– Tra biografia e inchiesta mercoledì 19 novembre esce “Bon The Last Highway. La storia mai raccontata di Bon Scott”, libro che ricostruisce la breve vita del primo frontman degli AC/DC morto a 33 anni
– Il cantante scozzese di nascita, australiano di adozione, era un diavolo buono, uno che viveva senza rete. Il rock gli scorreva addosso come il sudore, e lui ci ballava dentro, libero, felice, sincero
C’era una volta un tipo che rideva sempre. Una risata larga, di quelle che ti contagiano anche se non hai niente da ridere. Si chiamava Bon Scott, e quando saliva sul palco con gli AC/DC, sembrava che il mondo potesse davvero esplodere da un momento all’altro.
Bon non era uno di quei cantanti studiati, perfetti, tirati a lucido. Era uno che la vita se l’era già vissuta tutta addosso prima ancora di diventare una rockstar. Ronald Belford Scott, detto Bon, scozzese di nascita, australiano d’adozione, aveva fatto di tutto: dal batterista di bande da pub al postino, fino al cantante con la camicia aperta e il microfono stretto come un’arma. In ogni canzone c’era la sua fame, la sua voglia di ridere, di bere, di spaccare il mondo con una battuta e un colpo di voce.
Quando incontrò i fratelli Young, due ragazzini con l’elettricità nelle dita e un’idea chiara di come dovesse suonare il rock, successe la magia. Gli AC/DC diventarono una scarica pura: potenza, ritmo, sudore, chitarre taglienti e quella voce lì, roca, sporca, irresistibile. Era il rock fatto di birra e polvere, di sorrisi storti e di libertà.

Ascoltare High Voltage, T.N.T. o Highway to Hell è come prendere una botta in faccia, ma di quelle che ti fanno bene. Bon Scott non faceva il frontman, “era” il frontman. Saltava, rideva, urlava, scherzava col pubblico. Ti guardava e ti sembrava di conoscerlo da sempre, come un amico di birre che ne ha viste tante ma non si arrende mai. Non recitava, non posava: viveva. E quella sincerità, nel rock, vale più di qualsiasi virtuosismo.
Poi, come spesso accade ai veri selvaggi del rock, la vita gli è scappata di mano. Troppo vino, troppo rumore, troppo tutto. Una notte del febbraio 1980 si è addormentato in macchina a Londra e non si è più svegliato. Aveva 33 anni. Un’età che nel rock, ormai lo sappiamo, segna un confine tra il sogno e la leggenda.
Gli AC/DC andarono avanti, come è giusto che sia. Back in Black, il primo disco senza di lui, fu il loro trionfo, ma anche un saluto. Dentro quelle canzoni c’era ancora l’ombra di Bon, la sua risata, la sua voce da strada. Perché certi personaggi non se ne vanno davvero: restano nell’aria, in un accordo di chitarra, in una bottiglia stappata a fine concerto. Bon Scott era così: un diavolo buono, uno che viveva senza rete. Il rock gli scorreva addosso come il sudore, e lui ci ballava dentro, libero, felice, per sempre.

La storia del primo frontman degli AC/DC. emerge finalmente attraverso il libro Bon The Last Highway. La storia mai raccontata di Bon Scott, biografia firmata da Jesse Fink. Tradotto in tutto il mondo, il volume viene pubblicato per la prima volta in Italia da Il Castello collana Chinaski mercoledì 19 novembre. Il libro indaga gli ultimi 32 mesi di vita del cantante, ricostruendo il percorso umano e artistico attraverso testimonianze di amici, musicisti e addetti ai lavori. Tra eccessi, misteri e leggende, Fink racconta un Bon complesso e fragile, ben oltre lo stereotipo della rockstar.
L’autore mette in luce retroscena mai svelati e indaga sulla sua morte avvenuta in circostanze poco chiare. Emergono tensioni interne alla band e il senso di isolamento provato da Bon negli ultimi mesi. Bon The Last Highway rilancia anche l’ipotesi che Scott avesse scritto parte dei testi dell’album Back in Black, pubblicato sei mesi dopo la sua morte. Con stile investigativo, Fink costruisce in un “giallo rock” tra biografia e inchiesta, che ha influenzato la storia del rock mondiale.

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