Storia

CRISSO, quando il rap ritrova le radici africane

– Da Caserta ad Accra sulle tracce dei griot: quattro anni di ricerca, dodici canzoni e un itinerario musicale e umano attraverso l’Africa occidentale.  In “Pieni di voi, vuoti di me”, il rapper casertano Cristian Biasin intreccia hip hop, kora, elettronica e tradizioni mandinga. Un disco che parla di guerre, disuguaglianze, appartenenza e privilegi occidentali, ma soprattutto del difficile esercizio di guardare il mondo con gli occhi degli altri

Il viaggio comincia a Caserta, davanti a uno strumento che sembra arrivare da un altro tempo e da un altro mondo. Ha ventuno corde, una grande cassa di risonanza ricavata da una zucca e un suono che ricorda quello di un’arpa, ma possiede il respiro ipnotico del blues e la circolarità del jazz. Si chiama kora, è uno degli strumenti simbolo dell’Africa occidentale e, quando Crisso la scopre, circa quattro anni fa, non immagina ancora che finirà per cambiare la direzione della sua musica. E, in qualche misura, anche della sua vita.

Crisso, all’anagrafe Cristian Biasin, rapper, cantautore e compositore casertano, comincia a seguire quel suono, a studiarne le origini, a cercare chi lo custodisce e lo tramanda. Da quella curiosità nasce un percorso che lo porterà da Caserta fino ad Accra, capitale del Ghana, attraversando musicalmente le tradizioni del Mali, del Gambia, del Senegal e del Burkina Faso. Un itinerario fatto di ascolti, incontri, collaborazioni e viaggi, alla ricerca di una risposta a una domanda apparentemente bizzarra: che cosa hanno in comune un rapper del ventunesimo secolo e un griot africano, custode di una tradizione orale che attraversa i secoli?

Più di quanto si possa immaginare. Entrambi raccontano storie, conservano memorie, danno voce alle proprie comunità. Entrambi usano parole e ritmo per interpretare il presente. Il griot tramanda genealogie, imprese e vicende collettive; il rapper racconta periferie, conflitti, aspirazioni e contraddizioni contemporanee. Cambiano i luoghi, gli strumenti, le epoche. Non necessariamente la funzione sociale della musica.

È attorno a questa intuizione che Crisso costruisce Pieni di voi, vuoti di me, dodici tracce frutto di quattro anni di lavoro, in uscita venerdì 23 ottobre. Non un’operazione di world music confezionata per aggiungere qualche suggestione esotica a una base hip hop, ma il tentativo di far dialogare linguaggi e culture che, pur lontanissimi, sembrano condividere una medesima urgenza narrativa.

Per riuscirci, Crisso va alla ricerca di musicisti capaci di dare sostanza a quell’intuizione. Non gli bastano campionamenti o suoni recuperati da qualche archivio digitale. Vuole persone, storie, strumenti suonati, voci che portino con sé una memoria. Incontra così musicalmente Jabel Kanuteh, gambiano cresciuto in una famiglia di griot, che della kora ha fatto una lingua madre. Con lui realizza Cuore Griot, primo singolo pubblicato lo scorso luglio, e Uruk-hai. Dal Burkina Faso arriva Adama Koeta, nato a Bobo-Dioulasso e cresciuto tra balafon, percussioni, n’goni e repertorio mandingo, protagonista di Djalainsieme ad Arnaud Fillion.

Il percorso si allarga con Founé Sow, cantante dalle radici senegalesi e maliane che interviene nella title track, e con Miriam Lieberman, musicista australiana che ha studiato la kora tra Guinea e Mali, perfezionandosi anche con Toumani Diabaté, uno dei più grandi maestri dello strumento, scomparso nel 2024. La sua voce accompagna Much as I Try. C’è poi il senegalese Badara Seck, coinvolto in La danza della pioggia, e una costellazione di altri collaboratori, tra cui Afro D-King, Tania She, Steve Alkebulan, Ameh Fashi e Littel Inossah.

Il risultato è un disco che attraversa confini musicali con una certa disinvoltura. La kora dialoga con i beat dell’hip hop, le percussioni africane incontrano l’elettronica, le chitarre introducono improvvise accelerazioni rock, mentre archi, sax e perfino un flauto irlandese contribuiscono a costruire un paesaggio sonoro mobile, nel quale la canzone d’autore convive con il rap e le suggestioni della tradizione mandinga.

Ma sarebbe sbagliato immaginare un album tutto contemplazione, paesaggi africani e buoni sentimenti. Crisso non ha rinunciato alla propria identità di rapper, né alla voglia di mettere il dito nelle piaghe del presente. Lo chiarisce subito Aire, che apre il disco con la voce di Tania She e una raffica di versi nei quali entrano la guerra, la politica, i civili uccisi e Gaza. Nessun ingresso morbido, nessuna cartolina sonora dall’Africa. Il rap conserva la sua natura polemica e la sua aggressività, mentre gli elementi musicali provenienti da altre tradizioni non servono ad addolcirne il contenuto. Anzi, ne ampliano il campo espressivo.

