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Bufera su Ed Sheeran, lasciato solo sul palco

Via tutti gli ospiti dopo l’esclusione del rapper Macklemore per le frasi a sostegno della Palestina. Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e i Beoga lasciano la tournée. Sheeran: «La decisione è stata dei promoter e degli stadi». Al centro della vicenda le pressioni del miliardario Robert Kraft e il confine sempre più sottile tra musica, politica e affari

C’è un curioso paradosso nella vicenda che sta travolgendo il Loop Tour di Ed Sheeran: il cantante britannico voleva costruire concerti come luoghi «di sicurezza e santuario», lontani dalla politica, e nel giro di ventiquattr’ore si è ritrovato al centro di una delle più politiche controversie che abbiano investito una tournée pop americana. Dopo l’esclusione di Macklemore, quattro degli artisti che avrebbero dovuto accompagnarlo hanno infatti abbandonato il tour. Sono Finneas, Aaron Rowe, Lukas Graham e i Beoga, la band irlandese che da anni accompagna Sheeran sul palco. Una defezione collettiva arrivata poche ore dopo la spiegazione pubblica con cui Sheeran aveva cercato di prendere le distanze dalla decisione.

Il caso è nato dopo le due esibizioni di Macklemore al MetLife Stadium del New Jersey, il 4 settembre. Il rapper di Seattle, da tempo schierato a favore dei palestinesi, aveva dedicato parte del suo intervento alle vittime di Gaza e della Cisgiordania occupata, pronunciando anche lo slogan “Free Palestine”. Le sue parole avevano provocato reazioni da parte dell’Israeli-American Council e di alcuni proprietari degli stadi coinvolti nella tournée. 

Macklemore avrebbe dovuto partecipare a otto dei dieci concerti statunitensi ancora in programma. Ora non ci sarà. E il problema, per Sheeran, è che non ci saranno neppure gli altri.

La telefonata di Kraft

Il rapper Macklemore escluso dal tour per aver urlato “Free Palestine”

Il nome più ingombrante della vicenda è quello di Robert Kraft, proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium, dove Sheeran dovrebbe esibirsi il 25 e 26 settembre. Kraft ha confermato di essersi opposto alla presenza di Macklemore, sostenendo che la decisione è legata non soltanto alle recenti dichiarazioni del rapper, ma anche a una più ampia storia di «retorica e immagini antisemite» che, secondo lui, avrebbero offeso la comunità ebraica. Kraft ha precisato di non voler negare la sofferenza dei palestinesi e di considerare la pace e la fine delle violenze l’obiettivo comune.

Macklemore ha invece raccontato una versione diversa: secondo il rapper, Kraft avrebbe telefonato a Sheeran e avrebbe fatto pressione perché fosse escluso dal tour, minacciando altrimenti di impedire lo svolgimento dei concerti nel proprio stadio. La sua ricostruzione è stata riportata anche dalla stampa americana. 

Sheeran non ha negato di essere stato contattato da Kraft e da altri proprietari degli impianti. Ha però precisato che la decisione finale non è stata sua. «Macklemore coming off tour was the promoter’s decision, it was not mine», ha scritto, spiegando di aver passato la settimana a cercare una soluzione con gli organizzatori e i gestori degli stadi. Ma, ha aggiunto, la decisione dei locali e del promoter era definitiva. 

È una distinzione giuridica e organizzativa che rischia però di avere un effetto politico molto più grande della sua formulazione. Perché quando un artista viene tolto da una tournée dopo aver pronunciato “Free Palestine”, diventa difficile convincere il pubblico che la politica sia rimasta fuori dalla porta del camerino.

«Non sono complice»

Ed Sheeran si è difeso dichiarando che la decisione non è sua ma del promoter

Sheeran ha cercato di chiarire la propria posizione anche sul piano personale. Ha detto di voler usare la propria musica per «riunire persone di ogni provenienza e cultura» e di avere opinioni personali sul conflitto tra Israele e Palestina, ma di scegliere di non renderle pubbliche perché il suo pubblico non va ai concerti per assistere a un «forum politico». E soprattutto ha scritto: «Non sono complice».

