– All’O2 Shepherd’s Bush Empire di Londra il cantautore bolognese ha presentato ieri sera il nuovo album in uscita il 23 ottobre. Sul palco Salmo, Fabri Fibra, Malika Ayane e una parata di musicisti internazionali. Tra citazioni colte, ambizioni rock, confessioni personali e proclami sulla salvezza dell’arte, Cremonini cerca una nuova identità. Ma dietro tanta voglia di stupire si intravede soprattutto il peso di un ego sempre più ingombrante
C’è chi va a Londra per cercare fortuna, chi per cambiare vita e chi per convincere il mondo di essere diventato un altro. Cesare Cremonini appartiene alla terza categoria. Ha scelto l’O2 Shepherd’s Bush Empire, tempio londinese del rock e ormai frequentatissima succursale della musica italiana, per presentare Amateur, il suo nuovo album. Un titolo che significa “dilettante” e che, pronunciato da uno dei cantautori più ricchi di successi e di pubblico del nostro Paese, possiede già una certa dose di involontaria comicità. Perché Cremonini può essere molte cose, ma dilettante proprio no. È un professionista del pop, della melodia, del palcoscenico e, soprattutto, della costruzione della propria immagine. Uno che non lascia al caso neppure la spontaneità.
La serata londinese, battezzata Amateur Live (One Night in London), è stata una celebrazione in grande stile, con amici famosi, ospiti prestigiosi e una band di lusso. Sul palco sono passati Salmo, Fabri Fibra, Malika Ayane e Sig, mentre dietro le quinte si allunga l’elenco delle collaborazioni eccellenti che hanno accompagnato la realizzazione del disco. Tutto molto internazionale, tutto molto ambizioso, tutto molto studiato. Anche troppo, forse, per un artista che sostiene di voler ritrovare la purezza delle origini.
La contraddizione è il filo conduttore di questa nuova fase della carriera di Cremonini. Dice di voler recuperare l’essenza delle band, spogliare il pop dagli eccessi, liberarsi delle sovrastrutture. Poi realizza un album negli Studio 13 di Damon Albarn, arruola musicisti che hanno lavorato con David Bowie, chiama a raccolta colleghi di ogni provenienza e costruisce intorno all’uscita del disco un apparato promozionale degno di una produzione hollywoodiana. Il minimalismo, evidentemente, è diventato una faccenda piuttosto costosa.

L’album, undici canzoni prodotte da Tommaso Colliva, mette insieme il sax di Donny McCaslin, protagonista dell’ultimo capolavoro bowiano Blackstar, il basso di Tim Lefebvre, la batteria di Malcolm Catto, le chitarre di Paul Stacey e il pianoforte di Jeremy Stacey. C’è Elisa che firma insieme a Cremonini Cavalli da corsa, Morgan che interviene in Il giardino dei sassofoni, Salmo che presta la voce alla title track e Fabri Fibra che irrobustisce Paparazzi. Una compagnia di giro di primissimo ordine. Ma la qualità dei collaboratori non garantisce automaticamente quella delle canzoni. Altrimenti basterebbe sfogliare la rubrica telefonica giusta per realizzare un capolavoro.

