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John e Paul, la più grande storia d’amore del rock

– Nel libro “John+Paul. Una storia d’amore in musica”, Ian Leslie rilegge la storia dei Beatles attraverso il rapporto tra Lennon e McCartney: amicizia, complicità, rivalità, gelosia e una straordinaria capacità di trasformare le differenze in canzoni destinate a cambiare la storia della musica. Perché dietro la più grande macchina pop del Novecento c’erano due ragazzi che si amavano, si sfidavano e, alla fine, non riuscirono più a stare insieme

Ci sono storie d’amore che finiscono con un matrimonio, altre con un divorzio, altre ancora con una telefonata mai fatta, una porta sbattuta o una canzone scritta per regolare i conti. Quella tra John Lennon e Paul McCartney è finita con una causa legale, dichiarazioni velenose, avvocati, rancori e qualche frecciatina affidata ai dischi. Ma prima di trasformarsi in una delle separazioni più celebri della storia della musica, era stata una storia d’amore. Non necessariamente romantica, naturalmente, ma di quelle che possono segnare un’intera esistenza, soprattutto quando cominciano nell’adolescenza e finiscono per diventare un’impresa creativa senza precedenti.

È questa la prospettiva, suggestiva e per certi versi spiazzante, dalla quale Ian Leslie affronta la vicenda dei Beatles in John+Paul. Una storia d’amore in musica. Il libro non è l’ennesima ricostruzione della parabola dei Fab Four, né un catalogo di aneddoti per nostalgici della Beatlemania. È piuttosto il tentativo di capire come due personalità tanto diverse, e spesso incompatibili, abbiano potuto alimentarsi reciprocamente per produrre una delle collaborazioni artistiche più importanti del Novecento. Un rapporto nel quale l’affetto conviveva con la competizione, l’ammirazione con l’invidia, la solidarietà con il desiderio di prevalere.

Perché John e Paul non erano semplicemente due ragazzi che scrivevano canzoni insieme. Erano due caratteri che si riconoscevano e si combattevano, due talenti che avevano bisogno l’uno dell’altro proprio perché non erano uguali. E forse è questo il segreto della loro alchimia: non la somiglianza, ma la differenza.

Tutto comincia a Liverpool, nel luglio del 1957. John ha sedici anni, è il leader degli Quarrymen, un ragazzo brillante, irriverente, già dotato di un ego piuttosto ingombrante. Paul ne ha quindici, è più disciplinato, musicalmente preparatissimo, capace di suonare la chitarra e il pianoforte, con una memoria musicale formidabile. Quando si incontrano, durante una festa alla chiesa di St. Peter a Woolton, McCartney impressiona Lennon eseguendo Twenty Flight Rock di Eddie Cochran. John capisce subito di avere davanti qualcuno che potrebbe completare quello che a lui manca. Paul, dal canto suo, riconosce in John una personalità magnetica, un ragazzo capace di trasformare una band di provincia in qualcosa di diverso.

È un incontro destinato a cambiare tutto. Ma non bisogna immaginare un’immediata amicizia idilliaca. John e Paul si studiano, si misurano, cercano di capire quanto spazio concedersi. Lennon ha bisogno di essere il capo, McCartney non ha alcuna intenzione di essere soltanto un comprimario. Il loro sodalizio nasce da una specie di patto non scritto: nessuno dei due vuole rinunciare alla propria individualità, ma entrambi intuiscono che insieme possono arrivare molto più lontano.

Leslie individua proprio in questa tensione il motore della collaborazione. La scrittura Lennon-McCartney non è stata quasi mai una semplice divisione del lavoro, con uno che porta il testo e l’altro la musica. Anche quando i brani nascevano prevalentemente dalla penna di uno dei due, l’altro interveniva, correggeva, suggeriva, completava, talvolta cambiava radicalmente la direzione. Era un sistema di contaminazione permanente. John portava l’ironia, l’inquietudine, l’istinto corrosivo, la capacità di guardare il mondo da una prospettiva obliqua. Paul aveva un talento melodico quasi naturale, una sensibilità per la forma, un gusto per la costruzione e un’abilità artigianale che spesso veniva sottovalutata proprio perché sembrava tutto troppo facile. Il risultato era una specie di organismo creativo a due teste. E quando funzionava, non c’era praticamente nessuno in grado di competere.

La loro storia artistica trova uno dei primi momenti di svolta in Rubber Soul, pubblicato il 3 dicembre 1965. I Beatles avevano già conquistato il mondo, ma cominciavano a essere insofferenti al ruolo di fenomeno adolescenziale che l’industria discografica e il pubblico avevano cucito loro addosso. Con quel disco decisero di spostare il baricentro della musica pop: meno canzoni costruite intorno al ritornello immediato, più attenzione ai testi, alle atmosfere, agli arrangiamenti, alle possibilità espressive dello studio di registrazione.

È un album nel quale il dialogo tra John e Paul diventa particolarmente evidente. Si apre con Drive My Car, firmata da McCartney, una canzone apparentemente leggera nella quale una ragazza racconta il proprio desiderio di diventare una star del cinema e offre al suo interlocutore il ruolo di autista. Una piccola commedia di ambizioni, seduzione e ribaltamento dei ruoli, con un’ironia che anticipa sensibilità più moderne. Subito dopo arriva Norwegian Wood, di Lennon, racconto enigmatico di un incontro sentimentale e di una notte ambigua, nel quale il sitar di George Harrison introduce un colore sonoro inedito nella musica dei Beatles.