Poi ha aggiunto di rispettare la determinazione di Macklemore nel battersi pubblicamente per ciò in cui crede, sostenendo che possono esistere «molteplici approcci allo stesso fine: la pace». Il suo, ha spiegato, è quello di mantenere aperto il dialogo, non di chiuderlo. Ma il tentativo di restare equidistante non ha placato le polemiche. Al contrario.

Il tour perde i suoi ospiti

Il primo a tirarsi indietro è stato Aaron Rowe. Il giovane cantautore irlandese ha detto di non poter accettare quella che considera una limitazione della libertà di espressione di Macklemore, richiamando anche la storia irlandese di «genocidio, carestia forzata e occupazione». Poi è arrivato Finneas, fratello e collaboratore di Billie Eilish, che ha scritto: «Gli artisti non devono essere messi a tacere quando prendono posizione a favore degli oppressi». E ha annunciato il proprio ritiro dal tour. 

A seguire i Lukas Graham e i Beoga. La band irlandese, legata professionalmente a Sheeran da oltre dieci anni, ha sottolineato il proprio sostegno alla causa palestinese e la necessità del dialogo. Lukas Forchhammer, leader dei Lukas Graham, ha invece contestato il ruolo del denaro nella vicenda: «Il conto in banca di nessuno dovrebbe decidere chi ha il diritto di parlare o quale sofferenza ci è permesso riconoscere».

Finneas, fratello di Billie Eilish

Risultato: quella che doveva essere una tournée costruita anche sulla presenza di diversi artisti ospiti rischia di diventare, almeno nelle prossime date, un Loop Tour decisamente più solitario. E non è un dettaglio da poco. Sheeran dovrebbe riprendere il tour il 19 settembre a Philadelphia, per poi passare, tra le altre città, dal Gillette Stadium di Foxborough, dal Mercedes-Benz Stadium di Atlanta e dal Lucas Oil Stadium di Indianapolis. La defezione riguarda dunque una serie di grandi appuntamenti negli stadi.

La questione apre molti interrogativi

La vicenda mette insieme tre questioni che nell’industria musicale americana sono ormai quasi impossibili da separare: libertà artistica, politica internazionale e potere economico dei grandi proprietari degli impianti. Da una parte c’è Macklemore, che rivendica il diritto di utilizzare il palco per denunciare la situazione dei palestinesi e ha respinto le accuse di antisemitismo. Dall’altra Kraft, che sostiene di aver agito per impedire che il proprio stadio diventasse una piattaforma per contenuti che considera offensivi nei confronti degli ebrei. In mezzo c’è Sheeran, che rivendica una posizione non politica e sostiene di aver cercato una mediazione senza riuscirci.

La protesta, intanto, ha superato rapidamente i confini della musica. Esponenti politici, artisti e attivisti hanno criticato la decisione. Il caso è stato rilanciato anche da Alexandria Ocasio-Cortez, mentre Greta Thunberg ha contestato pubblicamente Sheeran in relazione alla vicenda.

Il punto, però, non è soltanto se Macklemore abbia avuto ragione o torto a utilizzare il palco per parlare di Gaza, né se Sheeran abbia davvero avuto un margine di scelta. È la domanda più generale che il caso consegna all’industria dello spettacolo: chi possiede davvero un palco? L’artista che ci sale sopra? Il promoter che vende i biglietti? Il proprietario dello stadio? Gli sponsor? O il pubblico che paga per ascoltare musica e che, proprio per questo, potrebbe anche aspettarsi che chi canta conservi il diritto di dire qualcosa?

La risposta americana, per ora, sembra essere piuttosto complicata. Un rapper dice “Free Palestine”, un miliardario dice «non qui», un cantante dice «non sono stato io» e quattro artisti rispondono togliendo il proprio nome dalla locandina. Alla fine, resta Ed Sheeran, solo sul palco, proprio mentre il suo tour si chiama Loop: un giro che avrebbe dovuto riportare tutto al punto di partenza e che invece, per una volta, sembra essersi inceppato.

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