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“Il rumore del lutto”: da Diamanda Galás a Marc Almond 

–  Sono fra gli ospiti del festival che da Parma si estende a Los Angeles trasformando la morte da tabù in materia viva: musica, memoria, arte e quella cosa misteriosa che chiamiamo esistenza
– Due concerti. Due modi di stare davanti alla morte. Galás ci ricorda che il dolore può diventare grido, protesta, teatro, poesia. Almond che può essere melodia, glamour, memoria, desiderio
– La compositrice: «Ho passato gli ultimi cinque anni accanto a mia madre quasi morente». L’ex Soft Cell canta per l’amico e compagno di duo scomparso, presentando l’album “Danceteria”

Ci sono festival che celebrano la vita fingendo che la morte non esista. E poi c’è Il Rumore del Lutto, che da vent’anni fa esattamente il contrario: mette la morte al centro, la osserva, la interroga, la attraversa e soprattutto prova a restituirle una dimensione umana, culturale, persino politica. Non come spettacolo macabro, non come estetica dark, non come celebrazione della tristezza. Piuttosto come esercizio di consapevolezza.

Nato a Parma nel 2007 da un’idea della tanatologa, formatrice e giornalista Maria Angela Gelati e del giornalista, critico musicale e fotografo Marco Pipitone, Il Rumore del Lutto è diventato il primo festival italiano dedicato alla Death Education, una formula che negli ultimi anni ha cominciato a uscire dalla nicchia degli studi sulla morte e sul fine vita per entrare nel territorio molto più vasto della cultura. Il principio è semplice e, proprio per questo, radicale: per imparare a vivere meglio bisogna anche imparare a confrontarsi con la morte.

Nel 2026 il festival compie vent’anni e lo fa con una parola che sembra quasi l’opposto del lutto: Lode. Dal 26 settembre al 15 novembre, Parma sarà ancora una volta il cuore della manifestazione, con appuntamenti in altre città italiane e, per il secondo anno consecutivo, a Los Angeles. Il programma mette insieme concerti, teatro, incontri, laboratori, convegni, passeggiate e momenti di riflessione. Fra gli ospiti: Stefano Mancuso, Julia Kent, Keeley Forsyth, Radiodervish, Daniel Lumera, Angelo Vaira, Guidalberto Bormolini e Bouquet of Madness.

Ma l’apertura del ventennale ha qualcosa di particolarmente cinematografico: due sere consecutive all’Auditorium Paganini, due figure gigantesche e irriducibili della musica contemporanea, Diamanda Galás il 26 settembre e Marc Almond il 27. 

È difficile immaginare due artisti più diversi. Eppure, osservandoli da vicino, sembra quasi che siano stati scelti per la stessa ragione. Entrambi hanno costruito la propria carriera attorno a ciò che la musica popolare normalmente cerca di rimuovere: il dolore, il desiderio, la solitudine, il sesso, la malattia, la perdita, la memoria, la paura, la morte. Entrambi hanno fatto della propria voce una forma di sopravvivenza. Entrambi hanno rifiutato l’idea che una canzone debba necessariamente consolare. E soprattutto entrambi sanno che parlare della morte significa, inevitabilmente, parlare della vita.

La morte non è un genere musicale

La prima cosa da capire, entrando nel mondo de “Il Rumore del Lutto”, è che non si tratta di un festival “sulla morte” nel senso più ovvio del termine. La morte è piuttosto una lente attraverso la quale guardare la cultura contemporanea.

Il progetto nasce nell’ambito della tanatologia, lo studio della morte e del morire, ma nel tempo ha allargato il campo fino a comprendere filosofia, psicologia, letteratura, musica, arti visive, teatro, spiritualità, scienza e pratiche di comunità. L’obiettivo dichiarato è portare il dialogo sulla morte fuori dalla marginalità e restituirgli uno spazio nella “città dei vivi”.

Julia Kent

È una scelta quasi controculturale. Perché la società contemporanea parla continuamente di morte e contemporaneamente sembra incapace di guardarla in faccia. La spettacolarizza nei notiziari, la trasforma in algoritmo sui social, la rende un’immagine nei videogame, la rimuove dal linguaggio quotidiano, la confina negli ospedali, nelle case funerarie, nelle statistiche. Il lutto, invece, resta spesso un fatto privato, qualcosa da attraversare rapidamente, possibilmente senza disturbare il ritmo produttivo del mondo.

Il “Rumore del Lutto” propone un’altra possibilità: fare della perdita una materia culturale condivisa. E la musica, in questo processo, ha un ruolo privilegiato. Perché la musica sa fare una cosa che il linguaggio razionale spesso non riesce a fare: dare una forma all’inesprimibile. Non spiega la morte. Le dà un suono.

Vent’anni contro la rimozione

Il successo del festival racconta anche qualcosa che va oltre il suo programma. La XIX edizione, quella del 2025, ha raggiunto circa 40 mila presenze fra concerti, laboratori nelle scuole, convegni, passeggiate, teatro e incontri anche online, estendendo inoltre la manifestazione a Los Angeles. 

Sono numeri importanti per una rassegna che non nasce intorno a una star televisiva, a una gara o a un grande evento commerciale. E raccontano un cambiamento culturale. Forse il pubblico non vuole più essere protetto dalle domande difficili. Forse vuole che qualcuno gli dica che la paura della morte, il dolore della perdita, il ricordo di chi non c’è più non sono anomalie da nascondere, ma parti strutturali dell’esperienza umana.

Il festival ha costruito questa riflessione attraverso una formula che evita deliberatamente la separazione fra “alto” e “basso”: accanto ai convegni scientifici ci sono concerti; accanto alla filosofia, il pop; accanto alla passeggiata in un cimitero, la performance; accanto al laboratorio per le scuole, l’elettronica sperimentale. È un’idea profondamente musicale: la morte non ha un solo ritmo.

Diamanda Galás: quando il dolore diventa una voce

Diamanda Galás

E allora arriva Diamanda Galás. Il 26 settembre, all’Auditorium Paganini, la cantante, pianista e compositrice californiana inaugurerà il ventennale. È il suo ritorno in Italia dopo quasi un decennio di assenza. Prima di Parma si esibirà all’auditorium Santa Chiara di Trento, dopo andrà a Senigallia, ospite del Teatro La Fenice.

Definirla semplicemente una cantante sarebbe come definire un incendio “un fenomeno luminoso”. Galás è una performer, compositrice, pianista, ricercatrice vocale, interprete della tragedia contemporanea. La sua musica ha attraversato AIDS, guerra, malattia, violenza, suicidio, dolore, repressione, perdita. Ha frequentato la tradizione greca, la musica sacra, il blues, il cabaret, la poesia, l’avanguardia, il teatro. La sua voce non accarezza, accusa. È una voce che può passare da un sussurro quasi liturgico a un grido capace di sembrare fisicamente impossibile. E proprio per questo la sua presenza al “Rumore del Lutto” appare meno come un semplice concerto e più come una dichiarazione poetica.

Galás ha raccontato più volte quanto la morte e il lutto siano intrecciati alla sua formazione artistica. In una storica intervista italiana, parlando degli anni trascorsi accanto alla madre malata, spiegò: «Ho passato gli ultimi cinque anni accanto a mia madre quasi morente». E aggiunse che quella esperienza l’aveva costretta a confrontarsi direttamente con la possibilità di poter intervenire, fino all’ultimo, sulla sua situazione.  Non c’è bisogno di inventare metafore per capire quanto questa frase sia vicina alla filosofia del festival.

Per Galás il dolore non è un tema decorativo. È un’esperienza fisica. E il suo rapporto con la tradizione greca rende tutto ancora più evidente. Il suo canto affonda anche nell’amanés, la tradizione vocale anatolica legata al lamento, al dolore e alla perdita. In un’intervista ha spiegato come nella cultura greca il timore della morte della madre o di una persona vicina possa assumere una dimensione quasi assoluta, come se fosse arrivato il diavolo. Quella paura, nella sua musica, non viene addomesticata. Viene amplificata.

