– Dalla Global Sumud Flotilla ai concerti, cresce la mobilitazione per la Palestina. A Catania a Roma, Firenze e Londra, vedere unirsi artisti, provenienti da background diversi, dimostra che non si tratta solo di una questione politica, ma umana
– Da una cappa di paura, disinformazione, repressione, si alza finalmente una voce diversa. Il fotoracconto del concerto etneo di sabato sera. Brian Eno e Nabil Salameh, voce dei Radiodervish, sottolineano l’importanza di ristabilire la verità storica
C’è chi sale a bordo su una barca a vela con un carico di viveri e beni di prima necessità formando la Global Sumud Flotilla, una sorta di Armata Brancaleone marina per portare speranza e cibo, e non armi, nella martoriata terra di Palestina, rischiando l’arresto e il sequestro dell’imbarcazione, se non addirittura qualche drone “fuori rotta”.
C’è qualche Paese che comincia a prendere provvedimenti nei confronti della politica espansiva e sanguinaria del governo israeliano: da quello più rilevante – l’interruzione delle relazioni economiche e dei rifornimenti militari – al meno clamoroso, ma sintomo di una reazione alla crudeltà, di non partecipare alla prossima edizione dell’Eurovision Song Contest se Israele non sarà esclusa alla stregua della Russia, come hanno comunicato Irlanda, Slovenia, Islanda e Spagna.

C’è chi trasforma il proprio strumento, la propria voce, in un amplificatore per far sì che l’urlo del popolo palestinese raggiunga le orecchie anche dei disattenti e degli indifferenti. È accaduto sabato sera a Catania con la maratona musicale Radio Gaza che ha coinvolto una trentina di artisti e centinaia di spettatori, si ripeterà stasera – domenica 14 settembre – a Roma con Nessun Dorma, che vede la partecipazione, tra gli altri, di Brunori Sas Ariete, Margherita Vicario, Calibro 35, Emma Nolde, Giovanni Truppi, Eugenio in via di Gioia, Fulminacci. E, ancora, mercoledì 17 settembre alla Wembley Arena di Londra con Together For Palestine, che schiera Brian Eno, Damon Albarn, Bastille,Portishead, Cat Burns, James Blake, Jamie xx e tanti altri. Mentre giovedì 18 settembre a Firenze si terrà S.O.S. Palestina!, al quale prenderanno parte numerosi artisti, tra cuiAfterhours, Bandabardò, Emma Nolde, Fast Animals and Slow Kids, Ginevra Di Marco, Tre Allegri Ragazzi Morti e altri.
Sono mobilitazioni spontanee, che nascono dall’impotenza, dall’impossibilità di poter fare qualcosa di più per quei bambini, quelle donne, quegli anziani che ogni giorno cadono, vittime innocenti, sotto le bombe israeliane. Nel momento in cui per due milioni di abitanti di Gaza si avvicina la drammatica scelta – morire o andare via -, sono espressioni dell’urgenza di far sentire il proprio dissenso, il proprio orrore, di mostrare che nel mondo esiste, anche se sempre più ridotta, un po’ di umanità. Restate umani è il grido che si alza da questi concerti, riscoprite l’altro, che avete dimenticato, stando appiccicati agli schermi di computer e smartphone. Non si vive di “like”, ma di abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle.
È una impresa difficile. Forse una “mission impossible”. Perché il nemico non sono soltanto le bombe, le armi, l’esercito israeliano. Bisogna perforare l’indifferenza, bisogna abbattere le barriere di fake news create dai social; bisogna superare le paure che un capitalismo e mass media influenzati dal capitale ebreo generano con lo spauracchio dell’accusa di antisemitismo; bisogna interpretare una informazione orientata e falsa, che evita accuratamente di citare la parola “genocidio”. Occorre, invece, ristabilire la verità storica e raccontare gli orrori d’Israele a Gaza nello stesso modo in cui sono stati raccontati gli orrori di Hamas del 7 ottobre di due anni fa.
Che questi ostacoli esistano e resistano è confermato dal debole sostegno economico arrivato dalla gente, in contrasto con la grande adesione di musicisti all’evento siciliano di Radio Gaza. Al contrario, in Inghilterra, il concerto Together For Palestine è andato esaurito in poche ore, ma ha impiegato 18 mesi per essere organizzato e questo perché molti artisti si sono mostrati restìi nell’aderire al progetto per le ripercussioni che questa scelta avrebbe potuto avere sulla loro carriera. «Quando abbiamo iniziato, era difficile far interessare qualcuno», ha spiegato Brian Eno al The Guardian. «Ma penso che tutti abbiano capito che quello che sta succedendo a Gaza è completamente osceno. Qualunque sentimento conflittuale che avrebbero potuto avere riguardo alla guerra è improvvisamente scomparso. È immorale e ripugnante. Penso che su questo punto, tutti possano almeno essere d’accordo».

