– Il film di James Cameron, che ha guadagnato più di 7 milioni al debutto nelle sale, mette paura al comico pugliese che torna con “Buen camino”. Fa da outsider Damiano Michieletto che sceglie il 25 dicembre per il debutto dietro la macchina da presa con “Primavera“
– «È inutile essere ipocriti… ci aspettiamo di fare i soldi», commenta il pugliese. «Ci sono grandi aspettative anche per i dati arrivati sulle prevendite e questo James, come si chiama, Camerun dovrebbe svegliarsi il 26 e chiedersi: “Ma ma chi cazz… è sto Zalone”»
– Michieletto racconta la storia di Antonio Vivaldi e della giovane orfana Cecilia. È un film sul potere della musica ambientato a Venezia. «Uscire il 25 dicembre è come partecipare a una festa. Spero che Zalone vada a vedere “Primavera”, io andrò a vedere il suo film»
Sarà un Natale al cinema con una offerta di film molto limitata: soltanto tre. Sembra chiusa l’era dei cinepanettoni, niente Boldi, neanche Christina De Sica e il trio Aldo Giovanni e Giacomo è presente con un semplice documentario.
Avatar di James Cameron, Buen camino con Checco Zalone e Primavera di Damiano Michieletto con Davide Riondino e Tecla Insolia sono i tre sfidanti. Un kolossal hollywoodiano, il comico “re Mida delle feste” e l’outsider “colto” che punta sulla storia e sulla prova d’attori. A fare paura sono gli oltre 7 milioni di euro incassati nei primi cinque giorni di programmazione di Avatar: Fuoco e cenere.
«È inutile essere ipocriti… ci aspettiamo di fare i soldi», ha commentato Zalone alla presentazione del film Buen Camino. «Ci sono grandi aspettative anche per i dati arrivati sulle prevendite e questo James, come si chiama, Camerun (scherza, ndr) dovrebbe svegliarsi il 26 e chiedersi: “Ma ma chi cazz… è sto Zalone”».
“Buen Camino”
Un’incognita sul risultato di Buen camino, secondo Zalone, potrebbe essere la risposta degli spettatori più giovani: «Loro sono abituati a fruire la comicità in maniera immediata, sono abituati alla frantumazione di TikTok», spiega. «Mia figlia non l’ho mai vista attenta ad un contenuto che durasse più di quaranta secondi, quindi l’idea di tenere dei ragazzini scalmanati fermi per un’ora e mezza al cinema mi spaventa, vediamo come va. Ma sembra che anche spezzettato io funzioni. I genitori gli fanno vedere le battute sui cellulari; questa è una storia, c’è una drammaturgia».
Il tema del film è la paternità: un padre ricchissimo e una figlia (Letizia Arnò) che lo rifiuta: lui, tutto preso da barche e modelle, non ricorda nemmeno quando è nata, lei in cerca di valori autentici. Il padre scoprirà raggiungendola che Cristal ha deciso di percorrere da pellegrina il cammino di Santiago di Compostela, ottocento chilometri da camminare a piedi alla ricerca di un senso per la sua vita, una distanza immensa da percorrere che Checco giudica folle ma che suo malgrado sarà costretto ad intraprendere. Per sentieri assolati, montagne fredde e piovose, passando per piccoli paesi sperduti, mangiando quel che capita e dormendo in ostelli fatiscenti e carichi di pellegrini, Checco proverà a ricomporre la sua relazione con Cristal. L’impresa ha dell’impossibile ma un viaggio si sa può cambiare la vita e renderla ricca per davvero.
Il film ha dei lampi, ma è meno corrosivo del primo Zalone. Poi arriva la zampata. Come sopravvivere al politicamente corretto? «Invece di lamentarsene, bisogna essere intelligentissimamente scorretti».
Zalone è al quinto film (su sei) con il regista e conterraneo barese Gennaro Nunziante: «In verità non avevamo mai litigato, càpita che si prendano strade diverse, ma fortunatamente Bari è piccola, ora poi abitiamo a distanza di due metri».
