– La docu-serie di RaiPlay segue per un anno gli studenti del liceo Vittoria Colonna di Roma, dal primo giorno di quinta alla maturità. E intercetta una generazione che vive contemporaneamente dentro e fuori dallo smartphone
C’è una parola che probabilmente spiega meglio di molte analisi sociologiche il rapporto fra adolescenti e social network: FOMO, Fear Of Missing Out, la paura di perdersi qualcosa. Una festa alla quale non siamo stati invitati, una storia Instagram che non abbiamo visto, un gruppo WhatsApp nel quale non siamo stati inseriti, una notte degli altri che continua mentre noi siamo a casa. È questa sensazione, diventata quasi una condizione esistenziale, a dare il titolo a FOMO – Fear Of Missing Out, la nuova docu-serie di RaiPlay disponibile dal 17 settembre.
Dodici episodi, diretti da Pietro Daviddi e David Gallerano, seguono un gruppo di studenti del Liceo Vittoria Colonna di Roma durante l’ultimo anno delle superiori: dalla prima campanella all’esame di maturità. Interrogazioni, assemblee, feste, amori, amicizie, litigi, notti fuori, confessioni, Erasmus, cento giorni e naturalmente l’ansia per quel «cosa farò da grande?» che a diciotto anni sembra una domanda semplice e invece assomiglia già a una sentenza.
Il primo elemento che può spiegare l’interesse suscitato dalla serie è proprio questo: FOMO non pretende di spiegare i giovani, li lascia parlare. È una differenza non secondaria. Per una volta gli adolescenti non sono soltanto il tema di un programma pensato dagli adulti, ma diventano i soggetti del racconto. La macchina da presa entra nelle loro giornate e soprattutto prova a non mettersi davanti a loro.
Non è una serie “sui giovani”

Il paradosso è che FOMO funziona proprio perché non sembra costruita per conquistare il pubblico giovane. Non ci sono adulti che cercano disperatamente di imitare il linguaggio dei ragazzi, né dialoghi scritti per sembrare TikTok, né l’ennesima versione televisiva dell’adolescente eternamente arrabbiato. C’è invece una cosa molto più semplice: la vita quotidiana.
La scuola, che per chi l’ha lasciata da anni può sembrare un luogo quasi banale, per chi la attraversa è ancora il centro del mondo. Un voto può diventare una tragedia, una festa può decidere gli equilibri di un gruppo, un’amicizia può cambiare in una notte, un messaggio visualizzato senza risposta può assumere proporzioni gigantesche. La serie racconta proprio questa sproporzione emotiva. E lo fa senza trasformarla in caricatura.
È anche per questo che il titolo è più intelligente di quanto possa sembrare. La FOMO non riguarda soltanto i social: riguarda il bisogno di esserci. Di appartenere. Di non essere esclusi. Di essere riconosciuti dagli altri. I social hanno semplicemente moltiplicato le occasioni nelle quali possiamo accorgerci di essere rimasti fuori. Un tempo non sapere cosa stessero facendo gli amici era normale. Oggi è quasi impossibile.
La generazione che non stacca mai

Uno degli aspetti più interessanti della serie è la difficoltà, ormai quasi strutturale, di separare il mondo online da quello offline. I ragazzi di FOMO vivono contemporaneamente in classe e nelle chat, durante una festa e nelle Stories, nella conversazione reale e nei messaggi che la continuano sul telefono. La Rai stessa presenta la docu-serie come il racconto di una generazione che vive «senza distinguere ciò che succede online e offline». È probabilmente qui che FOMO incontra davvero il suo pubblico: non chiedendogli di riconoscersi nei personaggi, ma mostrandogli un ambiente nel quale già vive.
La serie arriva infatti in un momento nel quale RaiPlay ha consolidato la propria capacità di intercettare il pubblico più giovane. Già nel 2024 l’allora direttrice Elena Capparelli sottolineava come la piattaforma fosse riuscita ad «agganciare il pubblico under 25», grazie a una strategia digitale costruita negli anni e a un catalogo accessibile gratuitamente.
È un passaggio importante. Per molto tempo Rai e giovani sono sembrati due rette parallele: la prima associata alla televisione generalista, i secondi migrati verso YouTube, Netflix, TikTok, Instagram e le piattaforme internazionali. Poi è arrivato Mare Fuori, che ha dimostrato come un prodotto Rai potesse diventare un fenomeno generazionale anche attraverso il consumo digitale. La terza stagione, per esempio, contribuì in maniera significativa a portare RaiPlay verso un pubblico under 35 e fu accompagnata da una gigantesca conversazione social. FOMO si muove su quella stessa frontiera, ma con un’ambizione diversa: non costruire un fenomeno attorno a personaggi di fantasia, bensì raccontare persone reali.
Il segreto è la normalità