Essere aperti a conoscere la realtà della situazione sembra cruciale per il cambiamento in atto. Eno ammette che la sua opinione su Gaza è cambiata dopo aver visitato la Cisgiordania sei anni fa. Lì ha visto in prima persona quella che definisce «l’umiliazione incessante… che è l’arma più spietata in un certo senso… un continuo umiliante, un continuo tentennare, fingere che ci sia un processo di pace quando non c’è la minima intenzione di raggiungere la pace a condizioni che i palestinesi possano accettare». Quando cercava di spiegare questo alla gente, dice Eno, era sempre costretto a ripercorrere l’intera storia del conflitto. Le persone o erano confuse dai resoconti contrastanti, o cercavano un modo facile per evitare di essere coinvolte.
Ecco, ristabilire la verità storica. Come ripete anche Nabil Salameh, voce dei Radiodervish, giornalista, profugo palestinese nato in Libano e residente in Puglia. «È un mondo che ha una memoria molto effimera, non per una questione antropologica, ma per una operazione che ha mirato ad annientare questa memoria a lungo termine», spiega. «Ci sono delle cose che non arrivano alla coscienza, perché la storia è scritta dal vincitore. Pensiamo agli Stati Uniti d’America e al Canada, che sono stati costruiti sullo sterminio di un popolo nativo trasformato in un genere cinematografico western. È sconvolgente. Perché noi viviamo in questa bolla che ci impedisce di avere un accesso agli accadimenti. I libri di storia dovrebbero conservare questa memoria, ma vengono scritti dai colonizzatori. In Australia, un’altra entità colonialista nata sull’annientamento degli aborigeni: si è addirittura votato contro il riconoscimento dell’uguaglianza. È una negazione che si perpetua nei gesti del potere. Il nostro è un grido perché si prenda atto che c’è qualcosa che non va nella trasmissione della narrazione della storia. È il caso del conflitto di Gaza che si rappresenta per quello che è successo il 7 ottobre, ma è una questione che è nata cent’anni prima del 7 ottobre: la pulizia etnica, le ingiustizie disumane consumate sulla pelle dei nativi. Una terra che è stata occupata per costruire una colonia, né più né meno».
Da questa cappa di paura, disinformazione, repressione, si alza finalmente una voce diversa. Catania, Roma, Londra, Firenze. Una voce può essere ignorata, ma quando si tratta di un coro è molto più difficile. Vedere unirsi artisti, provenienti da background completamente diversi, dimostra che non si tratta solo di una questione politica, ma umana.
Il fotoracconto di Radio Gaza






Signori si rompi na cosa ‘ndo cori / sti carni strazzati mi fannu duluri e l’orrori c’avemo/ U munnu si vota e no voli taliari … Signuri ‘nte manu non resta cchiù nenti / Signuri ‘nto cori speranza non sentu / Signuri ti chiamo ma tu n’arrispunni / Signuri mi senti? Signuri mi senti?
RadioSabir