“Primavera”
«Uscire il 25 dicembre è come partecipare a una festa», commenta Michieletto. «Spero che Zalone vada a vedere Primavera, così come io andrò a vedere il suo film».
Primavera segna l’esordio cinematografico di quell’inquieto regista d’opera che è Damiano Michieletto, già al Toronto International Film Festival. È un film sul potere della musica ambientato a Venezia. Tecla Insolia e Michele Riondino sono i protagonisti di questa storia liberamente tratta dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa (Premio Strega 2009, pubblicato in Italia da Giulio Einaudi editore). Nel cast del film, premiato a Chicago con l’Audience Award for the Best International Feature, anche Andrea Pennacchi, Fabrizia Sacchi, Valentina Bellé e Stefano Accorsi.
Siamo nell’Ospedale della Pietà, il più grande orfanotrofio di Venezia, un’istituzione che inizia le orfane più brillanti allo studio della musica e che ha un’orchestra tra le più apprezzate al mondo. Cecilia, vent’anni, è una straordinaria violinista piena di talento prigioniera di questo orfanotrofio. Quelle bambine abbandonate che vengono educate alla musica da adulte possono esibirsi solo dietro una grata, per ricchi mecenati, in attesa che qualcuno le scelga come spose. Ma tutto cambia con l’arrivo del nuovo insegnante di violino. Il suo nome è Antonio Vivaldi (Michele Riondino).
«Da una parte arriva questo musicista che era un genio, e quindi sicuramente ha portato da una parte una quantità enorme di composizioni che lui ha scritto per l’orfanotrofio», spiega il regista. «Ma al tempo stesso lui aveva a disposizione gratuitamente, perché questa parola è molto importante soprattutto in un mondo come quello veneziano di quel tempo, un’orchestra e un coro».

«È proprio il rapporto con la musica che determina due solitudini e queste due solitudini, quella di Vivaldi e quella di Cecilia, restano tali anche nel momento in cui si vanno ad incontrare», riflette Riondino. «Il musicista torna alla Pietà con una idea ben precisa in mente che riuscirà a sviluppare con l’aiuto di Cecilia».
Michieletto premette che non ha «osato» troppo in Primavera: «Chissà forse nel prossimo film potrei fare qualcosa di diverso, magari più ruvido e meno prevedibile. Avevo solo voglia di raccontare una storia in cui ci fossero elementi che conosco bene da offrire al pubblico in maniera credibile».
E ancora il regista: «Il progetto nasce dal desiderio di fare un film da zero, una cosa nuova per me, dal desiderio di uscire dalla mia comfort confort zone e mettermi alla prova nel sentirmi spaesato. Raccontiamo la condizione femminile in un mondo dove la libertà è limitata per persone come Cecilia, una invisibile perché non ha un nome e non ha una dote e sarà punita per le sue scelte».
Il titolo del film rimanda alla celebre composizione delle Quattro stagioni di Vivaldi, ma anche alla fuga finale di Cecilia, oltre che alla sua giovane età. «La sua fuga è un atto di ribellione, confuso, e non sa dove la porterà ma sa che sta andando verso un nuovo orizzonte, forse verso una rinascita», aggiunge il regista.
«Certo che ci sono affinità col personaggio di Modesta de L’arte della gioia», mette in rilievo Tecla Insolia. «Hanno entrambe un’idea di modernità e di ribellione. In Cecilia questi livelli di sofferenza e introspezione sfociano attraverso la musica, ma credo ci sia differenza nel tipo di emancipazione che il personaggio di Cecilia raggiunge nel finale del film».
Alla fine, sintetizza bene la bravissima sceneggiatrice Ludovica Rampoldi: «È in fondo la storia di due prigionieri: Cecilia prigioniera dell’orfanotrofio e della sua condizione di donna e Vivaldi, prigioniero della sua malattia, del ruolo di prete e della sua ambizione. L’incontro tra questo due prigionie li apre però a una loro libertà».
