Libri

Quando il noir suona come “A Love Supreme”

– Nel centenario della nascita di John Coltrane, Marcello F. Turno costruisce un romanzo sulle note del capolavoro del grande sassofonista. Un serial killer, un profiler tormentato e una Roma notturna dove sesso, ossessioni e sensi di colpa si intrecciano. Ma il vero protagonista è il jazz, che detta il ritmo della scrittura, suggerisce le svolte narrative e trasforma l’indagine in una discesa negli abissi dell’animo umano

C’è un sassofono che attraversa la notte romana. Non suona in un jazz club, non cerca applausi, non accompagna una scena da vecchio film americano. È il sax di John Coltrane, e sembra conoscere i segreti più oscuri degli uomini meglio di qualsiasi investigatore. Con le sue note tormentate, le improvvise accelerazioni, le pause che pesano quanto un urlo, guida una caccia all’assassino nella quale il confine tra il bene e il male si fa sempre più sottile. Perché anche il delitto, a volte, ha un ritmo. E il jazz, quando scava abbastanza in profondità, può diventare una forma di indagine sull’animo umano.

Marcello F. Turno

È su questa suggestione che Marcello F. Turno costruisce A Love Supreme (Alpes), un noir che prende in prestito il titolo dal capolavoro inciso da Coltrane nel dicembre del 1964. Non per semplice devozione musicale, ma per trasformare un disco in una struttura narrativa. Una scelta che acquista un significato particolare nell’anno del centenario della nascita del sassofonista, venuto al mondo il 23 settembre 1926 e scomparso appena quarantunenne nel 1967.

Cent’anni dalla nascita, e Coltrane continua a essere un musicista del futuro. Mentre buona parte della musica contemporanea invecchia alla velocità degli algoritmi che la distribuiscono, le sue registrazioni conservano un’urgenza quasi fisica. A Love Supreme, soprattutto, non sembra appartenere alla storia del jazz, ma a una dimensione che sfugge alle classificazioni. È un disco che non chiede soltanto di essere ascoltato. Pretende di essere attraversato.

Quando lo registrò con McCoy Tyner al pianoforte, Jimmy Garrison al contrabbasso ed Elvin Jones alla batteria, Coltrane aveva già conosciuto l’inferno della dipendenza dall’eroina e dall’alcol. Ne era uscito attraverso una profonda esperienza spirituale, trovando nella musica qualcosa che assomigliava alla redenzione. I quattro movimenti della suite — Acknowledgement, Resolution, Pursuance e Psalm — disegnano un percorso che dalla presa di coscienza conduce alla preghiera. Non c’è la consolazione facile della musica religiosa, ma una ricerca febbrile, talvolta violenta, di un equilibrio possibile.

Turno trasferisce quella stessa inquietudine nella letteratura criminale. Al centro del romanzo c’è Nic Agramonte, un profiler che indaga su un serial killer nell’ambiente degli scambisti romani. Ma sarebbe riduttivo considerarlo un semplice investigatore alle prese con una sequenza di omicidi. Nic è un uomo che porta dentro di sé ferite mai rimarginate, convive con allucinazioni, traumi e sensi di colpa. Un personaggio che non osserva il male dalla rassicurante distanza della legge: lo riconosce perché, in qualche modo, ne conosce il linguaggio.

Il suo metodo investigativo somiglia più a un assolo che a un ragionamento geometrico. Procede per intuizioni, associazioni, deviazioni improvvise. Segue una traccia, la abbandona, ci ritorna, insiste su un dettaglio apparentemente insignificante. Come Coltrane quando prendeva una frase musicale e cominciava a smontarla, ripeterla, deformarla, fino a scoprire qualcosa che all’inizio non sembrava contenere. L’improvvisazione, del resto, non è assenza di regole. È la capacità di inventare nuove strade dentro una struttura. Ed è proprio questo il principio che governa il romanzo.

C’è poi un altro elemento che rende interessante l’operazione di Turno: l’assassino e l’investigatore non sono semplicemente due antagonisti. Sono due uomini che tentano di mettere ordine nel proprio disordine, anche se scelgono strade opposte. Uno cerca risposte, l’altro produce morte. Uno tenta di comprendere il dolore, l’altro lo trasforma in violenza. Il loro confronto assume così i contorni di un duello psicologico nel quale la distanza tra chi insegue e chi fugge si riduce progressivamente.

