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“Gonzalo plays Pino”: Cuba incontra Napoli

– Il pianista Rubalcaba — uno dei grandi architetti del jazz contemporaneo, mente liquida e mani vulcaniche — dedica un disco al “Nero a metà”. «Questo progetto è stato da subito una sfida per me. Da quando, nel 2021, fui invitato a suonare al festival Pomigliano Jazz»
– «Lui è un’icona, è un artista enorme che ha superato i generi e le etichette creando un suo sound, uno stile unico che lo ha reso una leggenda ben oltre i confini della città di Napoli». «È stato difficile scegliere nel suo repertorio: tutti i suoi brani hanno una forte carica»

C’è un modo speciale di avvicinarsi a Pino Daniele: farlo in punta di piedi, senza togliergli mistero, senza tradirne la voce anche quando la voce non c’è più. Gonzalo plays Pino nasce esattamente da questa esigenza morale prima ancora che musicale. Gonzalo Rubalcaba non “rifà” Pino Daniele. Lo ascolta. E poi lo sogna.

Il pianista cubano — uno dei grandi architetti del jazz contemporaneo, mente liquida e mani vulcaniche — sceglie la strada più rischiosa: spogliare canzoni amatissime del loro corpo originario per lasciarne emergere l’anima. È un’operazione che può facilmente cadere nel manierismo o nella reverenza sterile. Qui accade il contrario. Rubalcaba entra nei brani di Pino come si entra in una casa disabitata: riconoscendo ogni stanza, ma accettando che il silenzio abbia preso il posto delle parole.

Il piano diventa così una voce narrante. Non imita il blues mediterraneo di Pino, non cerca il suo napoletano musicale. Lo traduce in un’altra lingua emotiva. C’è il jazz, certo, ma è un jazz che sa di mare aperto, di malinconia calda, di improvvisazione che non è mai esibizione. Ogni tema viene smontato e ricostruito con rispetto chirurgico e libertà poetica.

Gonzalo Rubalcaba

Rubalcaba capisce una cosa fondamentale: Pino Daniele non è solo una questione di canzoni, ma di tempo. Di sospensioni. Di quella fragilità trattenuta che sta tra una nota e l’altra. E lì si infila, con un tocco che sembra sempre sul punto di rompersi e invece regge, si piega, respira.

Non è un disco celebrativo, non è un tributo da anniversario. È piuttosto una conversazione notturna, fatta a distanza, tra due musicisti che non si sono mai davvero incontrati ma che parlano la stessa lingua profonda: quella della contaminazione come destino, della musica come identità aperta.

«Questo progetto dedicato a Pino Daniele è stato da subito una sfida per me», dichiara Gonzalo Rubalcaba. «Da quando, nel 2021, Onofrio Piccolo mi ha invitato a suonare al festival Pomigliano Jazz. Da quel momento ho iniziato a lavorare sulle partiture originali dei brani e a immergermi nella musica e nel mondo di Pino, coinvolgendo musicisti della sua terra. Pino è un’icona che va oltre l’Italia. Lui è stato un artista enorme che ha superato i generi e le etichette creando un suo sound, uno stile unico che lo ha reso una leggenda ben oltre i confini della città di Napoli».

Che Gonzalo Rubalcaba si sia davvero immerso in profondità nel canzoniere di Pino Daniele lo dice già la scelta del primo brano, Cumbà, non tra i più celebrati del “Nero a metà”, ma di sicuro tra i più adatti ad una rilettura latin jazz, in sintonia con il sessantaduenne pianista cubano. «Si nosotros no semo nada, cumba’, che c’accidite a ffa?», si chiedeva l’Uomo in Blues nel brano contenuto in Schizzichea with love, era il 1987. Le mani volano sulla tastiera, la sezione ritmica si ricorda che il testo cita anche Portorico, poi la band dimentica i versi e valorizza al massimo la parte musicale, profondamente afrocubana, spesso sottovalutata per reclamare il primato delle parole come succede quasi sempre in Italia con il repertorio cantautorale. Apparentemente protagonista è il sassofono tenore di Daniele Sepe, ma in realtà sono i tasti bianchi e neri a far volare la melodia, ad immergersi nella rilettura di un mondo: «Dovevo farlo mio lasciando che rimanesse di chi quel mondo l’aveva inventato, rispettando il creatore originario», spiega Rubalcaba. «È stato difficile scegliere nel repertorio di Pino: tutti i suoi brani hanno una forte carica, chi per la melodia, chi per il ritmo, chi per il testo. Una musica molto ricca».

Dovevo farlo mio lasciando che rimanesse di chi quel mondo l’aveva inventato, rispettando il creatore originario. È stato difficile scegliere nel repertorio di Pino: tutti i suoi brani hanno una forte carica, chi per la melodia, chi per il ritmo, chi per il testo. Una musica molto ricca

Gonzalo Rubalcaba

La sintonia tra autore ed esecutore, tra l’inventore ed il reinventore, viene ulteriormente sottolineata dal secondo brano in scaletta, ancora perfetto per il percorso di Rubalcaba, sin da Concierto negro del 1987: Sicily porta anche la firma di Chick Corea, punto di riferimento per entrambi, incontro importante per entrambi. Trovata la chiave d’approccio più adatta, Gonzalo si lascia andare, seguendo il sound senza paura di tradirlo, sin da un caposaldo come Tutta n’ata storia, rallentato per scandirne meglio l’invenzione ritmico-armonica.

Gonzalo plays Pino è un disco che chiede ascolto lento. Non conquista al primo passaggio, non strizza l’occhio alla nostalgia facile. Lavora in sottrazione, come fanno le cose destinate a durare. E alla fine restituisce un Pino Daniele inatteso: più fragile, più astratto, forse più vero.

Perché quando un grande musicista suona un altro grande musicista senza bisogno di dimostrare nulla, succede questo: la musica smette di essere repertorio e torna a essere presenza. Anche — e soprattutto — quando sembra solo un pianoforte che suona nel silenzio.

Ad affiancare Rubalcaba in questo viaggio tra jazz, sonorità mediterranee e gemme del “mascalzone latino” ci sono Daniele Sepe (al sax tenore), Aldo Vigorito (contrabbasso), Claudio Romano (batteria), Giovanni Imparato (percussioni), Giovanni Francesca (chitarra) e Maria Pia De Vito (voce). Insieme danno vita a un progetto speciale che va oltre il semplice tributo a uno degli artisti più influenti e amati della cultura napoletana.

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