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La “nuova Sicilia” al Lithos Festival

– Si è chiusa l’edizione delle nozze d’argento della rassegna di Ferla. Fra gli ospiti “vip” Eugenio Bennato e Antonio Castrignanò, hanno brillato voci emergenti come quelle di Luca Di Martino, Simona Di Gregorio e Loredana Vasta. Portatori di sana allegria e ritmo gli ormai leggendari Archinuè e gli “Ntrizzi e cunti” di Claudio Romano e Rossella Di Brigida
– L’artista salentino: «La musica è la prima forma di linguaggio per esprimere emozioni e sentimenti e al contempo un mezzo per muovere le coscienze e denunciare alcune piaghe dell’umanità come il caporalato. Quella popolare è stata da sempre la voce attraverso cui gli ultimi della fila hanno affrontato e denunciato ogni forma di oppressione e frustrazione»

Dalla piazza di Melpignano allo sperone di Caulonia sino alla Scalinata di Ferla “balla la nuova Italia / In direzione ostinata e contraria. Balla il ritmo popolare di chi non ci vuole stare. E balla, balla la nuova Italia”, canta Eugenio Bennato l’ospite d’onore e evento d’apertura della edizione delle nozze d’argento del Lithos festival, la rassegna di musica popolare più longeva d’Italia dopo la Notte della Taranta. 

Una parte di quella nuova Italia è sfilata nella serata di sabato della rassegna curata da Carlo Muratori da venticinque anni. Ragazzi e meno giovani che, nel vuoto cosmico della scena musicale nazionale, cercano di portare avanti una ricerca originale, tentano di reagire ai dettami del mercato e delle mode, pur operando fra enormi difficoltà e privi di sostegno. 

È il caso di Claudio Romano e Rossella Di Brigida, compagni di vita da oltre vent’anni, e portatori di una sana e ancestrale allegria con i loro “Ntrizzi e cunti”, ovvero cesti e racconti, accompagnati dal ritmo del tamburello. Non più giovanissimi, sono tuttavia animati da una verve e da una energia che anche il miglior rapper invidierebbe. È spettato a loro l’onere e l’onore di aprire la serata: come il fiabesco pifferaio, i due magici «artisti da strada», come preferiscono essere definiti, armati di cestino, cavagne, campanelli, tamburello e chitarra, hanno attraversato le strade di Ferla per trasportare il pubblico sull’ormai celebre scalinata dei Cappuccini fra canti, cunti e filastrocche. 

Claudio Romano e Rossella Di Brigida

La media dell’età si abbassa notevolmente con la ventenne Claudia Anastasi, violinista e cantautrice che si muove tra il pop elettronico e la world music. Dal suo album di debutto, L’opinione del mare, ha presentato Rosse speranze, un brano sospeso nel tempo, interpretato con una voce soffice e sognante. Una scoperta di Carlo Muratori, come Loredana Vasta, timida ma incisiva interprete di un classico di Otello Profazio –  Amuri, amuri – per poi ridare vita a una di quelle voci raccolte da Antonino Uccello nelle campagne di Palazzolo Acreide e intonare una ninna nanna, probabilmente del Settecento. Chiusura con una rilettura originale, austera, rigorosa e tetra del classico Vitti ‘na crozza. «La stessa versione che presentai al primo Festival della canzone siciliana condotto da Pippo Baudo», ricorda Carlo Muratori, produttore dell’imminente album di Loredana Vasta, «musicoterapista che cura l’anima». E proviene dal team del direttore artistico di Lithos anche la calda voce di Carmen Marino, cantautrice, polistrumentista e soprano lirico, che, nel nuovo singolo, canta di Mille palme al vento, di Sicilia e di Italia, preferendo il pop e la lingua di Dante.

Loredana Vasta e Carlo Muratori

Donne ancora protagoniste di questa “nuova Sicilia” che sa di antico con Simona Di Gregorio ed il suo progetto U primu volu, con il quale – come spiega – va alla ricerca della lingua siciliana originaria. Il suo canto sembra attraversare il tempo per tornare a vivere in una nuova veste sonora.

Già voce nella colonna sonora della serie Il Gattopardo su Netflix, Simona Di Gregorio continua il suo viaggio musicale attraverso la tradizione siciliana con un linguaggio intimo e sperimentale. La melodia affonda le sue radici nei canti dei mietitori di Paceco, Trapani, un luogo in cui il lavoro e la terra si intrecciavano con il suono delle voci. Intonata alla maniera dei mietitori, il canto trasforma il semplice gesto del primo volo di un uccello in una metafora delicata della vita e dell’amore.

Simona Di Gregorio 

«U primu volu è l’orecchio teso di Simona bambina che, nello scenario di sbrilluccichii sulle acque del golfo di Acitrezza, studia le composizioni della moltitudine di uccelli che vivono la campagna circostante, carica di alberi di ulivi e di limoni», racconta. «La dedico a mio figlio Matteo e al canto che è dentro di lui, in attesa di spiccare il volo».

Il madonita Luca Di Martino è arrivato da Agrigento per presentare – voce e chitarra – il suo nuovo album “U pisu di nenti”, lavoro sorprendente che è stato apprezzato da pubblico e critica. Canzoni intime, minimali, cantate in dialetto con stile cantautorale. Storia personali, ricordi di una Sicilia in bianco e nero che va scomparendo. Una esibizione intensa, di forte impatto, sigillata dal duetto con Carlo Muratori sulle note di Testa o cruci e dalla stupenda Spaisati, aperta dal dialogo fra due anziani: “Pronto, oh Nicolino comu iamu. Chi fa mi chiamasti ,,,, a ca semu o paisi semu io, Peppe, Totò. Ti pari cu c’e cchiu …i picciotti tutti sinni erono. I chistiani si cuntanu si cuntano inta i ita di manu, Mah chisti semu”. Una ballata triste e sospesa sul lento e continuo spopolamento dei piccoli paesi del sud Italia. Leggero e profondo allo stesso tempo.

Luca Di Martino

In questo contesto, chiuso a notte tarda dai sempre perfetti e ormai leggendari Archinuè con i loro coinvolgenti ritmi, sono risultati poco intonate le presenze del trio di Sandra Matanza con una selezione ruffiana di classici di Rosa Balistreri, Franco Battiato e Domenico Modugno, nonché del lezioso Pietro Romano, la cui fredda proposta di canzone classica napoletana va bene al termine di una cena fra amici.

Dalla piazza di Melpignano, dove è stato fra i protagonisti della scorsa edizione, allo sperone di Caulonia è passato Antonio Castrignanò e domenica sera ha debuttato sulla Scalinata dei Cappuccini di Ferla con Scusati Amici Cari, il concerto con i suoi Tarantasounds. L’artista calimerese costruisce un rito collettivo fatto di pizzica, memoria, poesia e visione. In un incontro tra anime affini, voci che si riconoscono, strumenti che si intrecciano in un unico grande respiro. 

Autore dell’inno della squadra del Lecce, Antonio Castrignanò per il suo ultimo album Babilonia è stato premiato come il secondo miglior album di World Music Mondiale per l’anno 2022 nella prestigiosa World Music Charts Europe: «La musica è la prima forma di linguaggio per esprimere emozioni e sentimenti e al contempo un mezzo per muovere le coscienze e denunciare alcune piaghe dell’umanità come il caporalato. Quella popolare è stata da sempre la voce attraverso cui gli ultimi della fila hanno affrontato e denunciato ogni forma di oppressione e frustrazione».

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