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Il Fantasma dell’Opera non muore mai. Cambia solo maschera

– Dalla Parigi gotica di Gaston Leroux al cinema muto, dal musical miliardario di Andrew Lloyd Webber alle ossessioni rock di Brian De Palma. Alla Festa del Cinema di Roma, Alexandre Castagnetti riporta sullo schermo “Le Fantôme de l’Opéra”, con Deva Cassel protagonista di una nuova storia d’amore e mistero
–  Oltre un secolo di metamorfosi per il mostro romantico che continua a nascondersi dietro il sipario. Le ragioni del successo? Tante, ma soprattutto perché è una storia sul teatro e sui suoi inganni: il palcoscenico è il luogo in cui tutto può diventare vero pur essendo dichiaratamente falso

“Il Fantasma dell’Opera” ha un problema con la pensione. Ha più di cent’anni, vive nei sotterranei di un teatro, non paga l’affitto, continua a innamorarsi delle ragazze sbagliate e, nonostante un curriculum piuttosto compromettente fra sequestri, ricatti e omicidi, resta uno dei personaggi più seducenti dell’immaginario occidentale. Dracula ha bisogno di sangue, Frankenstein di elettricità, il Fantasma soltanto di un palcoscenico e di qualcuno disposto ad ascoltarlo. Possibilmente una giovane donna dalla voce incantevole. Il resto lo fanno le tenebre, una maschera e una musica che sembra arrivare dall’Aldilà.

Adesso è tornato. Naturalmente a Parigi, perché certi fantasmi sono più fedeli alla propria città degli esseri umani. E torna proprio nel luogo in cui era nato, l’Opéra, con un nuovo film diretto da Alexandre Castagnetti, Le Fantôme de l’Opéra, alla Festa del Cinema di Roma 2026. Una rilettura contemporanea del romanzo di Gaston Leroux, che affida a Deva Cassel, figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel, il ruolo di Anastasia, giovane ballerina ammessa nel prestigioso teatro parigino.

Qui, durante le prove di L’Orpheus, un’opera maledetta che la leggenda attribuisce allo stesso Fantasma, Anastasia incontra un misterioso pianista, interpretato da Julien de Saint-Jean. Se ne innamora, naturalmente. Perché nella lunga storia del Fantasma dell’Operanessuno sembra mai capace di distinguere l’attrazione sentimentale da un serio pericolo. Intanto, mentre si avvicina la prima rappresentazione, incidenti inspiegabili e rivelazioni inquietanti trasformano il teatro in un labirinto dove la realtà perde consistenza e l’amore comincia ad assomigliare a una maledizione.

È un ritorno che racconta anche qualcosa della nostra epoca. Il Fantasma non ha più bisogno delle atmosfere fin de siècle per esistere. Può aggirarsi nella Parigi contemporanea, fra ballerini, musicisti e produzioni teatrali, conservando intatta la propria natura: quella di un artista invisibile che cerca disperatamente di essere amato.

Tutto cominciò con un cadavere e un lampadario

Per trovare le origini del mito bisogna tornare al 1910, quando lo scrittore e giornalista francese Gaston Leroux pubblica in volume Le Fantôme de l’Opéra, già apparso a puntate su Le Gaulois tra il 1909 e il 1910. Leroux è un ex cronista giudiziario, conosce bene i meccanismi del feuilleton, il gusto popolare per il mistero, i delitti inspiegabili e i segreti custoditi negli edifici monumentali.

Il suo romanzo nasce dall’incontro fra cronaca, leggenda urbana e immaginazione gotica. Il Palais Garnier, inaugurato nel 1875, è già un luogo perfetto per ospitare una storia di fantasmi: scalinate monumentali, stucchi dorati, corridoi interminabili, camerini, botole, macchinari teatrali e, soprattutto, un mondo sotterraneo attraversato dall’acqua.

Leroux prende spunto anche da un episodio realmente accaduto: il 20 maggio 1896, durante una rappresentazione dell’opera Helle di Ernest Reyer, la caduta di un contrappeso del grande lampadario provoca la morte di una spettatrice. Nel romanzo l’incidente diventa uno degli episodi più spettacolari del terrore orchestrato dal Fantasma.

Il protagonista si chiama Erik. È un uomo dal volto mostruosamente deformato, dotato però di un’intelligenza eccezionale, di una voce straordinaria e di un talento musicale fuori dal comune. Vive nascosto nei sotterranei del teatro e si innamora della giovane cantante Christine Daaé, convincendola di essere l’Angelo della Musica promessole dal padre defunto.