Il problema non è l’ambizione. Quella, anzi, sarebbe da incoraggiare in un panorama italiano che spesso si accontenta di ripetere all’infinito la stessa formula. Il problema è l’ostentazione dell’ambizione, la necessità di accompagnare ogni scelta musicale con una spiegazione filosofica, ogni collaborazione con un significato simbolico, ogni svolta artistica con una dichiarazione di rinascita.
Prendiamo proprio Amateur. Il titolo nasce da una riflessione di Roland Barthes, il semiologo francese che certo non è una presenza abituale nei comunicati stampa della musica pop. Una citazione colta, suggestiva, forse anche pertinente. Ma Cremonini sembra utilizzare la cultura come altri utilizzano gli effetti speciali: per aumentare le dimensioni dello spettacolo. E quando Salmo racconta che il cantante lo ha chiamato chiedendogli di diventare il suo Virgilio per attraversare l’inferno, viene il sospetto che la Divina Commedia abbia trovato un nuovo, imprevedibile capitolo promozionale.
«Cesare, ma che ca\*\*o dici? Certo che ti accompagno», racconta di avergli risposto il rapper sardo. Probabilmente la battuta più spontanea dell’intera operazione. Salmo descrive la title track come un incrocio tra Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles e Fred Buscaglione. Un paragone talmente ardito da rendere quasi impossibile qualsiasi verifica critica. Eppure, funziona perfettamente dentro il racconto di questo Cremonini che vuole essere contemporaneamente rock, pop, jazz, sperimentale, sofisticato e popolare. Una sorta di enciclopedia musicale ambulante, nella quale ogni riferimento deve contribuire ad accrescere il prestigio dell’autore.
Più convincente, almeno nelle intenzioni, l’incontro con Fabri Fibra in Paparazzi, brano che affronta il rapporto con la notorietà e la deformazione dell’identità prodotta dal sistema mediatico. Nel testo compare anche Diletta Leotta, utilizzata, spiega Cremonini, come simbolo di un mondo in cui la comunicazione trasforma continuamente le persone in personaggi. Un tema tutt’altro che banale, se non fosse che a denunciarlo è proprio un artista che ha fatto della gestione della propria immagine una disciplina quasi scientifica.
Cremonini critica il meccanismo che trasforma tutto in spettacolo mentre organizza uno spettacolo per raccontarci quanto sia importante sottrarsi a quel meccanismo. Un cortocircuito che avrebbe divertito parecchio lo stesso Barthes.
Fra i momenti più significativi della serata londinese c’è stato il ritorno accanto a Malika Ayane, con la quale il cantante aveva condiviso un rapporto sentimentale e artistico. Insieme hanno proposto Cose molto piccole e una rilettura di Walk on the Wild Side di Lou Reed, riannodando un filo che risale a Hello!, il loro duetto di sedici anni fa. È forse la collaborazione più interessante sul piano emotivo, perché contiene una storia reale, non ha bisogno di essere giustificata da un manifesto estetico e rimanda a una stagione in cui Cremonini sembrava affidarsi maggiormente alle canzoni che alle dichiarazioni programmatiche.
Malika lo definisce una voce «diversa, pura, sincera, libera». Parole affettuose, comprensibili. Ma quella libertà evocata dalla cantante è proprio ciò che appare più difficile da rintracciare nell’architettura di Amateur. Tutto sembra dover rispondere a un progetto, a una strategia, a una precisa idea di posizionamento artistico.
C’è poi Sig, il personaggio dal teschio lucente, un’immagine che Cremonini avvicina all’estetica di Damien Hirst e che diventa una sorta di alter ego simbolico. Compare in Disturbo mentale, canzone legata ai fantasmi interiori e alla necessità di liberarsi da una parte di sé. Il cantante parla di un ritorno all’essenza del suono, di un pop meno sovraccarico, di un’identità finalmente ritrovata. Ma per raccontare questa liberazione sente il bisogno di inventarsi un altro personaggio. È un po’ come togliersi una maschera per indossarne una più costosa.
Anche il rapporto con Walter Mameli, suo storico produttore e scopritore, entra nel grande romanzo dell’emancipazione. Cremonini racconta di aver vissuto per ventiquattro anni sotto il peso delle aspettative di una figura che ne ha intuito e sviluppato il talento, ma che avrebbe finito anche per condizionarlo. Un passaggio personale certamente importante, che tuttavia viene trasformato nell’ennesima chiave di lettura obbligatoria del disco.

E qui affiora il limite più evidente dell’operazione. Ogni artista ha diritto alle proprie crisi, ai cambiamenti, alle rotture con il passato. Ma non ogni crisi produce necessariamente una rivoluzione musicale. E soprattutto non basta annunciarla perché si realizzi. «Ora ho provato a fare un album diverso, rock, se non verrà capito festeggeremo il più grande fallimento della musica italiana», proclama Cremonini. Una frase che dice molto della sproporzione tra l’opera e il modo in cui il suo autore desidera venga percepita. Il fallimento di un disco di Cesare Cremonini, per quanto improbabile dal punto di vista commerciale, difficilmente potrebbe rappresentare il più grande fallimento della musica italiana. Che, fortunatamente, è una faccenda assai più vasta della discografia di un singolo cantautore.
Ma Cremonini sembra ormai abitare una dimensione nella quale ogni sua decisione artistica assume un valore epocale. Anche lo studio del sassofono, raccontato come strumento per esorcizzare le negatività e ritrovare un equilibrio interiore, entra nella narrazione di un artista continuamente impegnato a superare se stesso. E l’album, composto in sei mesi, viene presentato come il risultato di questa rigenerazione.
Nel frattempo, il cantautore si concede anche qualche riflessione sullo stato del mondo. Le guerre, Trump, la crisi della cultura, gli algoritmi che governano l’industria musicale. «Io credo nella cultura, ci salverà da tutti i Trump di questo mondo», dichiara. Un’affermazione condivisibile nelle intenzioni, ma piuttosto generica nella sostanza. Soprattutto quando arriva da un artista che, almeno finora, ha preferito raccontare il proprio universo emotivo piuttosto che confrontarsi direttamente con le contraddizioni politiche e sociali del presente.

Non che sia obbligatorio scrivere canzoni di protesta. Anzi. Ma anche qui si avverte la tentazione di allargare continuamente il perimetro del proprio discorso, di trasformare la presentazione di un album pop in una riflessione sul destino della civiltà occidentale.
Cremonini denuncia ancora il potere degli algoritmi e rivendica una musica realizzata senza ricorrere all’intelligenza artificiale. Un principio rispettabile, naturalmente. Ma anche una posizione che rischia di suonare come una medaglia appuntata sul petto per aver fatto ciò che un musicista dovrebbe fare normalmente: scrivere, suonare, confrontarsi con altri esseri umani. Non utilizzare l’intelligenza artificiale non rende automaticamente più autentica una canzone, così come registrare in uno studio londinese non la rende necessariamente più internazionale.
E intanto la macchina promozionale procede a pieno regime. Sky segue l’operazione, Pepsy Romanoff firma il documentario Cremonini – Amateur Forever, il tour nei palasport partirà il 24 novembre da Ancona con il prevedibile titolo AmaTour. C’è già tutto: il disco, il concerto-evento, il racconto della sua realizzazione, la celebrazione del percorso artistico, la tournée. Un universo perfettamente organizzato nel quale non sembra esserci spazio per l’imprevisto.

La cosa curiosa è che Cremonini, quando vuole, sa essere un autore di notevole efficacia. Ha scritto canzoni capaci di entrare nella memoria collettiva senza bisogno di Roland Barthes, Damien Hirst o David Bowie come garanti culturali. Da 50 Special a Marmellata #25, da La nuova stella di Broadway a Poetica, la sua forza è stata spesso quella di trasformare emozioni private in melodie immediatamente riconoscibili. Non sempre originalissime, certo, ma capaci di parlare a un pubblico molto ampio.
Oggi, invece, sembra inseguire un riconoscimento diverso. Non gli basta più essere uno dei cantautori pop italiani di maggiore successo. Vuole essere considerato un artista totale, un ricercatore sonoro, un intellettuale della canzone, un musicista capace di dialogare con il rock britannico, il jazz contemporaneo e la cultura alta. Un’ambizione legittima, che però corre il rischio di trasformarsi in una continua richiesta di approvazione.
Londra, in questo senso, non è soltanto una città. È una scenografia culturale, un luogo che dovrebbe conferire autorevolezza a un progetto già molto sicuro della propria importanza. Lo Shepherd’s Bush Empire, dove negli ultimi mesi sono passati anche Ligabue, i Ricchi e Poveri e Lucio Corsi, diventa una sorta di ufficio estero della consacrazione italiana. Si attraversa la Manica e, per una sera, tutto sembra acquistare una dimensione internazionale.
Ma la geografia non modifica automaticamente il valore artistico delle cose. E la presenza del sassofonista di Bowie non trasforma un album in Blackstar, così come citare i Beatles non significa averne ereditato l’inventiva.

La sensazione è che Cremonini abbia progressivamente sostituito la naturalezza con la consapevolezza della propria grandezza. Ogni canzone deve significare qualcosa di più di ciò che racconta. Ogni disco deve inaugurare una nuova epoca. Ogni concerto deve diventare un momento irripetibile. E ogni intervista sembra aggiungere un altro capitolo a un’autobiografia artistica sempre più monumentale.
Il paradosso finale è tutto nel titolo. Amateur dovrebbe celebrare la curiosità, l’istinto, il piacere di fare musica senza preoccuparsi troppo del risultato. Ma l’impressione è quella di un artista che ha perso proprio la capacità di non preoccuparsene. Che vuole controllare ogni dettaglio, ogni interpretazione, ogni possibile giudizio.
Il ragazzo dei Lùnapop cantava di una Vespa e di un amore da inseguire. Non doveva spiegare niente. Bastavano tre accordi, una melodia e una buona dose di incoscienza. Oggi il cantautore adulto arriva a Londra con Roland Barthes in valigia, il fantasma di Bowie nello studio di registrazione, Salmo come Virgilio e una troupe pronta a documentare la propria rinascita. Forse Amateur sarà davvero un grande album. Ma sarebbe bello scoprirlo ascoltando le canzoni, senza che qualcuno debba continuamente ricordarci quanto siano importanti. Perché a forza di voler dimostrare di essere diventato un grande artista, Cesare Cremonini rischia di dimenticare una cosa molto semplice: la grandezza non si proclama. E soprattutto non ha bisogno di un documentario per essere riconosciuta.

