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DEE DEE BRIDGEWATER: è tempo di alzare la voce

– Come se fosse una questione di famiglia, dopo la figlia China Moses, a Catania arriva la ben più famosa mamma che sarà protagonista l’1 marzo del neonato Sea Jazz Festival che si svolge al Teatro Abc. S’inizia il 7 dicembre con Scott Hamilton per chiudere il 22 marzo con Gonzalo Rubalcaba. «La nostra ambizione è fare della Sicilia un luogo di produzione culturale, non soltanto di ospitalità per gli artisti», dice il direttore artistico Rino Cirinnà
– La cantante di Memphis, vincitrice di tre Grammy, avrà al suo fianco un quartetto tutto al femminile per presentare lo spettacolo “We Exist!”, un progetto costruito attorno alle “protest songs”, da Nina Simone a Roberta Flack, mettendo in relazione le battaglie per i diritti civili del passato con quelle del presente. «Non mi sembra proprio il momento di fare canzoni d’amore», sottolinea. «Non posso semplicemente starmene seduta e tacere»

Prima è arrivata la figlia, China Moses, ad aprire la stagione di Catania Jazz. Adesso, quasi fosse una questione di famiglia, è annunciato lo sbarco alle falde dell’Etna della ben più famosa madre. Ma se China ha ereditato il jazz nel sangue, mamma Dee Dee Bridgewater a Catania porterà qualcosa di più ingombrante: una storia lunga oltre mezzo secolo, tre Grammy, un Tony Award, l’esperienza con Dizzy Gillespie, Sonny Rollins, Max Roach, Dexter Gordon, e soprattutto quella capacità, ormai rarissima, di stare dentro la tradizione senza trasformarla in una fotografia ingiallita.

Sarà lei, il primo marzo 2027, uno dei nomi di punta del neonato Catania Sea Jazz Festival, nuova rassegna che nasce con un’ambizione dichiaratamente internazionale ma prova contemporaneamente a fare della Sicilia non un semplice fondale panoramico per artisti in tournée, bensì un luogo dove il jazz possa essere prodotto, rielaborato, contaminato.

È una differenza tutt’altro che secondaria. Perché di festival che fanno arrivare grandi nomi, montano un palco, vendono biglietti e poi smontano tutto è pieno il mondo. Il progetto del Catania Sea Jazz Festival parte invece dall’idea che la Sicilia possa diventare parte del racconto musicale, non soltanto la sua scenografia. E in questo senso il nome stesso, “Sea Jazz”, sembra quasi una dichiarazione d’intenti: il mare come confine e contemporaneamente come passaggio, come luogo attraverso cui le musiche viaggiano, si incontrano, cambiano lingua. Un Mediterraneo che non viene utilizzato come cartolina, ma come spazio culturale.

Rino Cirinnà, direttore artistico della rassegna

Il direttore artistico, il sassofonista Rino Cirinnà, lo dice con chiarezza: «La nostra ambizione è fare della Sicilia un luogo di produzione culturale, non soltanto di ospitalità per gli artisti». Una frase che trova la sua traduzione più concreta nel Sicily Jazz Collective, produzione originale del Teatro Abc, che il 22 febbraio metterà insieme musicisti provenienti da diverse parti del mondo, con una base artistica e produttiva siciliana. E per il debutto sceglierà un terreno apparentemente facilissimo e in realtà pieno di trappole: i Beatles. Perché rileggere Yesterday, Come Together o A Day in the Life in chiave jazz è un esercizio che può produrre meraviglie oppure innocui esercizi di stile. La scommessa del collettivo sarà proprio quella di prendere un repertorio conosciuto praticamente da chiunque e restituirlo attraverso l’improvvisazione, il ritmo e la libertà del jazz.

Scott Hamilton

Prima del “Beatles day” ci sarà Scott Hamilton, il 7 dicembre, chiamato ad aprire la prima edizione del festival. Il grande sassofonista americano rappresenta una sorta di ingresso dalla porta principale: swing, mainstream, eleganza, quella scuola di jazz che non ha bisogno di effetti speciali per ricordare perché certe musiche continuano a funzionare dopo decenni. Hamilton appartiene a una generazione di musicisti per i quali il jazz non è un genere da spiegare, ma una lingua da parlare.

