– Suonavano punk e indie rock nei sotterranei di Teheran, sfidando la censura degli ayatollah. Sognavano l’America, la libertà, i palchi dove non fosse necessario nascondersi. Ma nel 2013, a Brooklyn, un massacro spezzò la loro storia. Con “Dans la gueule de l’ogre”, la regista iraniana Mahsa Karampour ricostruisce la vicenda del fratello Siavash e della band
– L’orco può essere il regime iraniano, che divora la libertà dei giovani. Può essere l’America, con le sue promesse e le sue contraddizioni. Può essere la violenza che irrompe nella vita senza una ragione comprensibile. Oppure il trauma stesso, che continua a inghiottire il presente di chi è sopravvissuto. La filmaker non sembra interessata a scegliere una sola interpretazione
A Teheran il rock si suonava sottovoce. Non perché mancassero gli amplificatori, ma perché qualcuno avrebbe potuto sentirli. Bastava una chitarra elettrica, una batteria troppo rumorosa, una ragazza che cantava davanti a un pubblico misto, e una festa poteva trasformarsi in un interrogatorio. Il rock, nella Repubblica islamica, non era soltanto una questione musicale. Era un problema di ordine pubblico, di morale, di controllo sui corpi e sulle idee.
Gli Yellow Dogs erano nati in questo mondo alla rovescia, dove per fare quello che a Londra o New York poteva sembrare il più innocuo dei passatempi adolescenziali bisognava organizzare una piccola cospirazione. Cercare uno scantinato, isolare le pareti, avvisare gli amici fidati, tenere d’occhio la porta. E poi suonare. Forte, almeno finché era possibile. Non volevano necessariamente rovesciare il regime. Volevano fare musica. Ma in un Paese dove il potere decide anche quali suoni siano leciti, il semplice desiderio di suonare diventa un atto politico.
La loro storia, insieme esaltante e terribile, è al centro di Dans la gueule de l’ogre, il documentario con cui l’iraniana Mahsa Karampour debutta alla regia. Attraverso immagini girate personalmente nel corso degli anni, la cineasta ricostruisce la vicenda del fratello Siavash, musicista della scena underground di Teheran e membro degli Yellow Dogs, seguendo il percorso della band dall’Iran agli Stati Uniti.
È una storia che comincia come un film di formazione punk, prosegue come un’avventura di fuga e finisce per trasformarsi in una tragedia americana. Con una domanda difficile da evitare: che cosa succede quando si fugge da un Paese in cui la libertà è proibita e si arriva in uno in cui la libertà è promessa a tutti, ma non garantita a nessuno?
Teheran, la città dove il rock viveva sottoterra

Per capire gli Yellow Dogs bisogna immaginare la Teheran degli anni Duemila, una metropoli attraversata da contraddizioni feroci. In superficie, la Repubblica islamica con le sue regole, la polizia morale, la censura, i divieti. Sotto, una generazione che ascolta Radiohead, Nirvana, Sonic Youth, i Libertines, i Clash, i gruppi post-punk britannici e tutto quello che riesce a circolare attraverso internet, dischi copiati e reti informali.
La musica occidentale non è assente dalla vita dei giovani iraniani. È presente ovunque, ma spesso costretta alla clandestinità. Il regime controlla le esibizioni pubbliche, impone autorizzazioni, limita severamente le possibilità di espressione, soprattutto quando la musica mette in discussione le convenzioni morali e politiche.
È in questo ambiente che gli Yellow Dogs sviluppano il proprio linguaggio. Indie rock nervoso, contaminato dal post-punk e dal dance-punk, con chitarre taglienti, bassi elastici e ritmi pensati per far muovere il pubblico. Non cercano di costruire un esotismo iraniano destinato al mercato occidentale. Vogliono essere parte della scena rock internazionale. Ed è proprio questo il gesto più sovversivo.
Il mondo si aspetta spesso dagli artisti mediorientali una musica che confermi l’immagine tradizionale dei loro Paesi. Strumenti etnici, melodie orientali, qualche contaminazione elettronica per rendere il tutto più moderno. Gli Yellow Dogs rifiutano quella gabbia culturale. Suonano rock perché amano il rock. Non devono dimostrare la propria provenienza geografica a ogni nota.
Nel 2009 compaiono nel film No One Knows About Persian Cats di Bahman Ghobadi, presentato al Festival di Cannes. Il film, a metà fra finzione e documentario, racconta la scena musicale clandestina di Teheran attraverso giovani artisti che cercano spazi per suonare e sognano di lasciare il Paese. Gli Yellow Dogs diventano uno dei simboli di quella generazione. La loro energia, la loro irriverenza, il contrasto fra la musica e il contesto repressivo attirano l’attenzione internazionale.
Ma la notorietà non coincide con la sicurezza. Anzi, può renderli ancora più visibili agli occhi delle autorità. Nel 2010 la band lascia l’Iran e raggiunge gli Stati Uniti, stabilendosi a Brooklyn. La promessa è quella di una nuova vita: concerti senza permessi ministeriali, locali aperti, pubblico, possibilità di registrare e pubblicare musica. Finalmente, nessuno dovrebbe più bussare alla porta per ordinare di spegnere gli amplificatori.
Brooklyn, il sogno americano ha il grilletto facile

