuta soprattutto dalle nuove generazioni. Paradossalmente sono proprio i ragazzi cresciuti con gli smartphone a riscoprire il fascino dell’immagine unica, irripetibile, imperfetta. In un mondo dove ogni scatto può essere corretto, filtrato e replicato all’infinito, la Polaroid restituisce valore all’errore, all’attesa e persino all’imprevedibilità.

La fotografia istantanea torna così a essere esperienza, non soltanto immagine. È una sorta di antidoto alla “bulimia visiva” dei social network. Ogni cartuccia costa, ogni scatto richiede una scelta, ogni errore pesa. Per questo la Polaroid obbliga a rallentare, a guardare meglio, a decidere quando vale davvero la pena premere il pulsante.

Non sorprende allora che anche il mondo dell’arte continui a considerarla uno strumento espressivo privilegiato. Lo dimostra la mostra Secret Pages, dedicata al grande fotografo giapponese Nobuyoshi Araki, che inaugura il 18 luglio alla Pinacoteca Carlo Contini di Oristano, aprendo ufficialmente la ventottesima edizione del festival Dromos, quest’anno dedicata al tema dei segreti.

Il fotografo giapponese Nobuyoshi Araki

Curata da Sonia Borsato, l’esposizione raccoglie 122 opere provenienti dalla Collezione Molinas Balata: ben 101 sono Polaroid, affiancate da ventuno fotografie di vari formati. Non è una semplice retrospettiva, ma un viaggio dentro la poetica di uno dei maestri della fotografia contemporanea, autore di oltre cinquecento libri fotografici e inventore di quella che lui stesso definisce I-Photography, una fotografia autobiografica capace di trasformare la quotidianità in racconto.

Nel caso di Araki, la Polaroid non rappresenta una scorciatoia tecnica, ma quasi un’estensione della memoria. Le sue istantanee diventano pagine di un diario personale, registrano il trascorrere del tempo, l’intimità, il desiderio, la perdita, la fragilità dell’esistenza. L’immediatezza della stampa coincide con l’immediatezza dell’emozione.

«Superato il primo impatto visivo, le fotografie di Araki rivelano una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla natura effimera della bellezza e del desiderio», osserva la curatrice Sonia Borsato. «Dietro ciò che può apparire provocazione si nasconde una meditazione sulla fragilità dell’esistenza e sul mistero stesso del vivere».

Il collezionista Pietro Molinas Balata individua invece nella forza visionaria dell’artista la capacità di andare oltre la superficie: «Con la sua genialità Araki riesce a rappresentare le variegate sfere della donna, della flora e delle cose, facendo emergere le parti nascoste e segrete, quelle più o meno ardenti e altre particolarmente oniriche».

È significativo che proprio le Polaroid occupino il cuore della mostra. Per Araki l’istantanea non è un semplice supporto, ma un linguaggio. Ogni fotografia nasce già come oggetto definitivo, senza possibilità di ripensamenti. È il contrario dell’immagine digitale, continuamente modificabile. Forse è proprio questa irripetibilità ad affascinare oggi un pubblico cresciuto nell’illusione che tutto possa essere cancellato, rifatto e condiviso all’infinito.

Del resto, il ritorno della Polaroid attraversa ormai anche la moda, la musica e il cinema. Molti artisti utilizzano le istantanee per documentare backstage, tournée e momenti privati proprio perché possiedono un’autenticità che gli smartphone faticano a restituire. Le copertine di album, i videoclip e perfino le campagne pubblicitarie recuperano sempre più spesso quella grana morbida, quei colori leggermente slavati, quei bordi bianchi che sono diventati un’icona estetica.

Ma ridurre il fenomeno alla nostalgia sarebbe un errore. La Polaroid piace non perché appartenga al passato, bensì perché offre qualcosa che il presente ha quasi smarrito: la materialità del ricordo. Un’immagine stampata occupa uno spazio fisico, si rovina, ingiallisce, porta i segni del tempo. È un oggetto che invecchia insieme a chi lo conserva.

In questo senso “Secret Pages” dialoga perfettamente con il tema scelto dal festival Dromos, “Secrets”. Le fotografie di Araki non spiegano, suggeriscono; non documentano soltanto, custodiscono. Come ogni vera Polaroid, sembrano ricordarci che esistono immagini destinate non tanto a essere viste da tutti, quanto a essere tramandate da qualcuno.

Forse è questa la ragione più profonda del ritorno della fotografia istantanea. Nell’epoca dell’iperconnessione, la Polaroid reintroduce il valore della rarità. Ogni scatto è unico, irripetibile e non replicabile con un semplice clic. È una fotografia che non vive per accumulare “like”, ma per sopravvivere al tempo. Ed è proprio questo, oggi, il suo segreto più prezioso.

“Secret Pages” inaugura dunque e si inserisce nel programma della ventottesima edizione di Dromos, festival in movimento che proprio dal taglio del nastro della mostra, il 18 luglio, e fino al 16 agosto, si snoderà tra Oristano e i centri della sua provincia coinvolti – Baratili San Pietro, Cabras, Fordongianus, Masullas, Milis, Mogoro, Neoneli, Nureci, Pompu, Riola Sardo, Tadasuni – con concerti, incontri, film e percorsi di valorizzazione culturale. Tra i protagonisti del cartellone musicale Carmen Consoli, Stefano Bollani, Mario Biondi, Tosca, i Subsonica, Michael League, Sarah Jane Morris con il Solis String Quartet, Hamilton de Holanda, Tigran Hamasyan, Cory Henry con The Funk Apostles, Rokia Traoré, la Treves Blues Band, Brian Jackson, Simona Molinari con Raphael Gualazzi. Nel segno di “Dromos Secrets”, tema guida dell’edizione 2026, il festival inviterà il pubblico a esplorare luoghi, storie e visioni attraverso il dialogo tra musica, arti visive e racconto del territorio, confermando la propria vocazione a costruire connessioni tra linguaggi, comunità e paesaggi.

Info: La mostra “Secret Pages” sarà visitabile dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 20; sabato e domenica dalle 9 alle 13 e dalle 15 alle 20. Il biglietto costa 5 euro. I biglietti per tutti i concerti si possono acquistare attraverso il sito dromosfestival.it; il prezzo varia secondo le date. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *