– Due saggi analizzano il fenomeno mediatico più grande di sempre
Il nome di Taylor Swift da oggi è inserito nel libro d’oro degli artisti che hanno segnato un decennio. Figura accanto a quelli di Elvis Presley (anni ‘50), Beatles (anni ’60), Stevie Wonder (anni ’70), Michael Jackson (anni ’80), Garth Brooks (anni ’90), ovvero gli artisti che hanno vinto prima di lei il prestigioso titolo degli American Music Awards. Soltanto negli anni ’00 il premio non fu assegnato.
Più top model che popstar, viso bellissimo e inespressivo incorniciato da una pettinatura alla Anna Wintour che non riesce a caratterizzarne i tratti, ha sedotto gli Usa con l’album 1989 incassando tre grammofoni d’oro. Femminista contro Trump, paladina dei diritti dei musicisti (per Natale ha regalato 197 milioni allo staff che l’ha accompagnata nell’Eras Tour), opinion leader, cantante da milioni di copie, Taylor Swift è una delle star più importanti al mondo, al settimo album dopo gli esordi nel country. Un’ambizione sfrenata che non si traduce in curiosità artistica: la sua missione è il pop radiofonico perfetto del qui e ora.

La cantante ha accumulato una ricchezza enorme, tanto da essere indicata come la musicista donna più ricca della storia. Talmente ricca e potente da poter sfidare nel 2014 Spotify e l’anno dopo Apple ritirando il suo catalogo per la «scioccante» mancanza di compenso per gli artisti nel periodo di prova gratuito del servizio e per le modalità di pagamento dei diritti d’autore. Una presa di posizione talmente forte che l’azienda di Cupertino fu costretta a fare marcia indietro, così come la piattaforma di streaming. E, poco prima di ritirare gli American Music Awards, Taylor Swift dichiarò guerra ai suoi ex discografici, che le avevano negato il diritto di cantare le vecchie canzoni, delle quali detengono i diritti, definendosi – lei supermilionaria – una «martire del capitalismo», attirandosi le critiche del Wall Street Journal: «Taylor Swift deve la sua fortuna al capitalismo americano, che ha reso possibile che uomini d’affari investissero su di lei e ha consentito che lei ne ricavasse, a sua volta, profitto».
Le sue tournée smuovono percentuali non irrisorie di Pil. Non è che abbia vinto: ha stravinto, e a spiegare la grandezza artistica e imprenditoriale di Swift ci provano due saggi, freschi e ricchi di contenuti, utili per orientarsi in quella galassia-Taylor che contiene la sua stella polare ma al tempo stesso una fetta consistente di società. I libri sono There’s Nothing Like This di Kevin Evers, senior editor di Harvard Business Review, e Taylor’s Version. Il genio poetico e musicale di Taylor Swift, della critica letteraria Stephanie Burt, che ha anche dedicato alla stessa cantautrice un corso universitario.

I due libri seguono un’indagine diversa. Quella di Evers attiene di più alla sfera per così dire tecnico-imprenditoriale del successo di Swift; per sua ammissione, Evers adotta lo stesso metodo che avrebbe riservato a qualsiasi altra icona nel mondo degli affari, che sia un Bezos o un Jobs. Burt, a sua volta, parte dalle canzoni, dall’interpretazione dei testi e delle musiche di un’autrice che ha costruito la propria fortuna passo dopo passo, album dopo album.
Al centro dell’analisi di Stephanie Burt c’è invece il rapporto senza precedenti che la cantautrice è riuscita a costruire con il suo pubblico. Quando si osserva o si sente parlare i fan di Taylor Swift, i cosiddetti “swifties”, sembrano permeati da un particolare senso di comunità, uno spirito un po’ diverso rispetto a quello cui siamo abituati. Se il pubblico del pop mainstream è in genere guidato dal desiderio (anche sessuale) verso la star di turno, i fan di Swift, oltre a essere desessualizzati, più che volere s’illudono di ottenere qualcosa.
C’è un punto, tuttavia, sul quale entrambe le indagini concordano irrimediabilmente. Sarebbe il lavoro. Il lavoro enorme, la tenacia; la pazienza, una dedizione incrollabile immessa da Swift in ogni pezzo della propria carriera. Con le idee subito chiare, a 13 anni – la precocità è una caratteristica imprescindibile per l’attribuzione del concetto di “genio” – Taylor cerca i produttori più adatti, invia i suoi demo con tanto di packaging sofisticato, sceglie il genere giusto – il country, la quintessenza dell’America musicale – e i temi da cantare. Tutto funziona, da subito. Come sintetizza Burt: «Ovvio che Swift non si limita a scrivere e cantare le proprie canzoni: fa molto di più. Nel 2010 dichiarò che, se non fosse diventata una musicista professionista, avrebbe scelto un lavoro «dove devi essere organizzatissimo». Probabilmente nel campo della pubblicità, «perché si tratta di pianificare e creare allo stesso tempo». A funzionare più di tutto, però, sono state le canzoni.
