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Bob Dylan, Papa Leone, la felpa e l’ombrello

– L’uno vestito di bianco, l’altro di nero. Leone XIV sorride, Dylan resta sotto il cappuccio e non abbandona neppure l’ombrello. Il cantautore americano incontra il Pontefice, che conosce e apprezza da tempo le sue canzoni. Un rapporto con la Chiesa che ha già avuto due precedenti importanti: il concerto davanti a Giovanni Paolo II a Bologna nel 1997 e le perplessità di Benedetto XVI

C’è qualcosa di irresistibilmente cinematografico nell’immagine di Bob Dylan che attraversa i saloni del Vaticano con il cappuccio della felpa tirato sulla testa e un ombrello nero stretto in mano, mentre davanti a lui Papa Leone XIV sorride nel suo abito bianco. Due figure che sembrano appartenere a universi paralleli: da una parte il capo della Chiesa cattolica, dall’altra il menestrello che ha fatto della libertà, dell’ambiguità e della fuga dalle definizioni una ragione di vita. Uno sorridente, l’altro imperscrutabile. Uno in bianco, l’altro in nero. E, come spesso accade quando c’è di mezzo Dylan, anche un incontro apparentemente protocollare finisce per trasformarsi in una piccola storia di musica, fede e mistero.

Il faccia a faccia tra il Pontefice americano e il cantautore, premio Nobel per la Letteratura nel 2016, è avvenuto in Vaticano, dove Dylan è stato ricevuto in occasione della sua presenza a Roma per un concerto. Un incontro tutt’altro che casuale: Robert Francis Prevost conosce e apprezza da molti anni la musica dell’autore di Blowin’ in the Wind, The Times They Are A-Changin’ e Knockin’ on Heaven’s Door. Per Dylan, invece, l’occasione di confrontarsi con un Papa che viene dalla sua stessa parte del mondo, anche se da una geografia culturale e spirituale assai diversa.

Papa Leone e Bob Dylan

Il cantautore si è presentato senza rinunciare alla propria divisa informale: felpa, cappuccio e ombrello, quasi fosse appena sceso da un palco o stesse per dileguarsi dietro le quinte. Non si è tolto il copricapo nemmeno davanti al Pontefice, ma, a quanto pare, Leone XIV non ne ha fatto una questione. Ad accompagnarlo c’erano Andrea Monda, direttore dell’Osservatore Romano, il gesuita Antonio Spadaro, Carlo Feltrinelli e Susan Pullman, storica assistente del musicista.

Secondo il racconto di padre Spadaro, Dylan ha salutato il Papa «in modo quasi timido», sussurrando qualche parola. «L’incontro è stato intenso a livello di sguardo», ha riferito il gesuita. Poi i due si sono appartati per circa quindici minuti, senza accompagnatori. Un colloquio privato, del quale non sono stati diffusi i contenuti, ma che evidentemente entrambi desideravano. Leone XIV ha regalato a Dylan un rosario, il dono che riserva abitualmente ai suoi ospiti; il musicista ha ricambiato con la sua autobiografia.

I precedenti

Bob Dylan e Papa Giovanni Paolo II a Bologna il 27 settembre 1997

Ma il vero appuntamento tra Dylan e il mondo cattolico era cominciato quasi trent’anni prima, in una Bologna trasformata per una sera in un gigantesco palcoscenico. Era il 27 settembre 1997, e Giovanni Paolo II aveva invitato il cantautore americano a partecipare alla serata conclusiva del XXIII Congresso eucaristico nazionale. Davanti a una folla stimata in circa 300 mila persone, il menestrello di Duluth si ritrovò a condividere il palco con il Papa polacco, in uno degli incontri più improbabili e memorabili tra rock e religione.

Dylan aveva allora 56 anni e alle spalle una carriera che aveva già attraversato folk, rock, conversioni religiose, contestazioni e metamorfosi artistiche. Wojtyla ne aveva 77 e non era certo un pontefice estraneo alle incursioni nella cultura popolare. Ma quella sera il cortocircuito era inevitabile: l’uomo che aveva cantato contro le guerre, il razzismo e le ipocrisie del potere si trovava davanti al rappresentante di un’istituzione millenaria.

Dylan eseguì tre canzoni: Knockin’ on Heaven’s Door, A Hard Rain’s A-Gonna Fall e Forever Young. Al termine dell’esibizione si avvicinò al palco papale, si tolse il cappello da cowboy, s’inginocchiò e strinse la mano a Giovanni Paolo II. Una scena quasi impacciata, con il musicista che salì i gradini con qualche difficoltà, mentre il Papa lo accolse con una stretta di mano e un gesto affettuoso. Wojtyla gli regalò un rosario, proprio come avrebbe fatto Leone XIV quasi trent’anni dopo.

Ma il momento più significativo arrivò quando il Pontefice decise di rispondere a una domanda che Dylan aveva consegnato alla storia della musica. «Quante strade deve percorrere un uomo prima di poter essere chiamato uomo?», recitava il celebre verso di Blowin’ in the Wind. Wojtyla riprese l’interrogativo davanti ai giovani e diede la propria risposta: «Una sola. E questa strada è Cristo». Poi aggiunse che la risposta soffia davvero nel vento, ma non nel vento che disperde tutto nel nulla: è il vento dello Spirito Santo.