Christine è attratta dalla sua voce e dal suo genio, ma ama Raoul, visconte de Chagny, il giovane aristocratico che rappresenta il mondo della luce e della normalità. Il triangolo sentimentale si trasforma in un incubo fatto di gelosia, possesso e violenza.

Sotto la superficie del romanzo d’appendice, però, si nasconde qualcosa di più complesso. Erik è insieme carnefice e vittima, mostro e artista, persecutore e uomo disperatamente bisognoso d’amore. La sua deformità fisica lo ha condannato all’esclusione sociale, ma il suo genio gli permette di dominare segretamente il teatro.

È la grande intuizione di Leroux: inventare un personaggio che può essere ascoltato e ammirato soltanto finché rimane invisibile. Quando la maschera cade, la bellezza della sua musica non basta più a salvarlo. Un destino che trasforma il Fantasma in un parente spirituale della Creatura di Mary Shelley, del Quasimodo di Victor Hugo e dei tanti mostri romantici che la letteratura ottocentesca aveva utilizzato per interrogarsi sul rapporto fra apparenza e identità. Ma con una differenza decisiva: Erik non chiede soltanto di essere accettato. Pretende di essere amato. E quando l’amore gli viene negato, cerca di impadronirsene.

Il primo volto del terrore: Lon Chaney

Lon Chaney

Nel 1925, il Fantasma trova finalmente un volto. Ed è talmente spaventoso che il cinema impiegherà decenni a dimenticarlo. Nel film muto di Rupert Julian, Lon Chaney, soprannominato l’uomo dai mille volti, interpreta Erik sottoponendosi a un trucco impressionante, realizzato in gran parte personalmente.

La scena in cui Christine gli strappa la maschera è uno dei momenti fondativi del cinema dell’orrore. Il volto scheletrico, gli occhi infossati, il naso deformato: il mostro letterario diventa un’immagine destinata a entrare nella memoria collettiva.

Chaney, che aveva già interpretato Quasimodo in The Hunchback of Notre Dame, comprende qualcosa di essenziale: il Fantasma deve suscitare contemporaneamente paura e pietà. Il suo Erik è una creatura spaventosa, ma anche un uomo condannato dalla propria diversità. La mostruosità non cancella la sofferenza, la rende visibile.

Il film è uno dei grandi successi del cinema muto americano e contribuisce alla nascita dell’immaginario horror della Universal, che negli anni successivi porterà sullo schermo Dracula, Frankenstein e l’Uomo invisibile.

Claude Rains è il Fantasma meno mostruoso

Con l’arrivo del sonoro, la storia cambia inevitabilmente natura. Un racconto che ha al centro la musica e il canto trova finalmente la possibilità di farli ascoltare. Nel 1943 Arthur Lubin dirige una nuova versione con Claude Rains, realizzata in Technicolor. Il Fantasma è meno mostruoso, il melodramma prevale sull’orrore e la dimensione musicale acquista maggiore importanza. La deformità diventa la conseguenza di un incidente con l’acido, introducendo una variante che ricomparirà in altri adattamenti.

Nel 1962 la britannica Hammer Films affida il personaggio a Herbert Lom, sotto la regia di Terence Fisher. L’atmosfera torna gotica, ma il Fantasma assume tratti più tragici che demoniaci. Il cinema sembra ormai aver capito che dietro la maschera non si nasconde soltanto un assassino, ma soprattutto un artista tradito dal mondo.

Quando il Fantasma incontra il rock

“Il fantasma del palcoscenico” di Brian De Palma

La trasformazione più radicale arriva nel 1974, quando Brian De Palma gira Il fantasma del palcoscenico (Phantom of the Paradise). È una delle riletture più intelligenti, feroci e visionarie del mito di Leroux. Il teatro d’opera diventa un tempio del rock, il Fantasma un compositore sfruttato e sfigurato, l’oggetto del desiderio una giovane cantante e il vero mostro un produttore discografico senza scrupoli.

Winslow Leach, interpretato da William Finley, è un musicista ingenuo che sogna di far rappresentare la propria opera, una cantata ispirata al Faust. Ma Swan, impresario interpretato da Paul Williams, gli ruba la musica, lo fa finire in prigione e trasforma il suo talento in merce.