Persino la grammatica partecipa a questa costruzione musicale. Turno racconta le azioni dell’assassino al presente, immergendo il lettore nell’immediatezza del crimine, mentre affida al passato le vicende di Agramonte, prigioniero della memoria e dei propri fantasmi. Sono due linee narrative che procedono indipendenti, come strumenti impegnati in improvvisazioni differenti. Quando finalmente si incontrano, anche i tempi verbali si ricongiungono. Il passato raggiunge il presente, e la caccia diventa collisione.

La presenza di Coltrane si avverte soprattutto nelle scene in cui la scrittura sembra cercare una corrispondenza diretta con gli strumenti del quartetto. In un incontro erotico tra Nic e la sua amante Merryday, è Resolution a scandire la tensione. Il contrabbasso di Garrison costruisce una pulsazione ostinata, mentre il sax si inserisce con la sua forza espressiva, accelerando e spezzando il ritmo. La musica non serve a rendere più suggestiva la scena: ne determina il movimento, quasi ne governa la respirazione.

In Pursuance, invece, è la batteria di Elvin Jones a suggerire il panico dell’assassino quando comprende che il suo piano è stato scoperto. Un assolo iniziale che sembra una scarica nervosa, una successione di colpi capaci di trasformare il ritmo in inquietudine. Non occorre descrivere la paura quando si può farla sentire.

E poi arriva Psalm, il movimento conclusivo della suite, nel quale Coltrane affida al sassofono le parole di una poesia-preghiera. Ogni frase musicale segue idealmente il testo scritto dal musicista, come se lo strumento tentasse di superare i limiti del linguaggio. Anche nel romanzo, avvicinandosi all’epilogo, le parole sembrano perdere progressivamente la propria capacità di spiegare. Resta il silenzio, che nel jazz non è mai soltanto assenza di suono.

Turno sceglie infatti di chiudere con quello che i musicisti chiamano “dead stop”: un’interruzione brusca, senza coda, senza dissolvenza, senza concedere al lettore il conforto di un’ultima nota che rimetta tutto al proprio posto. Una soluzione che, secondo quanto raccontato dall’autore, ha trovato riscontro anche nel confronto con alcuni jazzisti incontrati all’Ancona Summer Jazz Festival.

È forse questo l’aspetto più riuscito, almeno nelle intenzioni letterarie, di un progetto che prova a spostare il rapporto tra musica e narrativa oltre la consueta citazione colta. Nei romanzi il jazz è stato spesso utilizzato come arredamento emotivo: una tromba che suona in lontananza, il fumo di un locale, un investigatore malinconico con un bicchiere di whisky. Un immaginario che ha prodotto pagine memorabili, ma anche un’infinità di stereotipi. Qui l’ambizione è differente. Non evocare l’atmosfera di un disco, ma appropriarsi della sua logica interna. Non raccontare Coltrane, ma provare a scrivere come se il suo quartetto fosse entrato nella testa dello scrittore.

Naturalmente, trasferire il jazz sulla pagina è un’impresa rischiosa. La letteratura può imitare le ripetizioni, le variazioni, le accelerazioni della musica, ma non possiede la stessa libertà del suono. Una nota può esprimere contemporaneamente disperazione e speranza senza dover scegliere tra le due. Una parola, prima o poi, deve fare i conti con il proprio significato. Ed è in questa distanza che il romanzo di Turno trova la propria ragione d’essere: nel tentativo di raccontare ciò che sfugge alla spiegazione razionale. Il male, la colpa, il desiderio, la possibilità di salvarsi.

Coltrane aveva trasformato A Love Supreme in un ringraziamento a Dio, ma la sua musica non ha mai avuto il tono pacificato di chi possiede tutte le risposte. Era piuttosto la voce di un uomo che continuava a cercarle, spingendo il sassofono verso territori sempre più estremi. Non a caso, negli ultimi anni della sua vita, avrebbe portato quella ricerca fino ai confini del free jazz, dove l’ordine musicale sembra continuamente sul punto di dissolversi.

Il noir di Turno parte dallo stesso interrogativo, spostandolo dal terreno spirituale a quello criminale: si può trovare una forma dentro il caos? E soprattutto, quella forma può salvarci da noi stessi? Cent’anni dopo la nascita di Coltrane, A Love Supreme continua a suggerire che la risposta non si trova necessariamente alla fine del percorso. A volte è nella ricerca stessa, in quell’ostinazione a riprendere una frase, a modificarla, a ricominciare. Un serial killer può essere fermato. Un’indagine può concludersi. Un libro può arrivare all’ultima pagina. Ma certi fantasmi, come certe note di sax, non conoscono la parola fine.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *