– Le prime visioni di questa settimana. Nel film del sudcoreano Na Hong-jin gli extraterrestri fanno paura ma gli uomini riescono a essere persino più spaventosi, le certezze durano poco e i generi cinematografici sembrano fatti apposta per essere presi a calci
– Dalla Mostra del Cinema di Venezia arriva “Wild Horse Nine”, in odor di Oscar con Sam Rockwell, John Malkovich, Steve Buscemi e Tom Waits. Il film concerto sul Faith Tour del compianto George Michael. “The Greatest”, prima serie tv autorizzata su Muhammad Ali
– Un frullatore di generi: thriller, grottesco, splatter e comicità
Regista: Na Hong-jin
Anno: 2026
Genere: thriller, horror
Durata: 157 minuti
Cast: Hwang Jung-min, Zo In-sung, Hoyeon, Michael Fassbender
Ci sono film che raccontano l’invasione della Terra e altri che, strada facendo, finiscono per mettere sotto processo gli esseri umani. Hope, del sudcoreano Na Hong-jin, appartiene alla seconda categoria, anche se sarebbe riduttivo provare a incasellarlo in una definizione. Perché in questo film, dove gli alieni fanno paura ma gli uomini riescono a essere persino più spaventosi, le certezze durano poco e i generi cinematografici sembrano fatti apposta per essere presi a calci.
La cosa più inquietante è che, a un certo punto, si finisce quasi per provare simpatia per gli invasori. Non tanto per il loro aspetto, che pure ha qualcosa di vagamente familiare, quanto per il confronto con gli umani: una comunità trasformata dalla paura in un branco aggressivo, incapace di distinguere il pericolo dalla paranoia, il nemico dall’innocente. Se gli extraterrestri arrivano sulla Terra con intenzioni tutt’altro che rassicuranti, gli abitanti del pianeta non sembrano avere bisogno di lezioni di cattiveria.
Na Hong-jin, già autore di The Chaser e The Wailing, costruisce un film di 157 minuti che procede per deviazioni, accumuli e improvvise sterzate narrative. Bisogna aspettare quasi 49 minuti prima che il misterioso responsabile di tanta devastazione si materializzi davanti agli occhi dello spettatore. Nel frattempo, il regista si diverte a seminare indizi, moltiplicare le domande e tenere le risposte accuratamente fuori portata. Una scelta che può mettere a dura prova la pazienza, ma che contribuisce a creare un clima di crescente spaesamento.

L’inizio ha quasi il passo di una commedia rurale. Una mucca viene ritrovata morta, il corpo martoriato da giganteschi artigli, e la carcassa blocca una strada di campagna. In un paesino sperduto nei pressi della zona demilitarizzata tra le due Coree, la faccenda diventa subito un piccolo caso investigativo. A occuparsene è un capitano di polizia, affiancato da una collega decisamente sopra le righe, da un giovane non particolarmente brillante e dal proprietario del terreno. L’ipotesi più ragionevole è quella di una tigre scesa dalle montagne, ma c’è un dettaglio che non torna: per arrivare fin lì avrebbe dovuto attraversare un campo minato.
È soltanto l’antipasto. Mentre il gruppo cerca di capire che cosa abbia ridotto la mucca in quelle condizioni, il capitano viene richiamato in città. E qui la faccenda cambia decisamente dimensione. Automobili accartocciate come giocattoli, edifici sventrati, corpi disseminati per le strade: qualcuno sta trasformando il centro urbano in un campo di battaglia. Ma chi? E soprattutto, perché? Per avere una risposta bisognerà attraversare una lunga galleria di inseguimenti, sparatorie, esplosioni e massacri, con una quantità di proiettili sparati che farebbe impallidire un intero arsenale militare.
Quando finalmente il mistero prende forma, scopriamo che la minaccia viene dallo spazio. Una nave extraterrestre è atterrata nei boschi e un gruppo di cacciatori si imbatte nei suoi occupanti, creature dall’aspetto semiumano che non hanno esattamente l’aria di essere venute a fare amicizia. Tra loro ci sono anche due figure di sangue reale, e la faccenda potrebbe avere a che fare con un progetto di colonizzazione del pianeta. Un possibile punto di partenza per un seguito, ma anche l’ennesima sorpresa di un film che sembra divertirsi a cambiare continuamente le proprie regole.

Perché Hope non è semplicemente un film di fantascienza, né un horror, né un disaster movie. È un frullatore di generi nel quale convivono il thriller, il grottesco, il cinema d’azione, lo splatter e una comicità che arriva spesso nei momenti meno prevedibili. Le sequenze di combattimento si allungano fino a diventare estenuanti, mentre il sangue scorre a fiumi, i corpi vengono fatti a pezzi e i crani esplodono con una generosità che sembra appartenere più al cinema di serie B che a una produzione di ambizioni internazionali.
Eppure, proprio quando la violenza rischia di diventare insopportabile, Na Hong-jin introduce un elemento farsesco che ne ribalta il significato. La brutalità viene spinta talmente oltre da diventare quasi una caricatura di se stessa. Si ride, o almeno si sorride increduli, davanti a una tale esibizione di distruzione. È un umorismo nero, volutamente spiazzante, che smonta la tensione e impedisce allo spettatore di prendere troppo sul serio quello che sta guardando. Anche perché, a furia di sparare a tutto ciò che si muove, gli esseri umani finiscono per comportarsi esattamente come i mostri che vorrebbero eliminare.
Il problema è che questa continua rincorsa alla sorpresa non sempre produce risultati altrettanto sorprendenti. Le sequenze si dilatano, gli inseguimenti si ripetono, la storia procede per accumulazione più che per necessità. I 157 minuti si sentono tutti, e non sempre il gioco vale la durata della partita. Na Hong-jin sembra voler dimostrare che oggi, per raccontare qualcosa di nuovo, bisogna prima distruggere ogni regola narrativa conosciuta. Così Hope diventa una specie di gigantesco videogame in carne, sangue e ferraglia, nel quale si passa da un livello all’altro senza sapere bene dove si stia andando.
Resta però un film difficilmente assimilabile a qualsiasi modello precedente. Anche grazie alla performance capture, che rielabora i volti degli attori senza cancellarne del tutto le espressioni, gli extraterrestri finiscono per acquisire qualcosa di sorprendentemente umano. Il paradosso è che, al confronto, gli abitanti della Terra appaiono sempre più irriconoscibili. La paura li ha trasformati, l’istinto di sopravvivenza ha preso il posto della ragione e la violenza è diventata una risposta automatica a ogni interrogativo.

Qualcuno ha già gridato al capolavoro. Altri, più prudentemente, potrebbero limitarsi a riconoscergli una notevole dose di coraggio e una certa originalità, senza necessariamente innamorarsene. Perché tra l’invenzione e l’esibizionismo il confine è sottile, e Hope lo attraversa continuamente, qualche volta con risultati felici, altre con la sensazione di assistere a un esercizio di sovraccarico visivo.
Alla fine, rimane una domanda: ci siamo divertiti davvero? La risposta non è così scontata. Hope ha il merito di rifiutare le formule rassicuranti, di mescolare linguaggi e di non concedere allo spettatore il conforto di una storia prevedibile. Ma la voglia di stupire a ogni costo rischia di trasformarsi in un’altra forma di prevedibilità. L’idea più interessante, comunque, resta quella che affiora sotto il rumore delle esplosioni: forse gli alieni non sono arrivati per conquistare la Terra. Forse hanno semplicemente trovato un pianeta che non aveva bisogno di loro per diventare un inferno.
- Da non perdere
WILD HORSE NINE
Regista: Martin McDonagh Anno: 2026 Genere: thriller, commedia Durata: 118 minuti Cast: Sam Rockwell, John Malkovich, Steve Buscemi, Parker Posey, Tom Waits
Wild Horse Nine è il quinto lungometraggio dello sceneggiatore e regista premio Oscar® Martin McDonagh ed è incentrato su un’amicizia plasmata da decenni di segreti, lealtà e compromessi morali. Nel film, Chris (John Malkovich, candidato all’Oscar®) e Lee (Sam Rockwell, premio Oscar®) – agenti veterani della CIA la cui carriera si è svolta all’ombra della politica della Guerra Fredda – arrivano sull’Isola di Pasqua portandosi dietro il peso di un passato lungamente condiviso e, sebbene fuori servizio, con secondi fini che non rivelano nemmeno l’uno all’altro.
Ambientata in Cile nel 1973, la storia si svolge nei mesi di grande tensione che precedono il colpo di Stato militare che avrebbe rovesciato Salvador Allende, presidente democraticamente eletto. Mentre le forze politiche si radunano sul continente, Chris e Lee vengono inviati da Santiago nella remota e isolata Isola di Pasqua, un avamposto vulcanico a più di 2.000 miglia nell’Oceano Pacifico. Una volta sull’Isola di Pasqua, i due intraprendono percorsi segreti diversi: Chris riflette sulle sue scelte di vita e sulla sua carriera attraverso un dittafono e le registrazioni in Super 8 mm di Lee, mentre Lee cerca di conciliare le direttive di MJ che lo pongono proprio al centro del destino di Chris.
- Da vedere e ascoltare
GEORGE MICHAEL: THE FAITH TOUR
Regista: Andrew Morahan, David Austin Anno: 2026 Genere: documentario musicale Durata: 114 minuti Cast: George Michael
George Michael: The Faith Tour, film diretto da David Austin e Andrew Morahan, vede il ritorno di George Michael sul grande schermo in un viaggio nel cuore della sua straordinaria carriera, proprio nel momento in cui era all’apice del successo e della creatività. Il film-concerto nasce da alcune pellicole in 35mm recentemente ritrovate, arricchite da immagini inedite e registrazioni audio mai ascoltate prima, realizzate durante lo storico concerto del 1988 al Palais Omnisports de Paris-Bercy, una delle tappe del leggendario e da record Faith Tour.
Restaurato e rimasterizzato con cura, il materiale restituisce tutta l’energia di George Michael e trasforma una delle pagine più iconiche della storia della musica in una vera esperienza cinematografica. Ad aprire il film sarà inoltre un cortometraggio originale diretto da Mary McCartney, costruito attraverso immagini e audio ritrovati risalenti al periodo 1986-1988, gli anni dell’era Faith. Una preziosa e intima capsula del tempo che permette di entrare nella dimensione più personale dell’artista e di osservare George Michael in uno dei momenti più importanti della sua vita e della sua carriera.
- Per chi vuol restare a casa
THE GREATEST – Amazon Prime Video
Sulla carriera di Muhammad Ali esistono centinaia di reperti, video e interviste raccolte in decenni di onorato servizio sul ring, ma The Greatest promette di portarci a profondità mai esplorate prima. La serie tv dedicata all’iconico campione di pugilato è infatti la prima autorizzata e realizzata col supporto diretto della famiglia, oltre che con la ricerca accuratissima del creatore Ben Watkins e con il supporto di Michael B. Jordan (l’interprete di Creed) in veste di produttore esecutivo. Con i suoi otto episodi, in streaming su Amazon Prime Video.
La serie copre quattro anni della vita di Ali, pochi ma densissimi, dalla sua medaglia d’oro ai Giochi olimpici di Roma nel 1960 al titolo dei pesi massimi del 1964, dove sconfisse a sorpresa l’avversario Sonny Liston a soli 22 anni. Nel mezzo, una vita privata sempre illuminata dai riflettori, ma anche un percorso personale di grande intensità. Proprio agli inizi degli anni ’60, l’allora Cassius Marcellus Clay Jr. Si convertì infatti all’Islam, rifiutando il proprio nome dai legami con un passato schiavista e introducendo al mondo Muhammad Ali.
Per Jaalen Best il primo ruolo dal protagonista è di quelli che non si dimenticano. Nei panni di Ali l’attore ha infatti sostenuto almeno un anno di preparazione, altre a diverse fluttuazioni di fisico per adattarsi ai diversi anni raccontati nella serie. Con lui ci sono Omari Hardwick nel ruolo del padre, Dana Gourrier per la madre, Amin Joseph per l’avversario Sonny Liston, Giovanni Ribisi a interpretare il coach Angelo Dundee, Michael Ealy come Malcom X, Erica Tazel, Reno Wilson e Aleks Paunovic.