Subito dopo, We Can cambia passo. Il groove diventa più luminoso, Afro D-King affida al ritornello quattro possibili missioni della musica — far cantare, far ballare, cambiare il mondo e indurre a pensare — mentre Crisso risponde con una scrittura più ironica, attraversata da riferimenti alla contemporaneità. Come a ricordare che l’impegno non deve necessariamente avere il volto severo della predica.

È però Cuore Griot il brano che meglio riassume l’idea originaria dell’album. La kora di Jabel Kanuteh incontra il rap di Crisso, e il tema diventa quello delle radici, dell’identità, della memoria. «Non dimentichiamo da dove veniamo», canta il rapper. Una dichiarazione che vale per il musicista africano, erede di una tradizione secolare, ma anche per l’artista campano, consapevole della propria storia.

In Djala, con Adama Koeta e Arnaud Fillion, la prospettiva si restringe alla dimensione privata. È una canzone sulla fratellanza, sulle amicizie che resistono al tempo, sulle famiglie che si sgretolano e sulle difficoltà economiche ed emotive che mettono alla prova i rapporti umani. Due persone possono ancora «formare un esercito pronto ad uscire dal fango», anche quando non condividono tutto. L’incontro fra culture diventa qui qualcosa di più elementare e universale: il bisogno dell’altro.

Uruk-hai, nuovamente con Kanuteh, riporta invece il disco su un terreno decisamente street. Crisso si diverte a mescolare Kirikù e Kunta Kinte, Mac Miller e Guru, Compton e Jannik Sinner, Harry Potter e Duolingo. Un cortocircuito di riferimenti pop e hip hopche ricorda come, sotto la fascinazione per la musica africana, continui a battere il cuore di un rapper. Non manca una rivendicazione autobiografica, quel percorso «da Caserta a Banjul» che distingue l’esperienza vissuta dalla semplice appropriazione di un’estetica diventata di moda.

Il centro emotivo del lavoro arriva con la title track, Pieni di voi, vuoti di me, impreziosita dalla voce di Founé Sow. È qui che il viaggio smette di essere soprattutto una ricerca musicale e diventa un confronto con le proprie contraddizioni. A migliaia di chilometri da casa, Crisso osserva persone che dispongono di molto meno di lui e comincia a interrogarsi sul significato della ricchezza, sulla quantità di cose superflue che riempiono la vita occidentale e su quel senso di insoddisfazione che sembra crescere insieme al benessere. Il titolo nasce da questo cortocircuito: essere materialmente pieni e sentirsi interiormente vuoti. Una riflessione che rischierebbe di scivolare nella retorica della povertà felice, se non fosse accompagnata dalla consapevolezza delle disuguaglianze reali e delle responsabilità di chi osserva.

In La danza della pioggia, insieme a Badara Seck, il punto di partenza è qualcosa che in Europa viene considerato quasi scontato: avere un tetto sopra la testa, un piatto caldo, perfino la possibilità di esprimersi davanti a un microfono. Da lì il discorso si allarga a un Occidente che accumula ricchezze, finanzia armamenti, invoca la pace e spesso scopre le tragedie soltanto quando diventano notizie. È la contraddizione di società capaci di indignarsi per un giorno e dimenticare il giorno successivo.

Dopo tanta attenzione al mondo esterno, Live Your Life riporta lo sguardo dentro l’autore. «Quante calorie bruciate ad inseguire il nulla», scrive Crisso, facendo i conti con l’ansia, le ambizioni e gli obiettivi che, una volta raggiunti, non restituiscono necessariamente la felicità promessa. La partecipazione di Steve Alkebulan e la produzione di Nexo accompagnano una canzone che invita a vivere il presente prima che sia troppo tardi. Non un messaggio particolarmente nuovo, ma coerente con il percorso di progressivo alleggerimento interiore raccontato nell’album.

Anche Much as I Try, con Miriam Lieberman, si muove su un terreno personale. Il mare diventa la grande metafora di un rapporto sentimentale che resiste alla distanza e alla possibilità della separazione. Onde, correnti, ancore e rotte disegnano una geografia emotiva nella quale la voce inglese della musicista australiana incontra la scrittura di Crisso. In un album che attraversa continenti, una delle distanze più difficili da colmare resta quella fra due persone.

Più visionaria è Petricore, che prende il nome dall’odore sprigionato dalla terra dopo la pioggia. Tra paesaggi devastati, alberi, guerre di religione, bracconaggio e povertà, la canzone cerca un’immagine di rinascita. La voce di Ameh Fashi annuncia la possibilità di un nuovo giorno, mentre la danza diventa un gesto di resistenza. Non cancella il dolore, ma impedisce che abbia l’ultima parola.