De Palma mescola Leroux, Goethe, Oscar Wilde e l’estetica glam degli anni Settanta. Il risultato è un musical horror satirico, un’opera rock sulla mercificazione dell’arte, sull’industria dello spettacolo e sul prezzo del successo. Il Fantasma non abita più soltanto i sotterranei di un teatro: vive dentro un sistema che sfrutta gli artisti, ne consuma il talento e li sostituisce appena diventano inutili.

Paul Williams firma anche le canzoni, attraversando pop, rock, ballate e parodie musicali. La colonna sonora ottiene una candidatura all’Oscar e il film, inizialmente accolto con risultati commerciali modesti, diventa negli anni un oggetto di culto.

È forse la versione più moderna del personaggio, perché anticipa questioni oggi ancora più evidenti: chi possiede un’opera? Il suo autore o chi la finanzia? E quanto deve sacrificare un artista per essere ascoltato? De Palma dà una risposta spietata. Nel mondo dello spettacolo, il vero Fantasma non è il musicista nascosto dietro una maschera. È il potere che si nasconde dietro il successo.

Andrew Lloyd Webber, il Fantasma diventa un impero

Michael Crawford interpreta il Fantasma, Sarah Brightman è Christine nel musical di Andrew Lloyd Webber

Dodici anni dopo De Palma, il Fantasma conquista il mondo. Il 9 ottobre 1986 debutta a Londra, all’Her Majesty’s Theatre, The Phantom of the Opera, con le musiche di Andrew Lloyd Webber, i testi di Charles Hart e Richard Stilgoe, la regia di Harold Prince e le scenografie di Maria Björnson.

Michael Crawford interpreta il Fantasma, Sarah Brightman è Christine. Il risultato è uno dei più grandi successi della storia del teatro musicale. La celebre maschera bianca, il lampadario che precipita sulla platea, la barca che attraversa il lago sotterraneo fra candelabri e nebbie diventano immagini riconoscibili quanto quelle del romanzo originale.

Ma il vero protagonista è la musica. Lloyd Webber costruisce una partitura che unisce melodramma, musical britannico, suggestioni operistiche e sonorità rock. Brani come The Music of the Night, All I Ask of You e il tema principale entrano nel repertorio internazionale.

Il Fantasma cambia ancora natura. La sua mostruosità viene progressivamente addolcita, il suo tormento sentimentale diventa il centro della storia, la violenza si dissolve dentro una grandiosa macchina romantica. Il pubblico non è più chiamato soltanto a temerlo o a compatirlo. Deve innamorarsene.

Lo spettacolo approda a Broadway nel 1988 e vi rimane fino al 2023, diventando il musical più longevo della storia di Broadway. Ha conquistato generazioni di spettatori e trasformato una vicenda gotica francese in un fenomeno globale, fra produzioni internazionali, registrazioni discografiche, merchandising e adattamenti cinematografici.

Il Fantasma del palcoscenico nella versione cinematografica di Joel Schumacher

Nel 2004 Joel Schumacher dirige la versione cinematografica del musical, con Gerard Butler, Emmy Rossum e Patrick Wilson. È un film sontuoso, visivamente opulento, che trasferisce sullo schermo l’estetica spettacolare di Lloyd Webber, privilegiando la dimensione sentimentale rispetto all’orrore.

Il Fantasma è ormai diventato una figura del romanticismo popolare. Un uomo ferito che canta il proprio dolore e nasconde la deformità dietro una maschera elegante. Una metamorfosi che avrebbe probabilmente sorpreso Gaston Leroux, il cui Erik era decisamente meno rassicurante.

Da Dario Argento agli Iron Maiden: il mostro cambia genere

Anche il cinema italiano ha avuto il suo Fantasma. Nel 1998 Dario Argento dirige Il fantasma dell’Opera, con Julian Sands e Asia Argento. Una rilettura decisamente eccentrica, nella quale il protagonista non ha il volto deformato, è stato allevato dai topi nei sotterranei dell’Opéra e sviluppa con Christine un rapporto dominato dall’attrazione erotica e dall’ossessione.

Argento elimina proprio l’elemento più riconoscibile del personaggio: la maschera. Il suo Fantasma non deve nascondere un volto mostruoso, perché la mostruosità è interiore. È una creatura istintiva, selvaggia, estranea alla civiltà, che appartiene più al mondo animale che a quello degli uomini. Il risultato è uno dei film più discussi e meno amati del regista, ma anche un tentativo di sottrarre il personaggio alla retorica romantica che lo aveva ormai addomesticato.

