Recensioni

I PERTURBAZIONE traducono canzoni per ritrovare se stessi

– La band piemontese con “Risuona” sembra tornare agli anni Sessanta, quando successi stranieri venivano proposti nella nostra lingua. Ma adesso l’obiettivo è «farlo diventare un pezzo nostro con parole altrui». Così “Only You” degli Yazoo diventa “Quel che non ho più”. La partecipazione di Lloyd Cole
– L’album riparte da quella tradizione, ma ne rovescia in parte la prospettiva: non nasce dalla necessità commerciale di rendere accessibili hit internazionali, è piuttosto un’indagine sul modo in cui una canzone può cambiare significato quando cambia lingua, quando viene attraversata da un’esperienza diversa

C’è una stagione della musica italiana in cui tradurre una canzone straniera era quasi un rito di passaggio. Negli anni Sessanta, quando il rock’n’roll e il beat attraversavano le frontiere e conquistavano i jukebox, le hit internazionali venivano spesso riscritte in italiano, adattate al gusto del pubblico e trasformate in successi nazionali. I Beatles diventavano materia da reinterpretare, gli standard americani si vestivano di parole nuove e le classifiche si popolavano di versioni italiane che talvolta conservavano poco del significato originale, ma molto del suo potere di seduzione. 

Era un’epoca in cui la traduzione serviva anche a rendere familiare ciò che arrivava da lontano: l’inglese non era ancora la lingua universale del pop e le parole italiane aiutavano il pubblico a entrare in confidenza con melodie che altrimenti avrebbe potuto soltanto canticchiare. Caterina Caselli, con Sono bugiarda, versione italiana di I’m a Believer dei Monkees, è un esempio emblematico di quella stagione in cui le hit straniere venivano adattate al mercato italiano, diventando spesso qualcosa di diverso dall’originale. Come accadeva con Datemi un martello di Rita Pavone, derivata da If I Had a Hammer, la traduzione non era necessariamente un esercizio di fedeltà: contavano il ritmo, la riconoscibilità della melodia e la capacità di farla propria. A volte le nuove parole sembravano incollate alla musica, altre volte acquistavano una vita autonoma. In ogni caso, la canzone straniera smetteva di essere soltanto un prodotto d’importazione e diventava parte della memoria collettiva italiana.

La copertina dell’album

I Perturbazione ripartono da quella tradizione, ma ne rovesciano in parte la prospettiva. Risuona, album di dieci canzoni anglofone tradotte, riscritte e reinterpretate in italiano, non nasce dalla necessità commerciale di rendere accessibili successi stranieri. È piuttosto un’indagine sul modo in cui una canzone può cambiare significato quando cambia lingua, quando viene attraversata da un’esperienza diversa e torna a parlare a qualcuno che non è più quello di prima.

La band piemontese, che ha fatto della malinconia quotidiana e delle piccole catastrofi sentimentali una delle proprie cifre distintive, non si limita a mettere parole italiane sopra melodie già esistenti. Cerca di capire che cosa quelle canzoni possano raccontare oggi, attraverso un’altra sensibilità e una diversa consapevolezza del tempo. Tradurre significa sempre scegliere, rinunciare, tradire. E qualche volta proprio nel tradimento si nasconde la possibilità di essere fedeli allo spirito di un’opera.

Tommaso Cerasuolo lo ha spiegato con una formula efficace: l’obiettivo è «farlo diventare un pezzo nostro con parole altrui». È qui che Risuona trova la sua ragion d’essere. Non nella nostalgia per un repertorio straniero, né nella tentazione di rispolverare canzoni amate, ma nella ricerca di un punto d’incontro tra la storia degli altri e quella della band.

Il filo che tiene insieme il disco è quello dell’assenza, già al centro di (dis)amore, l’album di inediti del 2020. Non è un caso che i due lavori finiscano per parlarsi. «L’assenza è una componente fondamentale delle relazioni», ha spiegato Cerasuolo.