La geografia musicale, però, è soltanto una parte del racconto. L’altra, forse quella più importante, riguarda il viaggio reale, l’incontro con un continente che Crisso cerca di conoscere senza accontentarsi delle immagini consumate dal turismo o dei luoghi comuni sull’Africa.

È soprattutto il Ghana a imprimere una svolta alla narrazione. Welcome to Ghana introduce l’ultimo tratto del disco, quasi una soglia sonora prima dell’approdo ad Accra. Qui la prospettiva si rovescia. Questa volta lo straniero è lui. Lo chiamano obroni, termine utilizzato in Ghana per indicare il forestiero, spesso identificato con l’uomo bianco.

Da questa esperienza nasce Obroni, registrata con Littel Inossah & Family, una sorta di diario di viaggio in musica che chiude l’album. Ci sono l’aereo partito da Fiumicino, le strade della capitale ghanese, i predicatori, le donne kayayei che trasportano pesanti carichi nei mercati, i bambini impiegati nelle piantagioni, gli incontri con la polizia e le richieste di denaro. Ci sono la curiosità, il disorientamento e la sensazione di trovarsi improvvisamente dall’altra parte dello sguardo. E c’è soprattutto una domanda che riguarda il viaggiatore occidentale: quanto di ciò che vede riesce davvero a comprendere? E quanto, invece, trasforma in un’immagine da portare a casa?

Nel finale della canzone compare una provocazione feroce: il turista che fotografa un bambino africano pensando ai like che quell’immagine potrà raccogliere sui social. Una fotografia che racconta molto meno del bambino ritratto e molto di più di chi tiene in mano lo smartphone. È uno dei passaggi nei quali il progetto prova ad allontanarsi dalla retorica dell’incontro fra culture, quella che spesso riduce l’Africa a un grande serbatoio di autenticità da contrapporre alla decadenza occidentale.

Crisso non rinuncia alla denuncia sociale, ma cerca di coinvolgere anche se stesso nelle contraddizioni che racconta. Il rischio di idealizzare l’Africa, del resto, è sempre dietro l’angolo. Come quello di confondere il viaggio con una rivelazione morale a uso e consumo di chi parte. Il terreno più interessante del disco è proprio il tentativo di sottrarsi a questa scorciatoia, mettendo in discussione non soltanto ciò che si osserva, ma anche la posizione privilegiata dell’osservatore.

«Questo è il mio progetto più grande, quello a cui ho dato davvero tutto», racconta Crisso. «Ci ho lavorato per quattro anni, cercando musicisti che potessero dare un contributo reale a quello che avevo in mente e lasciando che il disco cambiasse anche me lungo il percorso». L’obiettivo, spiega, non era semplicemente arricchire il rap con sonorità africane: «Volevo mettere in relazione il mio modo di scrivere con la kora, con i griot e con culture che mi affascinano da sempre, senza limitarmi a prenderne il suono in prestito».

Una distinzione importante, soprattutto in un’epoca nella quale le contaminazioni musicali si consumano alla velocità degli algoritmi e bastano pochi secondi di una melodia etnica per confezionare un prodotto da esportazione. Qui il processo è stato più lento, costruito attraverso quattro anni di ricerca e il coinvolgimento di musicisti che non si limitano a fornire una decorazione sonora, ma portano nel progetto la propria identità.

«Pieni di voi, vuoti di me raccoglie tutto questo, ma anche quello che quei viaggi, quegli incontri e quelle persone mi hanno lasciato», aggiunge Crisso. «Se riuscirà ad arrivare a chi saprà ascoltarlo senza fermarsi alla superficie, sentirò di aver restituito almeno una parte di quello che io stesso ho ricevuto».

Una Kora

Resta la suggestione da cui tutto è cominciato: un ragazzo di Caserta che scopre uno strumento dell’Africa occidentale e finisce per interrogarsi sulle radici del proprio linguaggio musicale. In fondo, anche la storia dell’hip hop conduce inevitabilmente verso l’Africa, attraverso la diaspora, le tradizioni orali, la cultura afroamericana e quella capacità di trasformare il ritmo in racconto collettivo.

Naturalmente un griot non è un rapper ante litteram, così come un rapper non diventa un griot soltanto perché racconta storie sopra una base ritmica. Le differenze storiche, culturali e sociali restano profonde. Ma proprio nella distanza fra queste due figure si apre uno spazio interessante di confronto.

Da Caserta ad Accra, dunque, non soltanto per cercare nuove sonorità. Anche per capire che cosa succede quando una musica incontra la propria lontana parente, quando chi è abituato a raccontare diventa a sua volta oggetto di osservazione e quando il viaggio smette di essere una collezione di luoghi da visitare.

Cristian Biasin è partito seguendo il suono di ventuno corde. Crisso è tornato con dodici canzoni e una domanda che attraversa tutto il disco: siamo davvero ricchi di ciò che possediamo, oppure soltanto troppo pieni di noi stessi per accorgerci di quello che ci manca?

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