Nel frattempo, il Fantasma ha conquistato anche l’heavy metal. Nel 1980 gli Iron Maiden inseriscono nel loro album d’esordio una canzone intitolata Phantom of the Opera. È un brano lungo, articolato, costruito su cambi di tempo, intrecci chitarristici e un’energia teatrale che sembra tradurre in linguaggio metal l’inquietudine del romanzo.

Non è una semplice citazione letteraria. Il Fantasma diventa un simbolo dell’ossessione, dell’ambiguità e dell’attrazione per il lato oscuro, temi che attraversano tutta l’estetica dell’heavy metal.

Nel 1989 arriva persino Robert Englund, il Freddy Krueger di Nightmare, a interpretarlo in un horror diretto da Dwight H. Little. Un ritorno alla deformità e alla violenza, che dimostra quanto il personaggio possa adattarsi a linguaggi differenti senza perdere la propria identità.

Del resto, pochi miti moderni hanno conosciuto una simile proliferazione di versioni. Il Fantasma può essere un mostro gotico, un eroe romantico, un artista sfruttato, un assassino, un amante disperato, una rockstar maledetta. Ogni epoca lo reinventa secondo le proprie paure e i propri desideri.

Deva Cassel, la nuova Christine che danza con i fantasmi

Ed eccoci al 2026. Il nuovo Le Fantôme de l’Opéra di Alexandre Castagnetti, 134 minuti, in anteprima mondiale alla ventunesima Festa del Cinema di Roma. Accanto a Deva Cassel e Julien de Saint-Jean figurano Romain Duris e Laika Blanc-Francard.

La scelta di ambientare la vicenda nella Parigi contemporanea suggerisce una nuova trasformazione del mito. Anastasia non è la Christine Daaé di Leroux, una cantante lirica ingenua e vulnerabile, ma una ballerina che entra in un ambiente artistico prestigioso e competitivo, dove il corpo diventa strumento di espressione e disciplina.

Protagonista è Deva Cassel, figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel. «È stata un’esperienza veramente interessante», racconta, che per il ruolo ha dovuto esplorare una nuova dimensione espressiva, legata anche alla fisicità della danza. «Anastasia è molto timida, ma quando sale sul palco si riconosce e si apre al mondo. Per me era importante trovare questa fisicità, sia per il personaggio sia per me come persona».

Deva Cassel, figlia di Monica Bellucci e Vincent Cassel

Al centro della storia c’è L’Orpheus, l’opera maledetta attribuita al Fantasma. Un titolo che introduce un altro grande mito della cultura occidentale: Orfeo, il musicista capace di commuovere gli dèi degli inferi con la propria arte, ma incapace di sottrarre definitivamente alla morte la donna amata. Il richiamo è particolarmente significativo. Orfeo scende nel regno dei morti per ritrovare Euridice. Erik vive già in una specie di inferno sotterraneo e cerca attraverso la musica di conquistare Christine. Entrambi credono che l’arte possa superare il confine fra la vita e la morte, fra la presenza e l’assenza, fra il desiderio e la perdita. Ed entrambi finiscono per scontrarsi con un limite che nemmeno la musica può cancellare.

Nel film di Castagnetti l’amore impossibile fra Anastasia e il misterioso pianista sembra riportare in primo piano proprio questa dimensione: il rapporto fra creazione artistica e desiderio, fra realtà e immaginazione, fra la presenza fisica dell’amato e la sua natura sfuggente.

La danza aggiunge un elemento nuovo. Nel romanzo di Leroux è la voce a costituire il legame privilegiato fra Christine ed Erik. Qui il corpo della ballerina potrebbe diventare il luogo in cui la musica del Fantasma prende forma visibile. È una possibilità narrativa interessante, perché sposta il conflitto dall’ascolto al movimento, dalla voce alla presenza scenica.

“Le Fantôme de l’Opéra” di Alexandre Castagnetti

«La competizione più importante è con se stessi: devi farlo tu per prima, saper ascoltarti e amarti durante un set, dove ci sono tanti mesi di lavoro. Devi trovare il conforto di volerti superare», osserva Deva Cassel. Perché l’arte, in un mondo complesso, è anche una possibilità di fuga e di condivisione: «Far sognare il pubblico è necessario. L’arte ci fa sentire umani e meno soli».

