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GRAMMY 2026 ad alta tensione

– Si prevede che le polemiche politiche contro l’amministrazione Trump e la polizia ICE influenzeranno le performance, con gli artisti che utilizzeranno il palco per esprimersi durante la cerimonia di consegna deli “grammofoni” 
– Kendrick Lamar guida le nomination con nove in totale, ma deve temere Lady Gaga, Bad Bunny e Sabrina Carpenter. Il K-Pop potrebbe entrare nella storia della manifestazione. Un premio anche al Dalai Lama per gli audiolibri?

I Grammy Awards 2026 si preparano a trasformare la notte di domenica 1 febbraio in una festa rituale di musica e contraddizioni, in equilibrio tra leggenda e futuro. Manca poco alla cerimonia domenica in diretta sulla Cbs alle ore 17:00 PST (le 02:00 di lunedì 2 febbraio in Italia) dalla Crypto.com Arena di Los Angeles in vista del trasloco l’anno prossimo in casa Disney. Un evento che inaugurerà ufficialmente l’anno musicale internazionale, accolto con la stessa aspettativa di un’eclisse: spettacolo e rito, ricerca di poesia e calcolo di premi.

Nel linguaggio ormai codificato dei Grammy, questa edizione — la numero 68 — ha tutto il sapore di un punto di passaggio: non un semplice premio, ma un atlante collettivo delle polarità artistiche, dove pop mainstream e identità culturali si fronteggiano, si scontrano e, a volte, si fondono.

È la vigilia, e già si percepisce nell’aria una scossa d’adrenalina. Il veterano Trevor Noah sarà alla conduzione per l’ultima volta, mentre il palco ospiterà una gamma di talenti che va dai mostri sacri ai nomi emergenti, dal pop visionario di Lady Gaga alla dance-pop di Sabrina Carpenter, dagli inni urbani di Justin Bieber alle prospettive cosmopolite tracciate dai candidati alla categoria Best New Artist.

C’è qualcosa di profondo nell’essenza dei Grammy, che somiglia a un’epifania collettiva: una notte in cui la musica non è soltanto economia di streaming o algoritmo, ma esperienza condivisa di suono, memoria e futuro. Lo si vede nelle nomination, dove il rapper Kendrick Lamar guida con ben nove candidature, simbolo di una cultura musicale che rifugge i confini di genere e mercato; oppure nella presenza di artisti come Edgar Barrera, che porta la lingua e la sensibilità latina sotto i riflettori globali di “Songwriter of the Year”, smentendo qualsiasi ghetto culturale.

I favoriti

Kendrick Lamar

Kendrick Lamar guida le nomination con nove in totale. Per la terza volta nella sua carriera è in corsa per il disco, la canzone e l’album dell’anno, così come la performance pop duo/gruppo, la performance rap melodica, la canzone rap e l’album rap. È stato anche nominato due volte nella categoria delle prestazioni rap.

Lady GagaJack Antonoff e il produttore/cantautore canadese Cirkut seguono Lamar con sette nomination ciascuno. 

Sabrina Carpenter, Bad Bunny, Leon Thomas e Serban Ghenea vantano tutti sei nomination. Andrew Watt, Clipse, Doechii, Sounwave, SZA, Turnstile e Tyler, The Creator ne hanno cinque ciascuno.

Album of the Year è il terreno dove l’industria prova a convincersi di avere ancora una bussola. In testa alle previsioni c’è Kendrick Lamar, che con il suo ultimo lavoro ha dimostrato ancora una volta come l’hip hop, quando è adulto, possa essere il vero romanzo sociale americano. Non un disco facile, non un disco consolatorio: e proprio per questo, un disco “da Grammy”. Subito dietro, Lady Gaga. Più defilato ma insidioso Bad Bunny, perché l’America ama dirsi inclusiva quando il successo latino è già planetario e non fa più paura.

Record of the Year, che premia il suono più che la scrittura, è la categoria dove il pop gioca in casa. Qui la partita si fa più scintillante: Bruno Mars, in coppia con ROSÉ, cantante K-POP, rappresenta la perfezione vintage che rassicura; Kendrick Lamar con SZA porta invece l’idea che anche la complessità possa essere radiofonica; Billie Eilishresta una minaccia silenziosa, perché ha imparato a rendere minimal anche l’epica. C’è l’emergente Sabrina Carpenter e non bisogna sottovalutare Bad Bunny, che sarà la stella del Super Bowl, e Chappell Roan. È la categoria in cui spesso vince il compromesso migliore tra arte e algoritmo.

Song of the Year, invece, è la stanza dove si spengono le luci e si accendono i testi. Qui Kendrick Lamar parte favorito per distacco: perché l’Academy, quando si parla di parole, sa di doversi sentire intelligente. Ma attenzione alle sorprese: una ballata pop scritta bene, una canzone apparentemente semplice che racconta una fragilità condivisa, può diventare il rifugio perfetto per giurati stanchi di sembrare troppo impegnati.

