– Dal 15 gennaio nelle sale italiane “Divine Comedy”, il film del regista iraniano presentato alla Mostra di Venezia. «L’umorismo qui è un meccanismo di sopravvivenza, uno strumento per resistere in un ambiente in cui la sfida aperta comporta conseguenze pericolose»
– «Le situazioni che vedete nel film si basano sulla realtà, su cose che ho vissuto». «Uso l’ironia per mostrare quanto siano sciocche e stupide le regole. Si sminuisce il potere del sistema. E aiuta il pubblico straniero a capire quello che sta accadendo nel mio Paese»
La satira contro l’orrore del regime iraniano, l’umorismo contro l’integralismo religioso. È la formula di Divine Comedy, il film di Ali Asgari presentato all’ultima Mostra di Venezia e ora in sala dal 15 gennaio mentre l’Iran è sconvolta dalle proteste e dalla violenta repressione.
Il regista iraniano Ali Asgari esplora da tempo le tensioni e le pressioni burocratiche della vita quotidiana in Iran, dai suoi cortometraggi ai lungometraggi applauditi dai festival come Disappearance, Until Tomorrow e Terrestrial Verses. Divine Comedy, presentato in anteprima nella sezione Orizzonti di Venezia, spinge i suoi temi familiari in territori attraverso una comicità che ricorda quella di Woody Allen e Nanni Moretti.
La storia è incentrata su Bahman Ark, un regista a metà carriera il cui intero corpus di opere in lingua turco-azera non è mai stato proiettato in Iran. Quando il suo ultimo film viene nuovamente rifiutato dalle autorità culturali, unisce le forze con il suo produttore, Sadaf (Sadaf Asgari), per organizzare una proiezione underground a Teheran. Ciò che inizia come un semplice atto di sfida si trasforma in un viaggio cupamente divertente attraverso la burocrazia, le barriere culturali e la gamma di ansie che ogni artista determinato a creare liberamente deve affrontare.
Il film è in parte autobiografico. Asgari, a cui è stato più volte confiscato il passaporto e continua a lavorare senza permessi ufficiali, si rivolge alla satira sia come strategia creativa che come atto di resistenza. Il suo film Terrestrial Voices, presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard nel 2023, gli è costato il divieto di lasciare il Paese o di dirigere altri film per mesi. «L’idea di base è nata quando il mio film Terrestrial Verses è stato vietato in Iran. Volevo vedere come avrebbero reagito gli iraniani, perché vengo sempre accusato di non fare film per il popolo iraniano. Così l’ho proiettato di nascosto nei caffè e nelle case di amici, proiezioni di circa 20 o 25 persone. Portavo con me un proiettore e ho avuto ogni sorta di strane esperienze e reazioni diverse mentre proiettavo il film. Questo è diventato il punto di partenza per questo film», racconta. «Le situazioni che vedete nel film si basano sulla realtà, su cose che ho vissuto e su cose che Bahram, l’attore protagonista, ha vissuto come regista che lavora in turco azero. Ha sempre a che fare con le autorità a causa del linguaggio dei suoi film. Quindi la base di tutto è reale, ma non reale al 100%. Ho reso gli episodi più romanzati e ancora più satirici nel film per mostrare l’assurdità di ciò con cui viviamo. Il rischio fa parte del fare questo tipo di film. Hai due opzioni: fare un film con un permesso e non correre rischi, oppure farlo senza permesso e accettarne le conseguenze. Ho scelto la seconda. Non faccio film politici per provocare nessuno, ma non mi piace l’idea di essere censurato. Credo che un regista debba essere libero. Se vai al Ministero della Cultura per chiedere un permesso, stai già rinunciando a quella libertà. È una cosa che non faccio mai».
La metafora è stata dapprima l’arma usata dai registi iraniani per evitare la censura, poi una nuova generazione ha iniziato a parlare in modo più diretto, gente come Rasoulof e Panahi. Sono diventati più politicizzati, più audaci. «Io, però, non volevo ripetere quel linguaggio», sottolinea Asgari. «Pensavo che la satira fosse più adatta a esprimere ciò che stiamo vivendo, perché quando si usa la satira, si mostra quanto siano sciocche e stupide le regole. Si sminuisce il potere del sistema. E allo stesso tempo, la satira aiuta il pubblico al di fuori dell’Iran a entrare in contatto, perché molte persone non sono consapevoli di ciò che sta accadendo. Se lo si presenta troppo seriamente, potrebbero non capirlo. L’umorismo li coinvolge».

«L’obiettivo di questo film è raccontare la statica e soffocante burocrazia iraniana in cui è intrappolato il protagonista» continua il regista che sarà in Italia per la retrospettiva che gli ha dedicato la Cineteca di Bologna. «Il pubblico si ritrova così a sperimentare la routine della censura in tempo reale e la staticità delle inquadrature riflette l’immobilità del sistema stesso, che si rifiuta di cambiare e intrappola i cittadini in un ciclo di attesa, suppliche e negoziazioni. L’umorismo del film nasce in gran parte dall’assurdità dell’oppressione stessa. I rigidi e complicati processi di censura e di controllo statale diventano così illogici da crollare sotto le loro stesse contraddizioni. I protagonisti, anziché reagire con un’aperta ribellione, affrontano queste assurdità con un’arguzia e un sarcasmo silenziosi e consapevoli. L’umorismo qui è un meccanismo di sopravvivenza, uno strumento per resistere in un ambiente in cui la sfida aperta comporta conseguenze pericolose. L’atto stesso di realizzare questo film è un’estensione dei suoi temi: è un’affermazione che la verità, anche quando messa a tacere, trova la sua strada».
Tra tanta ironia piena di sfumature nel film anche una frase cult detta dal protagonista che, di fronte all’ennesimo no a una proiezione del suo film, dice sconfortato: «Voglio proiettare il mio film per diventare umano».