Paolo Fresu

Poi sarà la volta, il 25 gennaio, di Paolo Fresu con Sketches of Islands, progetto di Rino Cirinnà che mette al centro l’idea dell’isola, e dunque il rapporto fra jazz e Mediterraneo.  È forse qui che il Catania Sea Jazz Festival trova la propria identità: non nell’alternativa fra jazz americano e musica siciliana, ma nel tentativo di capire cosa succede quando le due cose smettono di essere considerate mondi separati.

Il 22 febbraio arrivano i Beatles del Sicily Jazz Collective prima che l’1 marzo il mare del festival attraversi l’Atlantico per approdare a Memphis. Perché Dee Dee Bridgewater è nata lì, nel 1950, ed è da lì che parte una storia che l’ha portata sui palcoscenici di Broadway, nel cuore del jazz americano, in Francia, in Africa e infine di nuovo dentro una musica che per lei non è mai stata soltanto repertorio.

A Catania arriverà con We Exist!, accompagnata da un quartetto tutto al femminile. Il progetto prende il titolo da un grido che è insieme dichiarazione d’esistenza e presa di posizione: Bridgewater ha costruito questo spettacolo attorno alle protest songs, da Nina Simone a Roberta Flack, mettendo in relazione le battaglie per i diritti civili del passato con quelle del presente. La formazione femminile diventa parte integrante del messaggio, in un mondo del jazz che la stessa cantante ha definito ancora fortemente maschile.

Dee Dee Bridgewater

Dee Dee non ha bisogno di essere trasformata in un’icona militante. In una recente intervista al “Guardian” ha spiegato senza troppi giri di parole perché oggi sente il bisogno di cantare canzoni di protesta invece delle ballad sentimentali: «Non mi sembra proprio il momento di fare canzoni d’amore». E ancora: «Non posso semplicemente starmene seduta e tacere. Devo alzare la voce».

È un atteggiamento che appartiene alla sua storia, ma che nella nuova formazione assume anche una dimensione generazionale. Bridgewater non vuole soltanto continuare a cantare: vuole creare spazio per le musiciste più giovani. Il suo Woodshed Network è nato proprio con questo obiettivo, sostenendo la presenza femminile nel jazz e offrendo alle nuove generazioni strumenti per costruire una carriera autonoma. 

E quando le chiedono perché continui a cambiare, a settant’anni passati, la risposta è perfettamente coerente con la sua biografia: «Ho sempre voluto essere come Miles Davis: non rimanere ancorata a un unico stile, ma cambiare costantemente». 

Non stare nello stesso solco. È forse anche la frase che meglio potrebbe funzionare come manifesto del nuovo festival. Perché il Catania Sea Jazz Festival non vuole infatti costruire una passerella di nomi illustri. O almeno, non soltanto. Vuole provare a mettere in relazione linguaggi e provenienze: lo swing americano di Hamilton, il Mediterraneo di Fresu, la reinvenzione dei Beatles del Sicily Jazz Collective, l’attivismo musicale di Bridgewater.

Gonzalo Rubalcaba

Il 22 marzo il viaggio si chiuderà fra L’Avana e Napoli con il cubano Gonzalo Rubalcaba che porta a Catania il suo omaggio a Pino Daniele, filtrato attraverso il jazz afrocubano. Un incontro fra la canzone mediterranea e la ritmica caraibica, che ha già ricevuto un riconoscimento simbolico importante con il conferimento dello stemma della città di Napoli. È un finale che torna perfettamente al principio: il mare come ponte, non come barriera.

Cinque concerti, dunque, ma soprattutto cinque modi diversi di intendere il jazz. Un americano di scuola classica, un trombettista sardo che guarda al Mediterraneo, una formazione internazionale costruita in Sicilia, una leggenda afroamericana che usa il jazz come strumento di memoria e protesta, un pianista cubano che incontra Pino Daniele.

La sfida del Catania Sea Jazz Festival sarà adesso quella più difficile: trasformare una buona idea in una presenza culturale stabile. Fare in modo che quel “Sea” non significhi soltanto il mare davanti alla Sicilia, ma il movimento continuo delle musiche che arrivano, si incontrano e ripartono lasciando qualcosa sull’isola.

1 Comment

  • Vania 14 Ottobre 2026

    Grande Cirinna’
    Grazie 🙏🏼

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