– Dieci canzoni in napoletano tra personaggi dimenticati, memorie private e storie fuori dagli schemi. «Mi interessa stare al passo col tempo mio», dice l’artista, che nel nuovo album rivendica il diritto di seguire una rotta personale
Corsara è chi prende il mare senza chiedere il permesso, sceglie la propria rotta e non si lascia dettare la direzione. Flo ha scelto questa parola per intitolare il suo sesto album, il primo interamente scritto e cantato in napoletano, in uscita domani venerdì 23 ottobre per SoundFly. Una dichiarazione d’indipendenza artistica, ma anche un modo per raccontare Napoli da prospettive insolite, lontano dalle rappresentazioni più scontate: dieci canzoni che riportano alla luce personaggi dimenticati, esistenze irregolari e frammenti di storia che resistono sotto la superficie della città.
Floriana Cangiano, in arte Flo, ha costruito un percorso personale fra canzone e teatro, mescolando radici mediterranee, attenzione narrativa e una particolare cura per le parole. In Corsara la scelta del napoletano non è soltanto una questione di appartenenza, ma uno strumento per avvicinarsi alle sfumature delle storie, lasciando convivere ironia, dolore, tenerezza e disincanto. La lingua diventa così il luogo in cui la memoria individuale incontra quella collettiva, senza che l’una debba sacrificare qualcosa all’altra.

Il viaggio comincia con Giulietta d’e Meraviglie, dedicata a Giulia Civita Franceschi, l’educatrice che nel 1913 trasformò la nave Caracciolo in un rifugio per bambini abbandonati. Per quindici anni si occupò di quei ragazzi che vivevano di espedienti e dormivano per strada, sperimentando un modello educativo fondato sull’affetto, sul lavoro e sul senso di comunità. Un’esperienza innovativa, osservata anche da Maria Montessori, che si scontrò con i pregiudizi verso una donna al comando e finì per essere cancellata dal regime fascista. Una vicenda che Flo recupera per restituire visibilità a una figura straordinaria, sacrificata dalle convenzioni e dalla storia.
Un’altra Napoli riemerge in Wild Austino, ritratto di Austino ’o Pazzo, motociclista spericolato che negli anni Settanta sfidava le guardie in sella alla sua Gilera 125, esibendosi in acrobazie davanti a un pubblico che lo seguiva dalle strade e dai balconi. La sua fama arrivò fino al cinema, con una partecipazione a un film di Liliana Cavani, e allo spettacolo, dove diventò stuntman. Ma ciò che interessa a Flo non è soltanto la leggenda di un personaggio eccentrico: è il significato della sua diversità. «La sua storia mi ha affascinata perché non è la storia di chi rifiuta banalmente le regole, ma di chi rifiuta l’omologazione», racconta. E aggiunge: «Nella società dei cloni in gregge, questo mi appare profondamente rivoluzionario».
È una chiave di lettura che attraversa l’intero disco. I corsari di Flo sono persone che non accettano di essere ricondotte a un modello, che difendono il proprio modo di stare al mondo anche quando questo comporta l’emarginazione o l’incomprensione. La libertà, però, non coincide con la fuga da ogni legame: può essere anche la capacità di riconoscere ciò che conta davvero, senza confondere l’indipendenza con la solitudine.
Di relazioni, illusioni e paure parla Pe’ nun stà sulo, canzone che affronta il timore di restare soli e di lasciarsi sfuggire le occasioni della vita. «Ho preso in prestito da Massimo Troisi l’accostamento tra il calesse e l’amore», spiega Flo, riconoscendo in quell’immagine paradossale la tendenza a cercare valore e corrispondenza sentimentale anche dove forse esiste soltanto la paura del vuoto.
Un tema che ritorna, con un atteggiamento più combattivo, in Meno ’e chesto, dove l’amore viene misurato sulle aspettative di chi non è disposto ad accontentarsi di sentimenti a metà. A fare da bussola è Jane Austen: «Non so cosa significhi amare le persone a metà. I miei affetti sono sempre eccessivi».
La dimensione autobiografica emerge con particolare intensità in A chi sì figlio, dedicata alla madre. Flo parte dalle frasi che si è sentita ripetere per tutta la vita: l’importanza dell’onestà, di imparare un mestiere, di non montarsi la testa e di non dimenticare mai le proprie origini. «L’ho scritta intorno al desiderio impossibile di incontrarla di nuovo un giorno, a Napoli o su una costellazione», confessa. Ne nasce una canzone attraversata dalla malinconia, ma non schiacciata dal dolore: il ricordo diventa un modo per tenere viva una presenza e ritrovare, nelle parole ereditate, qualcosa che continua a orientare il presente.
In Capamia, invece, Flo si guarda allo specchio con ironia. Il brano racconta il conflitto tra la sua parte ragionevole e quella impulsiva, impaziente e spericolata, che spesso prende il sopravvento. «Credo che ’a Capamia sia collegata alla bocca da una specie di imbuto senza filtro», dice, descrivendo quel momento in cui il pensiero arriva troppo tardi per impedire alle parole di uscire. È uno dei passaggi in cui il disco abbandona la ricostruzione storica per entrare nella quotidianità, con le sue contraddizioni e le sue piccole, riconoscibili debolezze.

