Recensioni

ECHO & THE BUNNYMEN, il ritorno del coniglio selvaggio

– “Con “Apples for Isaac” Ian McCulloch e Will Sergeant riscoprono il suono degli esordi. Niente restaurazione nostalgica: chitarre, batteria, melodie e undici canzoni che riportano in primo piano una delle band che hanno inventato il romanticismo oscuro del rock britannico

Quando hai scritto The Killing Moon, The Cutter, Ocean Rain e Lips Like Sugar, quando hai trasformato il post-punk di Liverpool in una faccenda romantica, psichedelica e teatrale, ogni nuovo disco rischia di essere giudicato non per quello che è, ma per quello che non potrà mai più essere. È la maledizione delle band che hanno avuto un passato enorme. Gli Echo & the Bunnymen quel passato se lo portano dietro da quasi cinquant’anni. E non è un bagaglio leggero. 

Quando Ian McCulloch e Will Sergeant cominciarono a suonare insieme a Liverpool, alla fine degli anni Settanta, il punk aveva appena fatto saltare in aria il rock britannico e il post-punk stava cercando di capire cosa costruire sulle macerie. Loro scelsero una strada diversa: invece di togliere, aggiunsero. Invece della secchezza dei tre accordi, cercarono il paesaggio. Invece della rabbia pura, misero dentro romanticismo, psichedelia, letteratura, melodramma. E soprattutto inventarono un suono.

La voce di McCulloch, già allora, sembrava arrivare da un punto imprecisato fra il confessionale e il palco di un’arena. Le chitarre di Sergeant erano liquide, febbrili, spesso più vicine alla psichedelia che al punk. La batteria di Pete de Freitas dava alle canzoni una spinta fisica che impediva loro di sprofondare nell’autoindulgenza. Crocodiles (1980), Heaven Up Here (1981), Porcupine (1983) e soprattutto Ocean Rain(1984) formarono una delle sequenze più importanti del rock britannico degli anni Ottanta.

Echo & The Bunnymen non furono semplicemente una band post-punk. Furono una delle band che permisero al post-punk di diventare pop senza smettere di essere inquieto. E da lì passa una parte consistente della storia del rock alternativo dei decenni successivi: il gusto per le chitarre atmosferiche, il romanticismo tenebroso, l’idea che una canzone potesse essere contemporaneamente accessibile e misteriosa. Gli Echo & the Bunnymen non inventarono tutto, naturalmente. Ma contribuirono a definire un linguaggio che sarebbe tornato continuamente nella musica britannica.

Poi arrivò il tempo, quello vero. Le separazioni, le reunion, la morte di de Freitas nel 1989, gli anni Novanta, il ritorno con Evergreen nel 1997, altri dischi, altre formazioni, altri concerti. E una progressiva trasformazione degli Echo da band contemporanea a monumento vivente della propria epoca. Una condizione pericolosa. Perché il monumento, per definizione, non si muove.

Gli Echo & the Bunnymen invece hanno continuato a muoversi, anche quando non sempre era chiaro dove stessero andando. Nel 2014 Meteorites aveva cercato di restituire alla band una dimensione ampia e teatrale, quasi una nuova monumentalità. Quattro anni dopo The Stars, the Oceans & the Moon aveva preso la direzione opposta, almeno apparentemente: tornare sul repertorio, riscriverlo, rileggerlo, cambiare arrangiamenti e prospettive. Un disco che sembrava chiedersi cosa restasse delle vecchie canzoni una volta tolta loro la patina della memoria.

La risposta, adesso, arriva con Apples for Isaac. E la risposta è sorprendentemente semplice: le canzoni. Il tredicesimo album degli Echo & the Bunnymen è infatti un ritorno alle origini senza essere un disco revival. Non cerca di ricostruire Ocean Rain, non prova a replicare la magia di Crocodiles, non indossa il costume dell’epoca d’oro. Fa una cosa molto più difficile: recupera la logica con cui quella musica veniva costruita.

Produzione relativamente scarna, tempi propulsivi, chitarre, dinamiche nette, melodie immediate. I brani sono brevi, vanno al punto, hanno ritornelli affilati. Perfino i testi, per gli standard di McCulloch, sembrano stranamente semplici. Come se dopo decenni di metafore, visioni e allusioni il cantante avesse deciso che qualche volta è sufficiente dire una cosa e lasciarla lì.

Il principale responsabile di questa nuova economia è proprio lui. Ian McCulloch ha preso le redini del progetto quasi completamente: ha scritto le canzoni, suonato diversi strumenti e imposto una visione molto precisa. Will Sergeant è naturalmente presente, ma non deve dimostrare niente. Le sue chitarre arrivano quando servono, ondulate, psichedeliche, riconoscibili al primo ascolto. Non occupano tutto lo spazio: lo deformano. Gli Echo & the Bunnymen del passato spesso sembravano voler riempire l’orizzonte. Questi sembrano invece volerlo attraversare rapidamente.

E poi c’è Clem Burke. Il batterista dei Blondie, morto nel 2025, suona in larga parte del disco e la sua presenza non è un semplice dettaglio da curriculum. È uno dei motori dell’album. Burke aveva quella particolare capacità di trasformare il tempo in movimento: battere forte senza appesantire, spingere senza perdere eleganza. È esattamente ciò di cui gli Echo avevano bisogno per ritrovare una certa urgenza.

In Take Me by the Hand la band parte subito, senza introduzioni solenni. Can’t Be Sold ha l’arroganza di un rocker che non ha più bisogno di chiedere il permesso. Brussels Is Haunted sembra invece arrivare da una notte europea in cui il passato e il presente si incontrano in un vicolo mal illuminato.

Ma è con I’ll Be Your Sunshine che riemerge l’altra anima degli Echo: quella di Evergreen, delle ballate scintillanti e calorosamente malinconiche. Perché McCulloch, anche quando la musica sembra più rilassata, continua ad avere quella capacità quasi irritante di caricare ogni frase di un peso emotivo supplementare.

La voce non è più quella di quarant’anni fa. Sarebbe ridicolo pretendere il contrario. Ha perso qualcosa in estensione, ma ha guadagnato rughe, attrito, esperienza. Oggi McCulloch canta come qualcuno che conosce già il finale della storia. E questo rende ancora più dolorosa una canzone come An Unstoppable Force, ballata penetrante che non ha bisogno di alzare la voce per lasciare il segno.

Apples for Isaac non è un album monumentale. Non vuole esserlo. Non ha il gigantismo di Ocean Rain, né la teatralità di alcune delle prove più ambiziose della band. È un disco più piccolo, più asciutto, più concreto. Ma non è mai insipido.

Asimov, con la sua nervosità post-punk, sembra quasi ricordare ai Bunnymen da dove sono partiti. Lab Rats Ran introduce persino un sax, mentre We Prayed in the Dark porta il disco verso una dimensione più oscura. Le canzoni si succedono senza dilatarsi inutilmente, senza quella tentazione tipica delle vecchie rock band di trasformare ogni idea in una dichiarazione di poetica. Sono canzoni. Punto.

Ian McCulloch e Will Sergeant

Dopo quasi mezzo secolo di carriera, gli Echo & the Bunnymen avrebbero avuto ogni diritto di fare un disco celebrativo, pieno di riferimenti a se stessi, di ammiccamenti e di fotografie ingiallite. Avrebbero potuto vivere comodamente dentro The Killing Moon per il resto della loro carriera. Invece Apples for Isaac prova a uscire dalla stanza della nostalgia. Non sempre ci riesce completamente. Sarebbe impossibile: basta la voce di McCulloch, basta una linea di Sergeant, basta una batteria che accelera perché il passato torni a bussare alla porta. Ma il disco non apre quella porta per far entrare i fantasmi. La apre per farli uscire. E questa è la differenza.

Gli Echo & the Bunnymen non possono più essere la band del 1984. Non devono esserlo. Il loro compito, oggi, è dimostrare che dietro il mito esiste ancora un gruppo capace di scrivere musica nuova, non soltanto di riprodurre quella vecchia. Apples for Isaac non restituisce loro la giovinezza, ma dimostra che il coniglio è ancora vivo. E, cosa più importante, ha ancora voglia di correre.

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