New York è la città dove il rock non deve chiedere scusa a nessuno. Almeno così sembra. Qui sono nati i Velvet Underground, i Ramones, i Talking Heads. Qui Patti Smith ha trasformato la poesia in un concerto elettrico, i Sonic Youth hanno fatto del rumore una forma d’arte e gli Strokes hanno riportato le chitarre nei locali di Manhattan. Per gli Yellow Dogs, Brooklyn è molto più di un indirizzo. È la possibilità di appartenere finalmente a quella storia.
La band si inserisce nella scena indipendente newyorkese, suona nei club, pubblica l’EP In the Kennel nel 2011 e Upper Class Complexity nel 2012. La loro musica è un concentrato di post-punk, funk nervoso e indie rock danzereccio. Bassi pulsanti, chitarre spigolose, ritmi sincopati. Un suono che guarda ai Gang of Four, ai Rapture, ai Bloc Party, ma possiede una propria urgenza.
Ma la libertà americana ha un prezzo. Ci sono gli affitti, i lavori precari, le difficoltà dei documenti, le differenze culturali. Essere musicisti indipendenti a New York significa spesso vivere in condizioni economiche fragili, dividere appartamenti e sale prove, inseguire concerti e occasioni. L’esilio non finisce quando si attraversa una frontiera. Cambia semplicemente forma.

Poi arriva l’11 novembre 2013. Nella casa di East Williamsburg, a Brooklyn, un uomo armato uccide Soroush Farazmand, chitarrista degli Yellow Dogs, suo fratello Arash, batterista, e il musicista e amico Ali Eskandarian, che vive con loro. L’assassino è Ali Akbar Mohammadi Rafie, conosciuto come Rafi, un ex collaboratore dell’ambiente musicale iraniano newyorkese, che dopo il massacro si toglie la vita. I primi resoconti lo indicano erroneamente come un ex componente degli Yellow Dogs. La band chiarirà che non ne aveva mai fatto parte: aveva suonato con i Free Keys, un altro gruppo iraniano, e i rapporti con lui si erano interrotti l’anno precedente. Siavash Karampour e il bassista Kourosh Mirzaei sopravvivono perché non si trovano sul luogo della sparatoria.
La storia degli Yellow Dogs finisce così, nel modo più assurdo e crudele. Erano fuggiti da un Paese dove la musica poteva attirare la repressione dello Stato e avevano trovato la morte nella città che rappresentava la loro liberazione.
Non è una semplice parabola sull’America violenta, e sarebbe scorretto attribuire alla società americana la responsabilità indistinta di un delitto commesso da una persona. Ma il contrasto fra le aspettative dei ragazzi e la tragedia che li travolge possiede una forza simbolica impossibile da ignorare. Il loro rifugio, la casa che avevano costruito come comunità artistica, diventa il luogo della distruzione.
Una sorella, una telecamera e un fratello anti-eroe

Dans la gueule de l’ogre, presentato alla Festa del cinema di Roma non è soltanto una ricostruzione della storia degli Yellow Dogs. È soprattutto un tentativo di ricucire il rapporto fra due fratelli che l’esilio ha allontanato. Mahsa vive in Francia, dove ha ottenuto la cittadinanza. Siavash vive negli Stati Uniti, ancora in attesa di diventare cittadino americano. Entrambi hanno lasciato l’Iran, ma hanno costruito esistenze profondamente differenti.
La regista torna a incontrarlo, lo segue con la macchina da presa, cerca di comprendere la sua vita e le sue trasformazioni. Utilizza filmati familiari girati in Iran, immagini delle prove clandestine degli Yellow Dogs, materiali raccolti negli anni e nuove riprese realizzate negli Stati Uniti.
Siavash, però, non è un personaggio facile da raccontare. Sfugge alle domande, si nasconde dietro l’ironia, indossa maschere, inventa personaggi. Dopo gli Yellow Dogs ha continuato a fare musica con un nuovo progetto, Yaasss, conservando uno spirito punk che sembra essere diventato anche una strategia di sopravvivenza.
Il film assume così la forma di un viaggio attraverso l’America, ma anche attraverso una memoria familiare difficile da condividere. Le strade, gli incontri, le conversazioni e i silenzi diventano parte di una ricerca che non offre risposte facili.
C’è una scena che sembra condensare il senso del documentario. In automobile, Siavash canta a squarciagola Demolición dei Los Saicos, il gruppo peruviano degli anni Sessanta spesso considerato uno dei precursori del punk. Una canzone che invoca la distruzione, gridata con un’energia infantile e furiosa. È un’immagine quasi perfetta. Il punk come desiderio di demolire tutto, ma anche come ostinazione a restare vivi.
Mahsa non cerca di trasformare il fratello in un martire della libertà artistica. È interessata all’uomo che è sopravvissuto, alle sue contraddizioni, alle sue fughe, alle maschere dietro cui continua a nascondersi. Il film diventa così anche una riflessione sullo sguardo occidentale rivolto agli artisti iraniani. Spesso ci si aspetta da loro un racconto di oppressione, persecuzione e resistenza. Come se la loro identità dovesse coincidere interamente con la condizione politica del Paese d’origine.
Ma Siavash è anche un musicista eccentrico, un ragazzo diventato adulto lontano da casa, un uomo che ama il punk, i travestimenti, le provocazioni, la libertà di essere incomprensibile. Non vuole necessariamente rappresentare l’Iran. Vuole rappresentare se stesso.
Il punk non ha bisogno del permesso di soggiorno