Il soprannaturale, per l’attrice, conserva un fascino particolare. «Non so se credo ai fantasmi della letteratura gotica, ma mi piace pensare che esistano entità e forze più grandi di noi, capaci di guidarci. Ho avuto esperienze quasi paranormali e, quando mi hanno proposto questo progetto, ero molto interessata a come Alexandre volesse mettere in scena questo aspetto». Per l’attrice, l’arte è soprattutto «un atto di resistenza, la libertà di essere, ma anche un’enorme responsabilità. È un privilegio poter raccontare storie e creare immaginario». E se il paranormale la incuriosisce, la sua fede è soprattutto nei segni e nel destino: «L’amore per me è immortale. Anche quando è perduto, continua a esistere nei poemi e nella musica».

Sarà il film a mostrare quanto Castagnetti abbia saputo sviluppare questa intuizione e quanto invece abbia scelto la strada più convenzionale del fantasy romantico. I riferimenti spaziano da Twilight a La bella e la bestia, fino a La forma dell’acqua, ma anche a Il cigno nero e Scarpette rosse, tra passioni assolute e sacrifici necessari per diventare artisti. «Sono due i filoni principali: l’amore e l’arte», spiega Castagnetti. «Molti giovani sentono il conflitto tra carriera e ambizione, il desiderio di fare vera arte e la difficoltà di conciliare tutto questo con l’amore. Sono questioni eterne».

Il confronto con oltre un secolo di cinema e teatro, del resto, è impegnativo. Ogni nuovo Fantasma deve fare i conti con il trucco terrificante di Lon Chaney, l’ironia velenosa di De Palma e le melodie irresistibili di Lloyd Webber. Tre modi completamente diversi di raccontare la stessa ossessione.

Il vero Fantasma è il teatro

“Le Fantôme de l’Opéra” di Alexandre Castagnetti

Forse la ragione della longevità del personaggio è più semplice di quanto sembri. Il Fantasma dell’Opera non è soltanto una storia d’amore impossibile, né soltanto un racconto gotico. È soprattutto una storia sul teatro e sui suoi inganni. Il palcoscenico è il luogo in cui tutto può diventare vero pur essendo dichiaratamente falso. Un attore muore ogni sera e torna a vivere il giorno dopo. Una donna può trasformarsi in regina, una stanza in un palazzo, una voce in un’apparizione soprannaturale. La finzione è accettata come realtà per il tempo di una rappresentazione.

Erik abita esattamente questa contraddizione. È un uomo che può esistere soltanto dentro la finzione. Il teatro gli permette di diventare una presenza invisibile, una voce senza corpo, un genio senza volto. Fuori da quel mondo, invece, non trova posto. È anche per questo che la sua vicenda conserva una forza particolare nell’epoca contemporanea, dominata dall’immagine e dall’esposizione permanente. Oggi tutti cercano di essere visibili, riconoscibili, ammirati. Il Fantasma possiede un talento straordinario, ma è costretto a nascondersi. La sua musica può raggiungere il pubblico, la sua persona no. E in un mondo in cui l’apparenza è diventata spesso più importante dell’opera, il suo destino assume un significato quasi profetico.

C’è poi un’altra contraddizione, meno romantica e più inquietante. Per oltre un secolo il pubblico ha imparato a compatire un uomo che confonde l’amore con il possesso, la passione con il controllo, il rifiuto con un’offesa da vendicare. Il Fantasma è una vittima dell’esclusione, ma questo non lo rende innocente. La sua sofferenza non cancella quella che infligge agli altri. Le riletture contemporanee del mito devono confrontarsi anche con questo nodo: quanto c’è di autenticamente tragico nel suo amore e quanto di profondamente tossico nella sua ossessione?

È qui che una nuova versione può trovare qualcosa da dire, oltre la nostalgia per il gotico e il fascino delle maschere. Perché il Fantasma dell’Opera è sopravvissuto alla fine del romanzo d’appendice, al cinema muto, al Technicolor, al rock degli anni Settanta, ai musical di Broadway e alla rivoluzione digitale. Ha attraversato linguaggi e generazioni, cambiando volto ogni volta che qualcuno ha creduto di aver trovato quello definitivo. Ora tocca ad Alexandre Castagnetti e a Deva Cassel riportarlo in vita. 

Ma forse il Fantasma non è mai morto davvero. Da qualche parte, dietro il sipario, continua a suonare il suo pianoforte. Aspetta che una ragazza si avvicini, ascolti la musica e si domandi da dove provenga. E aspetta soprattutto che qualcuno, ancora una volta, abbia l’imprudenza di togliergli la maschera.

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