Due modi diversi di raccontare il mondo. Paul parte spesso da una situazione concreta, da un personaggio, da un dettaglio quotidiano, per arrivare a una melodia capace di trasformarlo in qualcosa di universale. John tende invece a procedere per immagini, allusioni, intuizioni, lasciando che il significato emerga anche dalle zone d’ombra. In You Won’t See Me e I’m Looking Through You Paul mette in musica le tensioni della relazione con Jane Asher; Lennon risponde con Nowhere Man, ritratto di un uomo senza direzione, e con In My Life, una delle sue riflessioni più intense sul tempo, la memoria e le persone che attraversano un’esistenza.

Non è soltanto una successione di canzoni straordinarie. È il ritratto di due sensibilità che si osservano, si contraddicono e si completano. In mezzo c’è George Martin, il produttore che contribuì in maniera decisiva a trasformare le intuizioni dei quattro musicisti in architetture sonore sempre più sofisticate. Il cosiddetto quinto Beatle, capace di intuire le potenzialità di un gruppo che stava rapidamente superando i confini del pop tradizionale.

Ma il punto non è stabilire chi fosse il più bravo. È proprio questo il rischio di una lettura troppo semplicistica della storia dei Beatles: trasformare Lennon e McCartney in due campioni di una competizione, come se la loro grandezza dovesse necessariamente coincidere con la sconfitta dell’altro. In realtà, per molti anni, John ha avuto bisogno della disciplina melodica di Paul e Paul dell’istinto irregolare di John. Quando uno dei due sembrava avere esaurito un’idea, l’altro poteva riaccendere la scintilla.

Lo dimostra anche l’evoluzione successiva, da Revolver a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, fino al White Album. La musica dei Beatles diventa sempre più ambiziosa, sperimentale, stratificata. Il gruppo non si limita più a registrare canzoni: inventa nuovi modi di concepire un disco, di usare lo studio, di costruire un immaginario. Eppure, proprio mentre il loro universo creativo raggiungeva la massima espansione, il rapporto personale cominciava a incrinarsi.

Il successo, che inizialmente aveva funzionato da collante, si era trasformato in una pressione insostenibile. Le differenze caratteriali diventavano più evidenti, le ambizioni individuali prendevano il sopravvento, le rispettive compagne acquistavano un ruolo sempre più importante nella vita dei due musicisti. Yoko Ono, soprattutto, sarebbe diventata nell’immaginario collettivo il simbolo della rottura, una spiegazione fin troppo comoda per una separazione che aveva radici molto più profonde. Paul, intanto, cercava di tenere insieme la macchina dei Beatles, mentre John sembrava sempre più insofferente alle regole di quella famiglia musicale che lui stesso aveva contribuito a fondare.

La separazione non fu un fulmine a ciel sereno, ma un lento processo di allontanamento. E quando arrivò, nel 1970, il mondo si ritrovò davanti a qualcosa che non riusciva ad accettare: i Beatles non esistevano più. La rivalità tra i due ex soci continuò attraverso le canzoni, le interviste e qualche velenosa provocazione. How Do You Sleep?, pubblicata da Lennon in Imagine nel 1971, era un attacco quasi esplicito a McCartney. Paul rispose a modo suo, con Too Many People e poi con Dear Friend, cercando di trasformare la rabbia in un tentativo di riconciliazione.

Eppure, sotto le schermaglie, l’affetto non era scomparso. La storia di John e Paul non finì davvero con lo scioglimento dei Beatles. Ci furono incontri, telefonate, momenti di complicità, tentativi di ritrovare quella confidenza che li aveva uniti da adolescenti. L’ultimo periodo della vita di Lennon avrebbe potuto forse aprire una nuova fase del loro rapporto. La sua morte, l’8 dicembre 1980, interruppe definitivamente ogni possibilità.

È difficile non pensare a quanto sarebbe potuto accadere se John fosse sopravvissuto. Una reunion? Una collaborazione occasionale? Un nuovo disco insieme? Domande che appartengono alla grande mitologia del rock e alle fantasie di milioni di fan. Ma forse il loro rapporto era già diventato qualcosa di troppo complesso per poter essere ricomposto in una semplice operazione discografica.

Il merito del libro di Ian Leslie è proprio quello di sottrarre questa storia alla retorica della nostalgia e di restituirle una dimensione umana. John e Paul non erano due metà perfette di una stessa persona, né due geni destinati a completarsi in maniera inevitabile. Erano due ragazzi che avevano trovato nell’altro uno specchio, un rivale, un complice e un interlocutore privilegiato. Si erano scelti, avevano costruito insieme un mondo e poi non erano più riusciti ad abitarlo.

La loro storia dimostra che le grandi collaborazioni artistiche non nascono necessariamente dall’armonia. A volte sono il risultato di un conflitto permanente, di una tensione che impedisce a ciascuno di accontentarsi di quello che sa già fare. Lennon e McCartney si spingevano reciprocamente oltre i propri limiti, proprio perché non si somigliavano. E quando quella tensione venne meno, venne meno anche una parte essenziale della loro musica.

È questa la vera storia d’amore raccontata da Leslie: non quella di due uomini che non potevano vivere l’uno senza l’altro, ma quella di due artisti che, incontrandosi, riuscirono a diventare qualcosa che separatamente non sarebbero mai stati. In fondo, John+Paul è anche una storia sulla natura stessa della musica pop. Un’arte che spesso nasce dall’incontro di personalità incompatibili, da una discussione in sala prove, da una melodia che uno trova troppo dolce e l’altro troppo banale, da un accordo cambiato all’ultimo momento. E che qualche volta produce un miracolo.

I Beatles sono stati quel miracolo. John e Paul, con tutto il loro amore e tutto il loro odio, ne sono stati gli artefici. E il fatto che, a oltre sessant’anni da Rubber Soul, continuiamo a cercare di capire che cosa sia successo tra loro è forse la prova più evidente che quella storia non è mai finita davvero.

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