La storia degli Yellow Dogs appartiene a una genealogia del rock che raramente trova spazio nelle narrazioni ufficiali. Quando si racconta la storia del punk, si parte quasi sempre da New York e Londra. Dai Ramones ai Sex Pistols, dai Clash ai Dead Kennedys. Ma il punk è diventato presto una lingua internazionale, adottata da ragazzi che vivevano sotto dittature militari, regimi autoritari e società profondamente conservatrici.
Nell’Unione Sovietica, nella Germania orientale, nell’America Latina delle giunte militari, in Indonesia, in Iran, suonare una chitarra distorta poteva assumere significati molto diversi da quelli della ribellione giovanile occidentale. Per un adolescente londinese del 1977, il punk poteva significare rifiutare il conformismo della società britannica. Per un ragazzo di Teheran degli anni Duemila, significava anche conquistare uno spazio fisico in cui poter suonare senza autorizzazione.
Gli Yellow Dogs appartenevano a questa seconda tradizione. Ma non erano interessati a diventare un caso politico prima ancora che musicale. La loro forza stava proprio nel rifiuto di essere definiti esclusivamente dalla repressione che avevano subito. Non facevano musica per dimostrare quanto fosse terribile vivere in Iran. Facevano musica perché amavano farla. La repressione era l’ostacolo, non la ragione della loro esistenza artistica. È una distinzione fondamentale, che il documentario di Karampour sembra voler recuperare attraverso il ritratto del fratello.

Il titolo Dans la gueule de l’ogre, letteralmente “Nella bocca dell’orco”, suggerisce un’immagine inquietante. L’orco può essere il regime iraniano, che divora la libertà dei giovani. Può essere l’America, con le sue promesse e le sue contraddizioni. Può essere la violenza che irrompe nella vita senza una ragione comprensibile. Oppure il trauma stesso, che continua a inghiottire il presente di chi è sopravvissuto. La regista non sembra interessata a scegliere una sola interpretazione. Il suo film attraversa queste possibilità senza ridurre la vita di Siavash a una parabola morale.
Ed è forse questo il suo merito maggiore: ricordare che sopravvivere a una tragedia non significa necessariamente comprenderla, superarla o trasformarla in una lezione. A volte significa soltanto continuare a vivere. Gli Yellow Dogs avevano immaginato il rock come una via di fuga. Non soltanto dall’Iran, ma dalle identità imposte, dalle aspettative familiari, dalle gerarchie culturali. Volevano suonare, viaggiare, incontrare altri musicisti, costruire una propria comunità. Per qualche anno ci sono riusciti. La loro storia è stata spezzata, ma non può essere ridotta al massacro che l’ha conclusa. Restano le canzoni, i concerti, i video delle prove, le fotografie, i ricordi. Restano soprattutto i musicisti che sono sopravvissuti e che hanno continuato a cercare una forma di espressione.
Nel documentario di Mahsa Karampour, la macchina da presa torna nei luoghi della memoria, ma non per costruire un mausoleo. Cerca qualcosa che sia ancora vivo. È questo che distingue una storia sul rock da una storia semplicemente accompagnata dal rock. La musica non serve a rendere più drammatica la tragedia. Serve a ricordare che, prima della tragedia, c’erano ragazzi che ridevano, litigavano, si innamoravano, provavano canzoni, sognavano concerti. Ragazzi che volevano soltanto fare rumore. E in una città come Teheran, dove persino il rumore poteva diventare una colpa, era già una forma di libertà. A Brooklyn avevano finalmente trovato un posto dove suonare senza nascondersi. Non avrebbero mai immaginato che il pericolo sarebbe arrivato proprio da lì, dalla porta di casa.