Una specie di duetto a distanza, con il Papa che si appropriava della domanda del cantautore per inserirla nella propria visione religiosa. Dylan, che quella sera non aveva cantato Blowin’ in the Wind, aveva comunque ottenuto qualcosa di singolare: una delle sue canzoni più celebri era diventata materia di un’omelia pontificia.

Non tutti, però, in Vaticano avevano accolto con entusiasmo l’operazione. Dieci anni più tardi Joseph Ratzinger, diventato Benedetto XVI, avrebbe confessato le proprie riserve sull’opportunità di invitare Dylan a un appuntamento religioso di quella portata. «C’era ragione di essere scettici, e io lo ero, e in un certo senso lo sono ancora, se fosse davvero giusto far intervenire questo genere di “profeti”», scrisse ripensando all’episodio. Una distanza culturale che non impedì, comunque, a Wojtyla di utilizzare le parole del musicista per parlare ai giovani.

Con Leone XIV il rapporto sembra avere un’altra sfumatura. Il primo Papa nato negli Stati Uniti non si limita ad apprezzare Dylan come icona della musica americana, ma ha dimostrato di conoscerne anche gli angoli meno frequentati del repertorio. La prova è arrivata nel luglio scorso, quando nella prefazione al volume Disarmata e disarmante. La pace è un dono, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, ha citato addirittura una canzone che Dylan non ha mai inciso: Go Away You Bomb.

Siamo nel 1963, nel pieno della Guerra fredda e della paura atomica. Il proprietario del Greenwich Village Folklore Center, Izzy Young, sta preparando un libro di canzoni contro la bomba nucleare e chiede un contributo a Dylan. Il cantautore consegna un testo nel quale si rivolge direttamente all’ordigno, quasi fosse un essere umano da insultare e mettere alla porta. Il progetto editoriale non va in porto, il brano non viene mai registrato e il manoscritto rimane dimenticato per decenni. Nel 2013 viene ritrovato e l’anno successivo finisce all’asta da Christie’s, senza trovare un acquirente.

Più di mezzo secolo dopo, quelle parole arrivano sulla scrivania di un Papa. Leone XIV le recupera per il suo intervento contro il riarmo e la minaccia nucleare: «Ti odio perché ti ha fatto l’uomo e l’uomo ti possiede e l’uomo ti maneggia». Non Blowin’ in the Wind, non Masters of War, non una delle canzoni più celebri del repertorio pacifista dylaniano, ma un testo praticamente sconosciuto, mai entrato in un disco. Una scelta che rivela una conoscenza non superficiale dell’opera del musicista.

A questo punto l’incontro in Vaticano assume un significato ulteriore. Non è soltanto la visita di una celebrità americana a un Papa americano, né un’operazione di diplomazia culturale tra due personaggi che rappresentano mondi differenti. È anche il momento in cui un Pontefice incontra finalmente l’autore che aveva già citato pubblicamente, riconoscendogli una capacità di parlare di pace attraverso la poesia e la musica.

Eppure, resta un particolare che rende tutto molto dylaniano: non sappiamo praticamente nulla di quello che i due si sono detti. Nessuna dichiarazione, nessuna rivelazione, nessuna fotografia di un colloquio confidenziale. Soltanto qualche parola, uno scambio di doni e due uomini che, per un momento, si sono ritrovati faccia a faccia. Il rosario da una parte, Chronicles – Volume One, l’autobiografia di Dylan, dall’altra. Non i libri dei testi delle canzoni, ma il volume nel quale il musicista ha raccontato a modo suo alcuni frammenti della propria vita.

Resta anche una curiosa coincidenza: Dylan ha attraversato nella sua carriera diverse stagioni religiose, dalla formazione ebraica alla conversione al cristianesimo alla fine degli anni Settanta, fino al ritorno a una dimensione spirituale più personale e meno dichiarata. La fede, come tutto il resto nella sua esistenza artistica, non è mai stata una faccenda semplice da catalogare.

Wojtyla nel 1997 aveva provato a dare una risposta alla domanda di Blowin’ in the Wind. Leone XIV, nel 2026, ha scelto invece una canzone mai cantata per parlare di pace. Due Papi, due modi di avvicinarsi allo stesso artista. E in mezzo Bob Dylan, che continua a non spiegare troppo, a non concedere interviste quando non ne ha voglia, a nascondersi sotto un cappuccio e a salire sul palco senza concedere nulla alla nostalgia.

Forse è questa la vera lezione dell’incontro: anche davanti al Papa, il vecchio Bob resta Bob. Non si toglie il cappuccio, non abbandona l’ombrello, non si trasforma in un santino della cultura popolare. E soprattutto non offre risposte. Quelle, come ci ha insegnato più di sessant’anni fa, continuano a soffiare nel vento.

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