– I segnali sonori più interessanti della settimana. Tredici brani che incrociano jangle pop, folk psichedelico, lounge e rock da camera, avvolti dalla voce scura e vellutata dell’artista danese. Più mainstream il kombat-jazz di Gianrico Manca con il suo quintetto Transition
– Elegante e raffinata produzione di Michael Kiwanuka. John Legend con Pharell Williams insegue James Bond, mentre LISA s’ispira a Tarantino. Si balla con le Alchemical Sisters. I Dummy rinnovano lo shoegaze. Deludono Fanali e Cesare Cremonini
- 💿 FINE – “Jazz dreams”

Il jazz, in Jazz dreams, è soprattutto una questione di libertà: quella di muoversi fra generi e suggestioni senza chiedere il permesso a nessuno. La danese Fine, al secolo Fine Glindvad Jensen, torna con il secondo album solista e dimostra che per fare musica sofisticata non servono necessariamente virtuosismi da conservatorio, assoli interminabili o l’obbligatorio bicchiere di whisky accanto al pianoforte. Qui il jazz è un’allusione, un’attitudine, un modo di lasciare le canzoni in bilico fra ciò che conosciamo e ciò che non riusciamo ad afferrare.
Tredici brani che incrociano jangle pop, folk psichedelico, lounge e rock da camera, avvolti da una produzione morbida solo in apparenza. La voce scura e vellutata di Fine evoca Hope Sandoval e Lana Del Rey, ma non si limita al gioco delle somiglianze: fluttua sopra melodie dal sapore antico, mentre gli arrangiamenti nascondono piccoli scarti, ombre e deviazioni. The Thing apre le danze con pianoforte e chitarre dal passo obliquo; Everything in the Shade è una ballata sentimentale che sembra arrivare da un jukebox dimenticato in qualche motel californiano. Get In strizza l’occhio al rockabilly, Goodbye Brain si abbandona a un groove morbido e ipnotico, mentre Million Years gioca con tempi dispari senza trasformare la complessità in un’esibizione muscolare.
Il bello è proprio questo: Fine non ostenta la propria preparazione, la nasconde dentro canzoni che sembrano nate per caso e invece rivelano un artigianato minuzioso. Rispetto al precedente Rocky Top Ballads, le trame sono più nitide, gli arrangiamenti meno ruvidi e la voce occupa il centro della scena. Qualche passaggio si perde volutamente nella nebbia, ma è una nebbia che incuriosisce, non che confonde. Jazz dreams non reinventa il pop, né pretende di farlo. Preferisce insinuarsi lentamente, come un sogno di cui al risveglio resta soltanto una melodia. E a volte è proprio quello che serve.
Giudizio: 8,5/10. Un sogno pop a occhi aperti, fra malinconia, lounge e psichedelia. Tredici canzoni che sembrano familiari, finché qualcosa comincia a sfuggire.
- 💿 GIANRICO MANCA TRANSITION – “Diverge”

Otto composizioni originali per cercare nuove traiettorie senza perdere il legame con la tradizione. Con Diverge, pubblicato da Wow Records, il batterista e compositore Gianrico Manca guida il suo quintetto Transition in un percorso che mette in dialogo il jazz afroamericano, la libertà dell’improvvisazione e suggestioni che arrivano anche da territori musicali lontani. Al suo fianco Antonio Floris alla chitarra, Jordan Corda al vibrafono, Vittorio Esposito al pianoforte e Matteo Marongiu al contrabbasso, compagni di un’avventura che dura da dieci anni e trova proprio nell’intesa collettiva la sua ragion d’essere.
Nel disco convivono riferimenti illustri come Charlie Parker, John Coltrane, Wayne Shorter e Andrew Hill, ma anche incursioni meno scontate nell’hip hop di J Dilla e Madlib, fino alle atmosfere degli Alice in Chains. Non un catalogo di citazioni, quanto piuttosto un patrimonio di linguaggi da rimettere in circolo, lasciando che melodia, armonia e ritmo si muovano sul confine fra equilibrio e instabilità. Il risultato punta sulla tensione e sulla ricerca, senza rinunciare al piacere fisico del suonare insieme.
Dietro la libertà espressiva c’è però anche un’urgenza civile. Manca racconta un gruppo che nella musica trova uno spazio di gioco, condivisione e resistenza: «Quando suoniamo viviamo in uno stato di eterna infanzia», spiega, riconoscendo nel jazz un modo per affrontare «l’angoscia del vivere una contemporaneità di violenza e ingiustizia sociale». La genesi di Diverge è attraversata dalle vicende della Palestina, dallo sfruttamento e dalle disuguaglianze, dalla fragilità della vita in tempi segnati dalla sopraffazione.
Il titolo suggerisce dunque una deviazione dalle strade più prevedibili, ma anche la possibilità di far convergere sensibilità differenti in un’esperienza comune. Un lavoro che usa il jazz non come esercizio di stile o rifugio nostalgico, bensì come linguaggio vivo, capace di accogliere inquietudini personali e conflitti collettivi.
Giudizio: 8,5/10. Un progetto di ricerca e di gruppo, dove l’apertura alle contaminazioni si accompagna a una precisa coscienza del presente.
.💿 ALCHEMICAL SISTERS – “Alchemical Sisters”

Chi ha detto che per fare musica da ballo bisogna vivere in una metropoli? Eris Drew e Maya Bouldry-Morrison, meglio conosciuta come Octo Octa, hanno scelto una baita nei boschi del New Hampshire, trasformandone la camera da letto in uno studio di registrazione. Lontane dai club, ma con la testa e il cuore ancora sulla pista. Il loro primo album insieme, firmato Alchemical Sisters, è una dichiarazione d’amore all’elettronica più sfrenata degli anni Novanta, quando Prodigy, Chemical Brothers e Fatboy Slim facevano incontrare rave, rock, funk e psichedelia.
Qui tutto si mescola: campionamenti, sintetizzatori analogici, strumenti acustici, breakbeat impazziti e bassi che sembrano voler abbattere le pareti della baita. This Is How It Should Be Done parte con un ritmo funky e finisce travolta da una tempesta acid, mentre Anytime Sisters recupera l’euforia del big beat. Double Acid riporta all’edonismo sudato dell’acid house di fine anni Ottanta; Ray of Light è un’esplosione di sintetizzatori, One 2 One 2 Three Four guarda all’electro delle origini, fra Kraftwerk e cultura hip hop.
La produzione, rifinita a Detroit da BMG con apparecchiature analogiche, restituisce una materia sonora calda, fisica, sorprendentemente tridimensionale. We’ve Seen Great Powersembra una seduta spiritica organizzata dagli Orb, mentre Song for New Hampshire, il momento più intimo e riuscito, trasforma l’elettronica in una sorta di pastorale psichedelica, fra pulsazioni cosmiche e suggestioni krautrock.
Qualche eccesso nostalgico e una certa tendenza all’accumulo non mancano. Ma è proprio l’esagerazione a rendere irresistibile questo disco, che non cerca di reinventare la dance music: vuole restituirle quella gioia collettiva, quasi utopistica, che l’elettronica contemporanea troppo spesso sacrifica alla perfezione tecnologica. Un rave immaginario in mezzo alla foresta, dove il passato torna a suonare come una promessa di futuro.
Giudizio: 8,5/10. Un album generoso, visionario e contagioso, che trasforma trent’anni di cultura rave in una festa psichedelica senza nostalgie museali.
💿 DUMMY – “Do You Love the Color of the Sky?”

I Dummy continuano a esplorare i confini dello shoegaze, ma con Do You Love the Color of the Sky? sembrano finalmente aver trovato il punto d’incontro fra le loro ambizioni sperimentali e una forma canzone più immediata. Dopo le aperture new age e le delicatezze ambientali di Free Energy, il trio californiano cambia direzione: meno contemplazione, più tensione ritmica, chitarre che si moltiplicano in dense nebulose sonore e pulsazioni drum’n’bass che spingono i brani verso territori più aggressivi.
Full Spectrum Dominance è una scarica elettrica che riporta alla mente i Curve degli esordi, mentre April Limousine e N of 1 alternano impeto e scintillanti stratificazioni chitarristiche, con Emma Maatman che porta la voce su registri più intensi e combattivi. Anche i testi si fanno più esplicitamente politici e rabbiosi, trovando nelle ritmiche incalzanti e nelle chitarre sfocate un efficace contrappunto. Non tutto, però, è rumore e accelerazione: Alluvial Fan e Song of Mana, con le loro trame dilatate, rallentano il battito fino a evocare i Seefeel, mentre Touch the Perfect Speed sembra riemergere direttamente dall’underground del 1992. Il vertice arriva con Squeaky Wheel, magnifica sintesi avant-pop nella quale le diverse anime del gruppo si ricompongono senza perdere imprevedibilità. Se i precedenti lavori lasciavano intravedere le potenzialità della band, questo album segna un salto di qualità: i Dummy non si limitano più a rielaborare le proprie influenze, ma cominciano a trasformarle in un linguaggio personale.
Giudizio: 8,5/10. Uno dei dischi shoegaze più convincenti e inventivi dell’anno.
💿 MICHAEL KIWANUKA – “Fudge”

Un soul caldo, avvolgente, attraversato da malinconie profonde e improvvise aperture orchestrali. Con Fudge, Michael Kiwanuka riprende il discorso lasciato in sospeso da Small Changes (2024), affinando una scrittura che continua a muoversi fra il soul classico, il folk e le suggestioni psichedeliche. Ma su queste canzoni pesa inevitabilmente l’ombra dell’ictus emorragico che ha colpito il musicista britannico lo scorso luglio, costringendolo a una lunga riabilitazione e mettendo in discussione persino la possibilità di tornare a cantare.
Registrato prima di aver subito un grave ictus causato da un’emorragia cerebrale legata alla pressione alta, Fudge assume così, involontariamente, il valore di una testimonianza particolarmente preziosa. La produzione, curata dallo stesso Kiwanuka con il contributo di Dom Monks e gli arrangiamenti d’archi di Rosie Danvers, privilegia atmosfere intime, chitarre vellutate, bassi profondi e orchestrazioni eleganti. In California la sua voce fragile e malinconica sembra già raccontare un’assenza, mentre Sing, con il suo invito a non smettere di cantare, acquista oggi un significato quasi doloroso.
Drowning in Your Heart si distingue per gli archi inquieti e drammatici; Love In My Heartalterna esplosioni psichedeliche e un delicato epilogo pianistico, ricordando quanto Kiwanuka sappia costruire paesaggi sonori di grande intensità emotiva. Non tutto sorprende: qualche passaggio indulge in una lentezza contemplativa già ampiamente esplorata nei lavori precedenti. Ma la qualità della scrittura, la ricchezza degli arrangiamenti e soprattutto quella voce, capace di trasformare la vulnerabilità in forza espressiva, confermano un talento raro.
Giudizio: 8/10. Un disco raffinato e commovente, che non reinventa il linguaggio di Kiwanuka ma ne custodisce l’essenza più autentica.
