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ELASI e GIULIA MEI: il nostro canto libero

– Due nuove protagoniste della scena musicale femminile italiana, sempre più ricca e sfaccettata, lontana dagli stereotipi e dalle narrazioni preconfezionate. Saranno ospiti del Centro Zō di Catania martedì 23 dicembre
– La producer piemontese porta nella sua musica un’idea di pop che non conosce confini rigidi. C’è l’elettronica europea, c’è il gusto per il beat, c’è una sensibilità francese. Il nuovo album è un antidoto per ritrovare la leggerezza
– La cantautrice palermitana rifiuta espressioni come «funziona, non funziona» considerandoli «meccanismi che tendono a ingabbiarti, a omologarti, impedendoti di scrivere canzoni che ti rappresentino fino in fondo»

Nella musica italiana di oggi, attraversata da una rapidità che spesso consuma tutto in pochi istanti, ci sono artiste che scelgono una direzione diversa: rallentare, mettere a fuoco, costruire un linguaggio. Giulia Mei ed Elasi, ospiti martedì 23 dicembre (ore 21) da Zō Centro culture contemporanee di Catania, appartengono a questa linea sotterranea ma sempre più riconoscibile, quella delle cantautrici che non cercano l’effetto immediato, ma lavorano sulla profondità del racconto e sulla coerenza di una visione.

Sono due percorsi distinti, per formazione e sensibilità, ma accomunati da un’idea precisa di musica: la canzone come spazio di identità, come luogo in cui la scrittura e il suono non sono separati, ma crescono insieme. In un panorama che spesso divide rigidamente pop, elettronica e cantautorato, Mei ed Elasi mostrano che le categorie servono poco quando c’è un pensiero forte dietro le canzoni.

Giulia Mei: la parola come atto politico e intimo

«Libera, voglio essere libera», canta Giulia Mei nell’incipit di Bandiera. Come Giorgio Gaber in La libertà: «Voglio essere libero, libero come un uomo». E la canzone della cantautrice palermitana è diventata un inno per la libertà di tutte le donne, un canto rivoluzionario per spogliarle dalle consuetudini, dai paternalismi, dalle paure, dalle colpe che si portano addosso — «sottopelle», dice — da quando nascono; è una “bandiera” da innalzare e sventolare per poter essere se stesse.

Giulia Mei

Non le interessa assecondare il mercato e rifiuta espressioni come «funziona, non funziona» considerandoli «meccanismi che tendono a ingabbiarti, a omologarti, impedendoti di scrivere canzoni che ti rappresentino fino in fondo. Sono fiera di seguire la mia strada, ma non vorrei, dicendo questo, apparire spocchiosa o eroica. Il fatto è che io devo essere la prima a emozionarmi, perché solo così posso arrivare agli altri».

Su Bandiera, GiuliaMei, classe 1993, ha costruito un album, intitolato Io della musica non ci ho capito niente. «Volevo solo fare un disco pieno di vita ordinaria, il diario di una bambina che parla di tutto senza preoccuparsi della forma, senza sovrastrutture, volevo colorare fuori dai bordi, giocare», spiega. «Non capirci niente della musica mi ha permesso di rimescolare le carte e trovare una strada mia, alternativa. Ho studiato vent’anni al Conservatorio e posso concedermi di recuperare un po’ la curiosità che avevo perso. Questo disco per me è una dichiarazione d’amore al disordine che non mi sono mai concessa per paura, a quella curiosità infantile che non mi ha mai abbandonata, a quel divergere che mi ha fatto sbagliare strada tutte le volte che ho avuto bisogno di liberarmi dalle pressioni esterne della “musica che funziona”. Ma questo disco è dedicato a chi non sa funzionare, se non coi propri unici ingranaggi, e a chi ascolta tutto come se non avesse mai ascoltato niente. Mi sono resa conto che decostruire, liberarsi da sovrastrutture e condizionamenti sia l’unico modo per creare qualcosa di vero, di autentico». 

