– Con un misto di curiosità e di sospetto vengono guardati i rampolli di Gianni Morandi, Gigi D’Alessio e Alessandro Gassmann. Tranne l’erede di quest’ultimo, gli altri due si nascondono dietro uno pseudonimo
– Queste parentele importanti aprono facilmente le porte del successo o sono un’ombra e un peso sulla carriera dell’artista? La maggior parte dei precedenti non è rassicurante per chi conta su un pedigree
C’è una parola che nella musica popolare ricorre come un ritornello un po’ stanco: “figli d’arte”. La pronunciamo con un misto di curiosità e sospetto, come se dietro quel pedigree ci fosse sempre una scorciatoia, un pass per il backstage che altri hanno dovuto conquistare a forza di chilometri e porte chiuse. Eppure, la storia della musica, italiana e internazionale, racconta qualcosa di più stratificato e meno rassicurante.
In Italia l’elenco è lungo e attraversa generazioni. Quando si parla di “figli d’arte”, il pensiero corre subito a Cristiano De André, che per anni ha combattuto un confronto quasi impossibile con l’ombra monumentale di Fabrizio. Nel suo caso la continuità non è stata una scorciatoia, ma una salita ripida: portare in giro quelle canzoni significava misurarsi ogni sera con un’eredità emotiva prima ancora che artistica. C’è poi chi ha scelto la leggerezza pop come territorio autonomo, come Filippo Graziani, che dopo la scomparsa del padre Ivan ha deciso di abitare quella memoria senza imitarla, ma reinterpretandola.
Guardando oltre confine, il discorso si fa ancora più evidente. Solo Jeff Buckley ha superato papà Tim, tragica voce folk. Poi, a 31 anni, è annegato nel Mississippi. Destino o maledizione? Colpa del complesso d’Edipo o del talento che non si trasmette con il dna? La storia dei padri e figli del rock è lunga e ha esempi illustri: Nancy e Frank Sinatra, Nat “King” e Natalie Cole, Bob e Ziggy Marley. E che dire di Julian Lennon che ha passato gran parte della carriera a schivare una domanda non musicale ma identitaria: “Quanto somigli a tuo padre?”. Una domanda che pesa più di qualsiasi critica. Jakob Dylan, figlio di Bob, ha fatto una scelta diversa: si è nascosto in una band, i Wallflowers, un suono riconoscibile ma mai mimetico. Essere “figlio di” senza voler essere “la copia di”. Emblematico il caso di Norah Jones, figlia di Ravi Shankar: jazz, pop, una voce intimista lontanissima dalla musica indiana del padre. Eppure, quella disciplina musicale, quell’idea del suono come pratica quotidiana, è un’eredità invisibile ma decisiva. Il talento non si trasmette per via genetica, ma l’orecchio sì, e soprattutto si trasmette l’idea che la musica sia una lingua possibile.
Più complesso e mediatico il caso di Miley Cyrus, cresciuta sotto i riflettori di Billy Ray Cyrus e diventata un fenomeno globale solo dopo aver distrutto, pezzo per pezzo, l’immagine ereditata. In quel caso il tradimento è stato un atto creativo, forse necessario. Perché a volte l’unico modo per sopravvivere all’eredità è romperla in pubblico.
Tornando al nostro Paese, quando si parla di “figli d’arte”, si pensa a un Sanremo infausto, quello del record di papere collezionate nel 1989 dagli improvvisati conduttori Gianmarco Tognazzi, Rosita Celentano, Danny Quinn e Paola Dominguin. Oppure alle letali apparizioni all’Ariston di Giacomo Celentano, sua sorella Rosalinda, dei “piccoli pooh” Francesco Facchinetti, Daniele Battaglia e Chiara Canzian, di Irene Fornaciari, alle comparsate di Gianluca Guidi, Maurizio Lauzi e Marco Morandi.
A quest’ultima “dinastia” appartiene Pietro che cerca di nascondere la sua identità dietro il nome d’arte di Tredici Pietro, tradito però dai lineamenti del volto, dalla voce e dalle mani grandi. Ha scelto il rap e l’autobiografia urbana come gesto di rottura rispetto al padre simbolo della canzone nazionalpopolare. Lui, dal suo canto, commenta: «I raccomandati non mi piacciono. Ho sempre odiato i ricchi, anche se io, agli occhi di qualcuno, lo sono. Sono figlio di una persona ricca, mi confronto con questa cosa e non so come fare. Una scelta che non cancella il cognome, ma prova a disinnescarlo.

Il punto, allora, non è stabilire se i figli d’arte “abbiano avuto vita facile”. L’accesso conta, è innegabile. Ma l’accesso non garantisce la permanenza. Il pubblico può essere indulgente all’inizio, poi diventa spietato. La musica, alla lunga, non accetta raccomandazioni: o regge, o scompare.
Crescere in una casa dove la musica è un lavoro significa anche assistere alle sue crepe: i tour infiniti, le assenze, la fragilità dietro il successo. Per alcuni figli d’arte la musica non è un sogno romantico, ma un mestiere visto da vicino, con tutto il suo carico di compromessi. Sceglierla, allora, non è affatto scontato.
E poi c’è il caso LDA, figlio di Gigi D’Alessio, che salirà sul palco dell’Ariston assieme ad Aka 7even. Ha già partecipato a Sanremo nel 2023, piazzandosi al 23esimo posto su 28, raccontando poi in un podcast come gli fosse dispiaciuto non aver avuto al suo fianco il padre, come tanti altri giovani concorrenti. «Non nego che mi ha dato molto fastidio il fatto che non mi sono potuto portare papà», si lamentò. «Una cosa che mi ha fatto soffrire è questa. Io giustamente lui non posso portarlo. Ma anche il prossimo anno, fra 5 o 10. Io non me lo posso portare».
Rispetto ai suoi colleghi, Leo Gassmann non si nasconde dietro un nome d’arte, ma esibisce il suo importante cognome. Anche se papà Alessandro non appartiene al mondo della musica. Lui ancora deve decidere e alterna fiction e teatro alla musica. A Sanremo vinse fra le “Nuove Proposte” nel 2020, è tornato da “big” senza lasciare tracce e adesso prova a capire cosa fare da grande.
Ospite del programma tv Ciao Maschio, parlando del suo cognome, ha detto di non aver «mai avuto paura, anche perché credo che il paragone sia necessario, ognuno di noi si deve confrontare con il proprio passato. Io stimo la mia famiglia per quello che ha fatto e per quello che sta facendo ancora oggi, però quello che secondo me ognuno deve capire è che siamo individui singoli, arriviamo su questo mondo con le nostre gambe e ce ne andremo con le nostre gambe».

Il pubblico italiano, va detto, preferisce ancora l’epica dell’outsider, del talento scoperto per caso. È una narrazione comoda, ma parziale. Anche il talento ha bisogno di contesto, di ascolto, di possibilità. Non tutti partono dallo stesso punto, ma non è detto che chi parte avanti sappia arrivare lontano.
Alla fine, i “figli d’arte” sono uno specchio delle nostre contraddizioni. Li osserviamo con sospetto, ma anche con attenzione. Aspettiamo che cadano, o che ci sorprendano. Forse perché ci ricordano che il talento non è mai puro, mai isolato: è sempre il risultato di una storia, personale o familiare che sia.
E allora, più che chiederci se un artista meriti il successo in base al cognome, dovremmo fare l’unica cosa sensata: ascoltare le canzoni. Se restano, se parlano, se resistono al tempo. Tutto il resto è rumore di fondo. E la musica, quando è vera, trova sempre il modo di farsi sentire sopra il rumore.