Sul versante musicale, Fulmine e cerasa si affida alla tammurriata, danza tradizionale vesuviana legata alle feste popolari e religiose. Per Flo non è un semplice richiamo alle radici, ma un’esperienza fisica, quasi una liberazione. «Ballare la tammurriata significa liberare qualcosa che non sapevi nemmeno di aver tenuto incatenato», spiega. Il ritmo accompagna la storia di una donna senza padroni, che segue la propria indole e le proprie passioni, refrattaria a ogni tentativo di controllo.
La title track nasce invece durante una traversata in traghetto verso Procida, mentre Flo stava attraversando un periodo difficile. La visione dell’isola al tramonto, le barche e le luci in lontananza le regalano un momento di sollievo. «Procida mi stava dicendo che ci sarebbe sempre stato un mare di piccole cose invisibili capaci di rendermi felice», ricorda. La canzone prende forma quella sera, dopo un bagno in mare, e diventa una riflessione sulla possibilità di ritrovare un equilibrio anche quando tutto sembra complicato. La libertà corsara, in questo caso, non consiste nell’andare sempre più lontano, ma nel riconoscere quando vale la pena fermarsi.

Prodotto e arrangiato da Michele Maione, Corsara privilegia il suono degli strumenti e il lavoro artigianale sugli arrangiamenti, accompagnando le diverse storie senza soffocare la voce dell’autrice. La sua idea di indipendenza si traduce anche in una presa di posizione sul presente: «Se stare al passo coi tempi significa semplificare i concetti, plastificare i suoni e sintetizzare senza capire, mi interessa di più stare al passo col tempo mio e di quelli che, come me, vedono la bellezza nelle piccole cose, si emozionano a sentire un accordo inaspettato e sorridono a leggere una pagina ben scritta».
A chiudere l’album è Nuttata ’e sentimento, rilettura di una canzone del repertorio classico napoletano e omaggio al suo autore, Santo Cassese, ragazzo di Castellammare proveniente da una famiglia modesta, morto in guerra a quarant’anni. «Chissà quante altre ne avrebbe scritte se […] non fosse stato mandato al fronte», osserva Flo. La sua storia diventa una dedica a chi ha visto i propri sogni spezzati dai conflitti, da Gaza alle traversate dei migranti, fino agli altri teatri di guerra che continuano a segnare il nostro tempo.
Corsara sarà accompagnato da una serie di presentazioni dal vivo: il 25 ottobre alla Feltrinelli di piazza dei Martiri a Napoli, il 31 ottobre alla Scighera di Milano e il 7 novembre al Teatro Aspro di Cerea, in provincia di Verona.