Galás ha anche una relazione particolare con la poesia. Nel progetto Death Will Come and Have Your Eyes, ispirato a Cesare Pavese, la parola poetica diventa materia vocale. «È la sua struttura che scompongo, che rendo mia e che lego alla musica del pianoforte», spiegava. «È il verso, la sua ritmica e la parola che lo fonda a far scaturire l’esperienza emotiva della voce». È probabilmente questo il punto d’incontro più profondo fra Galás e “Il Rumore del Lutto”: non raccontare il dolore, ma trasformarlo in una forma.

In un’altra conversazione, parlando del suo rapporto con i temi oscuri, Galás ha rovesciato completamente il luogo comune sulla propria musica: «Un brano è, in un certo senso, un punto in cui si è davvero vivi, molto vitalmente vivi». E proprio per questo, diceva, trovava curioso che la sua musica venisse considerata “oscura”: per lei era piuttosto l’opposto della morte. È una frase che potrebbe essere il manifesto non ufficiale del festival. Parlare della morte per essere più vivi.

Il rumore di Galás

La musica di Galás non è dark perché parla della morte. È dark perché non permette all’ascoltatore di allontanarsi dal problema. La sua voce mette in crisi la distanza di sicurezza. Niente playlist da sottofondo. Niente consumo distratto. Niente musica da accompagnamento. Galás pretende attenzione. Quando interpreta Pavese, Michaux o i canti tradizionali, il corpo diventa il luogo in cui il testo viene combattuto e attraversato. Il pianoforte non accompagna semplicemente la voce: spesso sembra provocarla, contraddirla, moltiplicarla.

Nel 2016, parlando del proprio lavoro, Galás spiegava che avrebbe adattato il concerto allo spazio in cui si sarebbe esibita. «Faccio concerti su misura per lo spazio», disse. È una filosofia importante anche per comprendere “Il Rumore del Lutto”: il luogo non è mai soltanto un contenitore. Un cimitero, una chiesa, un auditorium, un parco, un teatro sono dispositivi emotivi diversi. La musica cambia quando cambia il luogo in cui viene ascoltata. E forse è proprio per questo che Galás, all’Auditorium Paganini, sarà molto più di un’apertura di cartellone. Sarà una soglia.

Marc Almond: il pop, la memoria e il fantasma di Dave Ball

Il giorno dopo, 27 settembre, il festival cambia completamente pelle. Dalla furia vocale di Diamanda Galás si passa all’eleganza decadente di Marc Almond, una delle figure più originali e longeve del pop britannico. Almond torna in Italia dopo sedici anni. E già questo renderebbe il concerto un appuntamento speciale. Ma nel 2026 c’è qualcosa di molto più profondo.

Marc Almond

Il 22 ottobre 2025 è morto Dave Ball, l’altra metà dei Soft Cell, il duo che aveva trasformato la new wave elettronica in qualcosa di sensuale, teatrale, ambiguo e irresistibilmente pop. Ball aveva 66 anni. Il loro ultimo album, Danceteria, completato prima della sua morte, arriva così al pubblico come una sorta di ultimo capitolo postumo della loro storia. Almond è oggi costretto a cantare dentro quella memoria. Danceteria è una lettera d’amore alla New York dei primi anni ’80 e contemporaneamente un omaggio all’amico morto nel 2025. Il concept segue idealmente 24 ore in città: la notte, il club, l’alba devastata e poi di nuovo dentro. Synth-pop decadente, ironico e teatrale, con Marc Almond che chiude 47 anni di storia del duo.

In una recente intervista ha parlato apertamente del dolore per la morte dell’amico e compagno artistico. Una frase riassume perfettamente la situazione: «Dave mi ha lasciato a fare tutto questo da solo».  È difficile immaginare un concerto più adatto al “Rumore del Lutto”. Perché Almond è sempre stato, in fondo, un cantante di fantasmi.