E poi c’è il Best New Artist, che è sempre la categoria più crudele. Non perché l’artista sia davvero “nuovo”, ma perché viene congelato per sempre in quell’aggettivo. Qui non si vota il talento, si vota l’idea di futuro che fa meno paura: un volto giovane ma non troppo radicale, una voce riconoscibile ma non divisiva. Chi vince spesso non è chi durerà, ma chi in quel momento rassicura il presente. Si ritrovano voci tra loro molto distanti per estetica e provenienza: dall’esuberanza di Addison Rae all’introspezione di Olivia Dean, dalla dolce ribellione di Lola Young alla poliedricità di Leon Thomas: un segno della complessità del tempo presente, dove l’idea di “nuovo” non è più univoca ma multiforme.

Curiosità: una statuetta potrebbe andare al Dalai Lama nella categoria degli audiolibri, mentre per la prima volta dal 1974 un premio andrà alla miglior copertina. E potrebbe essere anche la pèrima volta per il K-Pop. Storicamente snobbato, il pop coreano si è fatto strada grazie a Golden, dalla colonna sonora del cartone di Netflix Pop Demon Hunters: il singolo ha raccolto tre candidature, tra cui disco dell’anno, mentre in quello per la Best Compilation Soundtrack for Visual Media, il gruppo fictional delle Huntr/X se la dovrà vedere con Timothée Chalamet, in gara per il biopic A Complete Unknown su Bob Dylan.

Le esibizioni dal vivo. Omaggio a Ozzy

E poi c’è l’aspetto performativo, che da sempre trasforma il red carpet e il palco in una passerella di etica e stile: da Lady Gaga, annunciata tra i performer e in corsa per numerosi premi, alla presenza di esponenti di generi diversi — dal pop alla ritmica contemporanea, dall’R&B alla tradizione globale — che rende questa edizione un mosaico sonoro più ricco e sfaccettato che mai.

I “live” potrebbero trasformarsi in atti di protesta nei confronti della situazione politica americana. Proprio Lady Gaga, giorni fa si è allineata con Bruce Springsteen, prendendo posizione contro la polizia dell’ICE al centro delle polemiche per il violento operato in Minnesota. «Il mio cuore si spezza al pensiero delle persone, dei bambini, delle famiglie, in tutta l’America, che vengono prese di mira senza pietà dall’Ice», ha detto la cantante di Mayhem prima di dedicare il pezzo Come to Mama a «tutti coloro che soffrono, a tutti coloro che si sentono soli e indifesi, a chiunque abbia perso una persona cara e stia attraversando un momento difficile, un momento impossibile, vedendo quando la fine sarà vicina».

Justin Bieber tornerà sul palco per la prima volta in quattro anni, da quando fermò una tournée perché colpito da una malattia virale che gli aveva paralizzato metà del viso. Domenica Bieber è candidato per l’album dell’anno e miglior album pop (Swag), miglior performance R&B  e miglior solista. 

Tra le altre star sul palco di cui la Recording Academy ha annunciato performance ci sono Addison Rae, Alex Warren, Clipse, KatsEye, Leon Thomas, Lola Young, Olivia Dean, Pharrell Williams, la KPop Rosé, Sabrina Carpenter, Sombr e The Marías, mentre Doechli e Harry Styles, di cui è appena uscito il singolo Aperture.

Come ogni anno, i Grammy Awards sono anche l’occasione per rendere omaggio a celebri artisti scomparsi di recente. Questa volta, l’omaggio “In Memoriam” onorerà in particolare la memoria di Ozzy Osbourne, leggenda e frontman insuperabile dei Black Sabbath, morto il 22 luglio scorso. Per l’occasione, Post Malone, Andrew Watt, il batterista Chad Smith dei Red Hot Chili Peppers, insieme al bassista Duff McKagan e al chitarrista Slash dei Guns N’Roses, renderanno omaggio a Ozzy Osbourne con una performance speciale.

In una Hollywood che spesso guarda il futuro con gli occhi di chi ancora crede nelle categorie, l’appuntamento con i Grammy resta un rito laico, dove la musica vive di contraddizioni: celebrazione e rivalità, memoria e innovazione, arte e industria. Sul palco di Los Angeles, si capirà chi avrà saputo tradurre tutto questo in oro, o almeno in quel piccolo grammo che pesa come una storia, un anno, una stagione dell’anima.

Negli Stati Uniti, lo show sarà trasmesso in diretta sulla CBS e sarà disponibile in streaming live e on demand su Paramount+. Per quanto riguarda l’Italia, invece, non è ancora chiaro dove approderanno i Grammy 2026, ma, in ogni caso, sarà possibile seguire l’evento in streaming su live.GRAMMY.com e sul canale YouTube ufficiale della Recording Academy.

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