Non c’è soltanto la fine di una storia sentimentale, ma tutto ciò che rimane quando una persona scompare dalla nostra vita, quando il tempo modifica i rapporti, quando ci si accorge di non essere più gli stessi. Risuona lavora proprio su questo materiale emotivo, trasformando canzoni nate altrove in una specie di diario obliquo.

Il singolo Quel che non ho più, rilettura di Only You degli Yazoo, è la dichiarazione d’intenti più evidente. Il celebre brano del 1982 viene sottratto alla sua riconoscibilità immediata per diventare un racconto più ravvicinato di due persone che continuano a vedersi senza riuscire davvero a raggiungersi. La traduzione non cerca la corrispondenza parola per parola: sposta il punto di vista, modifica le immagini, riporta la distanza sentimentale dentro una lingua più familiare. È un modo intelligente per sottrarre una canzone alla sua stessa memoria, evitando che l’affetto per l’originale si trasformi in un ostacolo.

La scaletta evita peraltro di affidarsi soltanto a successi planetari. Accanto agli Yazoo compaiono gli Interpol di C’mere, gli I Am Kloot di Proof, i Nada Surf, i The Notwist, gli American Music Club, gli Efterklang e i Belle and Sebastian, in un percorso che attraversa sensibilità differenti ma accomunate da una certa inclinazione introspettiva. Musica in un’altra lingua, con la partecipazione di Lloyd Cole, sembra offrire una dichiarazione poetica del progetto; Il tuo ex, con Chiara Vidonis, aggiunge invece la dimensione del dialogo, particolarmente congeniale a una band che ha sempre raccontato l’amore senza trasformarlo in una cartolina sentimentale.

Il merito dei Perturbazione è aver individuato un territorio comune tra canzoni che appartengono a mondi musicali diversi: la fragilità dei legami, l’incertezza dei sentimenti, la difficoltà di comunicare quando si crede di conoscersi già. La traduzione diventa una metafora della relazione stessa. Anche tra due persone che parlano la stessa lingua, suggerisce Cerasuolo, può essere necessario imparare nuovamente a tradursi. È un’intuizione che dà profondità al progetto e lo sottrae alla dimensione della semplice raccolta di cover.

Naturalmente, un’operazione del genere porta con sé un rischio: quello di rendere tutto troppo omogeneo. Quando dieci canzoni vengono ricondotte alla medesima sensibilità, le differenze che rendevano preziosi gli originali possono attenuarsi. La malinconia, così centrale nell’universo dei Perturbazione, è insieme il collante e il possibile limite di Risuona: dà coerenza al percorso, ma rischia anche di trasformare la varietà delle composizioni in un unico paesaggio emotivo. È il prezzo da pagare quando si sceglie di privilegiare la continuità narrativa rispetto alla fedeltà filologica.

Resta, tuttavia, un progetto coerente con la storia di una band che non ha mai considerato il pop una faccenda superficiale. Dai piccoli disastri sentimentali di In circolo fino alla complessità di (dis)amore, i Perturbazione hanno cercato nelle canzoni uno strumento per raccontare le persone, più che per offrire loro una colonna sonora rassicurante. Risuonaprosegue questo percorso attraverso parole scritte da altri, dimostrando che l’originalità non coincide necessariamente con la creazione dal nulla: qualche volta consiste nel trovare una nuova prospettiva dentro qualcosa che credevamo di conoscere.

Il risultato convince soprattutto quando la traduzione smette di essere un esercizio linguistico e diventa un gesto autobiografico. Non tutte le canzoni possono necessariamente guadagnare una seconda vita, e il rischio di un’eccessiva uniformità resta sullo sfondo. Ma l’idea è più solida di una semplice operazione nostalgica: i Perturbazione non vogliono riportarci indietro, vogliono mostrarci come certe melodie possano accompagnarci in un presente diverso.

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