Tainted Love e la malinconia del pop

Marc Almond ha passato più di quarant’anni a dimostrare che una canzone pop può essere contemporaneamente melodica e inquietante, sensuale e malinconica, accessibile e profondamente aliena. Con i Soft Cell, Tainted Love ha trasformato tre minuti di synth-pop in un classico planetario. Ma ridurre Almond a quella canzone significa non capire nulla della sua carriera.

Dopo i Soft Cell è arrivato un percorso solista sterminato, nel quale ha attraversato chanson, cabaret, elettronica, folk, teatro musicale, torch song, musica mediterranea e pop. Una carriera costruita proprio sulla possibilità di non scegliere una sola identità. Almond è sempre stato interessato agli outsider. Lo era quando, alla fine degli anni Settanta, frequentava la scena alternativa britannica. Lo era quando portava nella musica pop un’identità queer che non chiedeva permesso. Lo era quando trasformava il glamour in qualcosa di inquieto e vulnerabile.

In una vecchia intervista, parlando dei suoi interessi, spiegava: «È un album molto personale. Parla di amore, sesso, morte e religione. Parla di tutte le cose importanti per me». Quella frase, pronunciata decenni fa, sembra oggi quasi una didascalia dell’intera carriera. E soprattutto sembra perfetta per un festival che ha scelto di non separare la morte dal desiderio, il lutto dalla sensualità, la memoria dalla musica.

Il fantasma di Dave Ball sul palco

Ci sarà inevitabilmente un’assenza nel concerto di Parma. Quella di Dave Ball. Ed è forse proprio qui che il concetto di “Rumore del Lutto” smette di essere una definizione e diventa esperienza. Un concerto è un rito temporaneo. Le persone si riuniscono in una stanza, aspettano che qualcuno salga sul palco, condividono lo stesso tempo, lo stesso suono, lo stesso corpo. Quando l’artista non c’è più, la musica diventa una delle poche forme attraverso cui quella presenza può continuare.

Almond arriva a Parma in un momento in cui il repertorio dei Soft Cell è improvvisamente cambiato di significato. Say Hello, Wave Goodbye non è più soltanto una grande canzone di separazione. Bedsitter non è soltanto una fotografia della solitudine urbana. Tainted Love non è soltanto un classico synth-pop. Il tempo ha aggiunto strati di memoria. Il repertorio è diventato archivio. E il concerto, inevitabilmente, diventa anche una forma di commiato.

Due artisti, una stessa ossessione

Diamanda Galás e Marc Almond non potrebbero sembrare più lontani. Lei ha fatto della voce un’arma. Lui ha fatto della voce un personaggio. Lei lavora spesso sul limite fisico del suono. Lui sulla seduzione della melodia. Lei viene dalla sperimentazione, dalla tradizione greca, dalla poesia e dalla tragedia. Lui dalla cultura queer, dal cabaret, dalla new wave e dal pop. Eppure, entrambi hanno sempre rifiutato l’idea che la musica debba semplicemente intrattenere.

Galás porta il dolore davanti allo spettatore e gli impedisce di distogliere lo sguardo. Almond trasforma il dolore in una canzone che puoi cantare insieme a migliaia di persone. Una urla. L’altro sussurra. Ma entrambi parlano di ciò che resta quando qualcuno se ne va.

“Lode”: il paradosso del ventennale

La parola scelta per questa ventesima edizione è “Lode”. Potrebbe sembrare una provocazione. Dopo “Anima”, “Respira”, “L’Invisibile”, arrivare alla lode significa spostare ancora una volta il punto di osservazione: non guardare soltanto ciò che perdiamo, ma ciò che possiamo celebrare.  Lode come gratitudine. Lode come riconoscimento. Lode come esercizio dello sguardo. E forse anche lode come risposta alla morte.