Elasi: il suono come paesaggio emotivo

Se Giulia Mei parte dalla parola, Elasi comincia dal suono. Elasi, nome d’arte di Elisa Massara, è una cantautrice, produttrice e DJ nata ad Alessandria., costruisce le sue canzoni come piccoli mondi autonomi, in cui la voce è uno degli elementi, non necessariamente il centro. È una differenza sostanziale, che racconta molto del suo modo di intendere la musica.

Elasi

Cresciuta tra l’Italia e l’estero, Elasi porta nella sua musica un’idea di pop che non conosce confini rigidi. C’è l’elettronica europea, c’è il gusto per il beat, c’è una certa sensibilità francese per il dettaglio sonoro, ma c’è anche — ed è fondamentale — un rapporto diretto con la parola, con il racconto, con l’immaginario. Il suo lavoro nasce dentro l’elettronica, ma non si ferma lì. I beat, le texture, le stratificazioni sonore non sono mai fredde o astratte: servono a creare atmosfere, a suggerire movimenti, a evocare luoghi reali o immaginari. Le sue canzoni sembrano spesso in viaggio, sospese tra una partenza e un ritorno.

La voce di Elasi è leggera, mobile, quasi parlata a volte. Non cerca la centralità, ma l’integrazione. È una scelta precisa, che rompe con una certa tradizione italiana in cui il canto deve sempre primeggiare. Qui, invece, tutto dialoga: ritmo, melodia, parola, spazio.

Elasir, il suo terzo progetto dopo gli EP Campi Elasi (2020) e Oasi Elasi (2022), è un antidoto per ritrovare la leggerezza quando ci si sente allo stremo delle forze. «Penso alla musica come forma di evasione, di liberazione, ecco perché volevo un elisir che portasse leggerezza e scacciasse la malinconia. Spero di poter alleggerire le persone e di riuscire a portare nei club un po’ di tradizione, di musica dal mondo, che provenga da posti lontani o vicini».

Elasi ci conduce in mondi lontani per fuggire dalle preoccupazioni quotidiane, ballando in una festa colorata fatta di contaminazioni. Nel suo ultimo singolo Amore Godzilla, nato dalla collaborazione con la Producer Plastica, parla di una libertà che non è tanto utopica, se riusciamo a lasciare andare le nostre paure, i nostri “amori Godzilla” e trasformarci in indistruttibili creature, mentre balliamo sotto il palco sulle note di una musica elegantemente variopinta.

Due linguaggi, una stessa urgenza

Mettere insieme Giulia Mei ed Elasi non significa appiattirne le differenze, ma riconoscere una sensibilità comune. Entrambe rifiutano la semplificazione, entrambe cercano una forma personale dentro un sistema che tende a uniformare. E soprattutto, entrambe mostrano che oggi si può fare canzone italiana senza replicare modelli del passato né inseguire ossessivamente quelli del presente.

C’è in loro una consapevolezza rara: quella di sapere da dove si viene, ma anche di sapere che ogni linguaggio deve trovare il proprio tempo. Mei lavora sulla parola come strumento di affermazione e di critica; Elasi lavora sul suono come spazio di libertà e di immaginazione. Due approcci diversi, ma complementari.

La nuova scena femminile italiana

Giulia Mei ed Elasi si inseriscono in una scena femminile italiana sempre più ricca e sfaccettata, lontana dagli stereotipi e dalle narrazioni preconfezionate. Non c’è un “modello” da seguire, ma una pluralità di voci che stanno ridefinendo cosa significhi oggi essere cantautrici.

In questo senso, il loro lavoro ha anche un valore culturale più ampio: dimostra che la canzone può ancora essere un luogo di ricerca, di presa di posizione, di costruzione identitaria. Senza proclami, senza slogan, ma con la forza delle idee e delle scelte artistiche.

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