💿 JOHN LEGEND – “Muse”

John Legend mette in soffitta il pianoforte, o almeno gli concede qualche giorno di ferie, e si affida a Pharrell Williams per cambiare pelle. Muse, sedici tracce prodotte e in gran parte scritte insieme al genio di Happy, è un viaggio nella black music che attraversa soul classico, gospel, doo-wop, afrobeats e hip-hop, con l’ambizione cinematografica di un James Bond in smoking nero. Il risultato è raffinato, sensuale, a tratti sorprendente, anche se la rivoluzione promessa somiglia più a un restyling di lusso che a un cambio di regime. La voce di Legend, calda e impeccabile, rimane il pezzo forte: in Her riemergono le armonie vintage, Get Back avanza fra fiati e orchestrazioni da colonna sonora, mentre Daylight strizza l’occhio alla pista da ballo con una leggerezza contagiosa. Pray For Ya ha il passo di un gospel contemporaneo, Are You OK? trasforma una discussione sentimentale in un duello elegante, e Bodies On The Floor, con i Clipse, introduce una dose di hip-hop ruvido in questo salotto arredato con gusto.
Pharrell sa costruire groove, scegliere dettagli, dosare nostalgia e modernità: difficile contestargli la competenza. Ma sedici brani sono tanti anche per un album che non conosce la volgarità e rifugge gli incidenti di percorso. Gli intermezzi parlati, le atmosfere da thriller sentimentale e le continue strizzate d’occhio alla grande tradizione afroamericana finiscono talvolta per trasformare il disco in una vetrina di stile. Legend voleva uscire dalla comfort zone delle ballate al pianoforte e almeno ci prova, dimostrando di sapersi muovere anche fuori dal suo habitat naturale. Resta però il sospetto che la sua eleganza sia diventata una seconda pelle difficile da scalfire. Muse seduce senza strafare, intrattiene senza annoiare, ma raramente lascia il segno in profondità. Un album di classe, insomma: peccato che, ogni tanto, anche la classe abbia bisogno di spettinarsi.
Giudizio: 7/10. Un elegante cambio di guardaroba per una voce che meriterebbe di più. Pharrell rinnova la cornice, John Legend ci mette il velluto.
💿 LISA – “Press Play”

LISA non pubblica un EP, gira un film. Sei tracce, sei scene, una protagonista che non contempla comprimari. Con Press Play, la star thailandese delle BLACKPINK trasforma il K-pop in un kolossal in miniatura, tra Ferrari, tuk-tuk, nightclub e citazioni di Quentin Tarantino. Dopo Alter Ego, la cantante alza ulteriormente il volume dell’autocompiacimento, ma possiede talento e carisma sufficienti per permetterselo. SaWaDiKa è il pezzo forte: rap tagliente, ritornello contagioso e orgoglio thailandese esibito senza complessi, fra Bangkok e suggestioni hip-hop. Cobra riporta in pista il fantasma dei primi Duemila, con Missy Elliott e Timbaland come riferimenti dichiarati, mentre V12, prodotto da Dem Jointz, è una corsa a velocità controllata fra bassi poderosi e ostentazioni di lusso. LISA saccheggia l’immaginario del regista americano Tarantino, da Kill Bill a Death Proof, con risultati divertenti ma talvolta più decorativi che sostanziali. Cut U Off parte dal celebre fischio di Elle Driver per poi accomodarsi in un pop fin troppo prevedibile. La conclusiva Sweat rallenta il battito, trasformando lo yoga in un esercizio di seduzione elettronica.
La produzione è scintillante, il flow cambia continuamente, l’alternanza fra canto e rap funziona. Manca però qualche vera sorpresa: dietro la spettacolare confezione, le canzoni rischiano a volte di somigliarsi nell’ostentazione di sicurezza e potere. LISA domina la scena, ma il cinema di Tarantino vive anche di dialoghi memorabili e personaggi imprevedibili. Qui, invece, la sceneggiatura prevede soprattutto primi piani sulla protagonista. Un pop spettacolare, irresistibile a tratti, che preferisce impressionare piuttosto che emozionare.
Giudizio: 7/10. Un concentrato di pop ipercinetico, glamour e citazioni cinematografiche. Produzione impeccabile, personalità debordante, qualche eccesso di maniera.