Perché quando sappiamo che qualcosa finirà, cambia il modo in cui lo guardiamo. Una canzone ascoltata per l’ultima volta è diversa dalla stessa canzone ascoltata distrattamente. Un abbraccio sapendo che non sarà eterno diventa più importante. Un concerto di Marc Almond senza Dave Ball contiene un’assenza che prima non potevamo sentire. Una voce come quella di Diamanda Galás ci ricorda che il corpo stesso è uno strumento destinato a consumarsi. È questa la grande intuizione di “Il Rumore del Lutto”: la consapevolezza della fine non impoverisce necessariamente la vita. Può renderla più intensa.

Diamanda Galás

Il festival arriva al suo ventesimo anno in un momento in cui abbiamo forse più bisogno che mai di questo genere di conversazione. Viviamo immersi nella tecnologia che promette di cancellare ogni traccia della fine: archivi digitali, fotografie infinite, profili social che sopravvivono ai loro proprietari, intelligenze artificiali che possono persino simulare le voci e le sembianze dei morti. E contemporaneamente abbiamo sviluppato una straordinaria difficoltà a parlare della morte reale.

“Il Rumore del Lutto” propone una soluzione apparentemente semplice: parlarne. Attraverso un concerto. Attraverso un libro. Attraverso una passeggiata. Attraverso una lezione. Attraverso una canzone. Attraverso un artista che urla. Attraverso un cantante che torna sul palco portandosi dietro il fantasma del proprio compagno di viaggio. È una forma di educazione sentimentale, prima ancora che di Death Education.

Il festival come rito contemporaneo

Forse il vero merito del festival, dopo vent’anni, è aver capito che nella società contemporanea abbiamo bisogno di nuovi rituali. I vecchi rituali funebri non sono scomparsi, ma hanno perso parte della loro centralità. Le comunità sono più frammentate, le famiglie più disperse, la morte più medicalizzata. E il lutto rischia di diventare un’esperienza solitaria.

Un festival può allora trasformarsi in una specie di piazza temporanea. Non serve a risolvere il dolore. Serve a condividerlo. E qui la musica diventa fondamentale perché è già, per sua natura, una forma di comunità. Quando migliaia di persone cantano insieme, stanno facendo qualcosa di molto antico. Quando ascoltano in silenzio, insieme, una voce che racconta la perdita, stanno facendo qualcosa di altrettanto antico. Il “Rumore del Lutto” prende questi gesti e li trasforma in cultura contemporanea.

Il 26 settembre Diamanda Galás salirà sul palco dell’Auditorium Paganini e porterà con sé una storia artistica fatta di tragedia, poesia, malattia, memoria e resistenza. Il giorno dopo Marc Almond tornerà in Italia dopo sedici anni, con un repertorio che comprende la storia dei Soft Cell e la sua lunga traiettoria solista, proprio mentre il nuovo capitolo dei Soft Cell è diventato inevitabilmente un monumento alla memoria di Dave Ball. Due concerti. Due modi di stare davanti alla morte. Galás ci ricorda che il dolore può diventare grido, protesta, teatro, poesia. Almond che può diventare melodia, glamour, memoria, desiderio. Nessuno dei due offre consolazioni facili.

È il motivo per cui appartengono perfettamente a “Il Rumore del Lutto”. Perché il festival non promette di insegnarci come morire. Promette qualcosa di più difficile: come vivere sapendo che moriremo. Dopo vent’anni, il suo messaggio continua a essere sorprendentemente semplice. La morte non è l’interruzione della vita da qualche parte, alla fine. È la presenza invisibile che dà peso a ogni cosa. A una voce. A una canzone. A un abbraccio. A un concerto. A un ultimo applauso.

E quando le luci dell’Auditorium Paganini si spegneranno, prima per Diamanda Galás e poi per Marc Almond, forse sarà proprio questo il vero rumore che rimarrà: quello di una comunità di sconosciuti che, per qualche ora, avrà scelto di stare insieme davanti alla cosa che più di ogni altra ci ricorda di essere vivi.

Il programma 2026 si svolgerà dal 26 settembre al 15 novembre, con Parma come centro della manifestazione, appuntamenti in altre città italiane e una nuova presenza a Los Angeles.

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