La cosa più sorprendente, forse, è che non succede niente di eccezionale. Ed è precisamente questo il punto. Non c’è bisogno di inventare un carcere minorile, una distopia, un mistero criminale o una tragedia sentimentale per catturare l’attenzione degli adolescenti. Basta raccontare quello che per loro è enorme: il primo amore, l’amico che cambia gruppo, la festa alla quale bisogna assolutamente andare, la paura della maturità, la scelta dell’università, il corpo, il sesso, il futuro.
Il teen drama tradizionale tende a trasformare ogni emozione in una trama. FOMO fa quasi il contrario: trasforma la vita quotidiana in una trama. E qui si trova anche la sua possibile forza narrativa. Il pubblico giovane non deve fare lo sforzo di tradurre un linguaggio televisivo in un’esperienza personale. Gli basta riconoscere una situazione.
Anche la musica contribuisce a questo processo di identificazione: la colonna sonora originale è firmata dal duo Voga, formato dai musicisti napoletani Enrico Esposito, in arte Rico, e Lorenzo Biscione, alias Sneik. In ben trentotto partiture, i Voga alternano smanie elettropop, beat trap, melodie synthwave, ritmi urban e pause ambient, accompagnando i protagonisti nei diversi momenti dell’anno della maturità, dai diciottesimi alle feste, dall’Erasmus alle gite, fino all’esame che segna la fine di un capitolo e l’inizio della vita adulta. Fra gli elementi musicali della serie compare anche un brano inedito di Ariete. Non è un dettaglio ornamentale: per una generazione abituata a costruire la propria identità anche attraverso playlist, canzoni e frammenti sonori, la musica è parte del racconto tanto quanto immagini e dialoghi.

Il successo di FOMO va dunque cercato nella sua vicinanza linguistica e sentimentale al pubblico che vuole raggiungere. La Rai ha imparato una lezione che le piattaforme avevano capito da tempo: per conquistare un pubblico giovane non basta mettere un contenuto su internet. Bisogna costruire un prodotto che abbia senso nel modo in cui quel pubblico guarda il mondo.
È quello che era accaduto, in forma diversa, con Mare Fuori: la serie era diventata materia di discussione, meme, teorie, clip e conversazioni sui social, fino a trasformare gli spettatori in una sorta di comunità parallela di commentatori e sceneggiatori. FOMO parte da un terreno ancora più vicino alla quotidianità: non racconta soltanto una generazione connessa, racconta una generazione che considera la connessione parte della propria vita emotiva.
Ed è questa la ragione per cui può funzionare con i ragazzi. Non li tratta come consumatori da conquistare, né come un problema sociale da risolvere. Non dice loro come dovrebbero essere. Mostra come sono mentre cercano, con una certa confusione e parecchia fretta, di capire chi diventare. In fondo la vera FOMO non è la paura di perdersi una festa. È la paura di perdersi la propria stessa vita mentre sta succedendo. E forse è proprio questa, più di qualsiasi algoritmo, la cosa nella quale i ragazzi si riconoscono.
I ritardi della Rai

Per molto tempo la televisione generalista ha avuto con gli adolescenti un problema quasi antropologico: li cercava proprio nel momento in cui loro avevano smesso di cercarla. Poi è arrivato Il Collegio, e la Rai ha scoperto che i ragazzi potevano tornare a guardare la televisione, purché la televisione smettesse di comportarsi da televisione.
Dopo è scoppiato il fenomeno Mare Fuori, che ha trasformato RaiPlay in una piattaforma capace di generare fenomeni pop. E oggi arriva FOMO, che fa un altro passo ancora: non racconta i ragazzi attraverso un meccanismo televisivo, ma prova a fotografarli mentre vivono. È una piccola storia dell’evoluzione del rapporto fra Rai e Generazione Z.