💿 FANALI – “Nu veleno ch’è doce”
La canzone napoletana è un patrimonio tanto ricco quanto insidioso per chi decide di rimetterci mano. Il rischio è quello di scambiare la modernizzazione degli arrangiamenti per una vera reinvenzione musicale. Ed è proprio nella trappola che sembrano cadere i FANALI con ‘Nu veleno ch’è doce, sei classici dello struggimento amoroso rivestiti di elettronica, trip-hop, post-rock e shoegaze. Una formula sulla carta intrigante, che però finisce per mostrare presto la corda.
Il collettivo formato da Michele De Finis, Jonathan Maurano e Caterina Bianco prosegue il percorso avviato con Nun me scetà, cercando di traghettare la tradizione partenopea verso territori sonori contemporanei. Ma l’operazione appare più estetica che sostanziale: atmosfere rarefatte, suggestioni cinematiche, rallentamenti e stratificazioni elettroniche si ripetono secondo uno schema piuttosto prevedibile, finendo per appiattire proprio quella varietà emotiva che costituisce la grandezza della canzone napoletana.
Neppure la partecipazione di Manuel Agnelli in Passione basta a imprimere una svolta decisiva a un progetto che sembra confondere troppo spesso la malinconia con la monotonia. L’oscurità degli arrangiamenti diventa una maniera, la ricerca di profondità si traduce in una certa pesantezza espressiva. E quello che dovrebbe essere un dialogo fra passato e presente assomiglia talvolta a un semplice cambio di guardaroba: sotto il vestito elettronico, le canzoni rimangono sostanzialmente le stesse, soltanto meno immediate.
Resta apprezzabile l’intenzione di sottrarre questi classici alla nostalgia da cartolina, ma non basta aggiungere riverberi, sintetizzatori e atmosfere crepuscolari per trasformare una rilettura in un’interpretazione originale. Il veleno del titolo, alla fine, risulta meno dolce del previsto.
Giudizio: 5/10. Un esperimento dalle buone intenzioni, ma poco convincente. La rilettura elettronica diventa presto ripetitiva, a tratti monotona, e finisce per togliere alle canzoni più di quanto riesca ad aggiungere.
💿 CESARE CREMONINI – “Amateur”

«I bravi artisti copiano, i grandi artisti rubano». Prendendo per buona la celebre frase attribuita a Picasso, Cesare Cremonini appartiene decisamente alla prima categoria. Con Amateur il cantautore bolognese allestisce un piccolo museo delle cere della musica italiana e internazionale, dove i modelli sono riconoscibilissimi, ma manca qualcuno capace di dare loro una seconda vita. La title track riesuma Fred Buscaglione in versione rap, con risultati che oscillano fra il cabaret e il karaoke d’autore. Il fantasma di Lucio Dalla aleggia su Cavalli da corsa, Athena e Cose molto piccole, duetto con Malika Ayane, ma dell’imprevedibilità e della genialità dell’originale resta soprattutto la maniera. Perché ti conosco guarda al Battiato de La cura, senza ereditarne la profondità; Mega Linz indossa gli abiti di David Bowie, mentre Disturbo mentale sembra un provino scartato dai Subsonica. Tutto impeccabilmente confezionato, naturalmente: arrangiamenti levigati, ambizioni da grande opera pop, una produzione che lucida ogni dettaglio fino a cancellare qualsiasi asperità. Ma dov’è il rock? Dov’è il rischio? E soprattutto, dov’è quella trasgressione che dovrebbe almeno occasionalmente disturbare la quiete del pop da grandi arene? Qui non si disturba nessuno, nemmeno per sbaglio. Il disimpegno è totale, l’autoreferenzialità abbondante, la voglia di stupire inversamente proporzionale alla capacità di farlo. Persino il sassofono diventa un accessorio scenografico: meglio lasciarlo a chi sa davvero cosa farsene. Amateur, nomen omen: un titolo che, involontariamente, contiene già la recensione.
Giudizio: 4/10. Un campionario di citazioni spacciate per ispirazione. Molta confezione, poca sostanza. E il rock resta fuori dalla porta.

