– Da Chester Bennington a Emily Armstrong, sette anni di silenzio e una domanda impossibile: come può una band tornare a essere se stessa dopo aver perso la propria voce? “Linkin Park: Unshatter”, diretto da Joe Hahn. Nelle sale dal 30 settembre. Il 25 settembre arriva la colonna sonora del film, con le esibizioni del concerto brasiliano e alcune registrazioni non incluse nel documentario
– Il film racconta il percorso che ha portato a “From Zero” e al ritorno sui palchi. La perdita di Chester Bennington, «le cicatrici restano, l’importante è non avere paura di mostrarle». Poi c’è Emily Armstrong, la nuova cantante, perché la sua presenza è il punto in cui il passato e il futuro della band si incontrano nel modo più evidente. «Quando cerchi di raccogliere i pezzi, a volte non puoi farlo da solo»

Per sette anni i Linkin Park sono rimasti in silenzio. Non un silenzio assoluto, naturalmente: le loro canzoni continuavano a girare, i dischi a vendere, i fan a ricordare. Ma la band, quella che aveva trasformato il dolore adolescenziale in un linguaggio planetario, era rimasta sospesa nel tempo. Dopo la morte di Chester Bennington, nel 2017, sembrava difficile perfino immaginare che quei sei musicisti potessero tornare a stare nella stessa stanza, figurarsi su un palco.
Poi, nel 2024, sono tornati. Non semplicemente i Linkin Park di prima, però. Una nuova formazione, Emily Armstrong alla voce e Colin Brittain alla batteria, un nuovo album, From Zero, e un tour che ha riportato il nome della band davanti a un pubblico che nel frattempo era diventato anche memoria, nostalgia, elaborazione del lutto.
Linkin Park: Unshatter, diretto da Joe Hahn, è il film che prova a raccontare cosa è successo in mezzo. Arriverà nelle sale dal 30 settembre al 3 ottobre e nasce dalle immagini raccolte durante il lungo percorso che ha preceduto la rinascita: le prime sessioni in studio del 2022, gli incontri, le prove, le esitazioni, fino al concerto di San Paolo del 2024.
Non è, nelle intenzioni del regista, il consueto film celebrativo di una rock band. E nemmeno un “making of” di From Zero. La cosa più interessante è proprio questa: Unshatter racconta il momento in cui i Linkin Park non sapevano ancora se sarebbero tornati a essere i Linkin Park.
«C’era l’idea di realizzare una sorta di documentario, ma non era mai il momento giusto», racconta Hahn. Il momento arriva quando la band viene contattata per filmare il concerto di San Paolo. «La gente non ci aveva mai visto suonare. E poi abbiamo pensato che fosse anche una buona occasione per raccontare la nostra storia».
Ma raccontare, questa volta, significa soprattutto mostrare. Dopo anni nei quali i componenti del gruppo hanno spiegato nelle interviste cosa fosse successo, Hahn si accorge che le parole rischiano di non bastare. «Vedere cosa succedeva in tempo reale e sentire cosa si provava in quelle stanze mentre cercavamo di capire le cose – non sapevamo davvero cosa stessimo facendo – è stato fondamentale».

È una distinzione importante. Perché la storia dei Linkin Park dopo Chester Bennington non è una storia lineare. Non c’è stato un giorno in cui qualcuno ha detto: adesso ricominciamo. Ci sono stati anni di distanza, tentativi, ripensamenti, conversazioni private. Anche qualche tentativo di tornare a suonare insieme, senza che però sembrasse ancora la cosa giusta.
«Credo che sia una sensazione generale di smarrimento e di incertezza», racconta Hahn. Ognuno aveva il proprio percorso da affrontare. «Ci sono stati anche alcuni tentativi di riunirci e fare musica, ma non ci sembrava la cosa giusta».
Il verbo è significativo: riunirsi. Non tornare. Non ricominciare. Non ancora. Il ritorno sarebbe arrivato più avanti, quando la musica avrebbe ricominciato a fare quello che aveva sempre fatto: mettere insieme persone che avevano bisogno di stare insieme. Dave “Phoenix” Farrell propose di fissare un momento per incontrarsi e suonare. Non si trattava di rimettere in piedi i Linkin Park. «Ci siamo riuniti e abbiamo pensato di chiamare qualcuno che venisse a suonare con noi. E a poco a poco, mentre ci divertivamo, i Linkin Park sono entrati a far parte del gruppo». È una delle immagini più belle che emergono dal documentario: una band che torna a esistere quasi senza deciderlo.
La crepa resta

Il titolo del film sembra allora meno innocente di quanto potrebbe apparire. Unshattersignifica, in qualche modo, disfare la frantumazione, rimettere insieme ciò che si è rotto. Ma Hahn non pensa alla ricostruzione come a un ritorno allo stato originario.
La metafora che utilizza è quella del kintsugi, la tecnica giapponese che ripara gli oggetti di ceramica utilizzando l’oro per rendere visibili le fratture. «L’importante è non ripararla completamente, ma effettuare una sorta di riparazione e non avere paura di mostrare le proprie cicatrici».
In questa prospettiva Chester non può e non deve essere cancellato dal racconto. La sua voce rimane dentro la musica, ma anche dentro l’identità stessa del gruppo. «Lui è sempre una parte di noi, è il fondamento di ciò che siamo», dice Hahn.
È il nodo più delicato della nuova vita dei Linkin Park: come andare avanti senza trasformare il passato in un altare? La risposta della band è stata la musica. E forse anche una certa ostinazione nel rifiutare l’idea che il dolore debba necessariamente produrre immobilità. «L’ultima cosa che avrebbe voluto è che tutti smettessero di fare quello che facevano per essere tristi», sostiene Hahn.
Emily, una nuova voce
Poi c’è Emily Armstrong. È impossibile parlare di Unshatter senza affrontare la questione della nuova cantante, perché la sua presenza è il punto in cui il passato e il futuro dei Linkin Park si incontrano nel modo più evidente.
Armstrong non è Chester Bennington e il film non sembra interessato a presentarla come una sostituta. Hahn insiste piuttosto sulla persona, sulla relazione con gli altri musicisti, sulla capacità di creare un nuovo equilibrio all’interno del gruppo.
«Oltre al suo incredibile talento, credo che sia ancora più importante che sia una persona straordinaria, una persona con cui si ha piacere di stare», dice. È una frase che sposta la discussione dalla tecnica alla chimica. Una band non è una somma di musicisti, soprattutto quando porta con sé una storia così ingombrante. È un organismo di relazioni, amicizie, tensioni, ricordi. Per questo Hahn parla di «fiducia reciproca» come di una conquista fondamentale della nuova formazione.
E proprio la fiducia permette di affrontare anche le critiche. «La cosa peggiore è quando vengono da se stessi», ammette Hahn. È forse la confessione più significativa di tutto il film: il problema non era soltanto convincere il pubblico che i Linkin Park potessero tornare. Dovevano convincere se stessi.
Il palco come prova
Il concerto di San Paolo diventa così qualcosa di più di un grande spettacolo. È una prova generale dell’esistenza stessa della band. Hahn ricorda quel momento con tre parole: «È stato eccitante, è stato da esaurimento, è stato spaventoso». La nuova formazione doveva dimostrare di poter stare su un palco, ma soprattutto doveva affrontare il giudizio di milioni di persone che conoscevano ogni dettaglio della storia precedente.
Il film segue proprio questo passaggio: dalle stanze degli studi alle prove, dal dubbio al pubblico, fino alla sensazione di essere finalmente arrivati dall’altra parte. «Era il modo per annunciare che eravamo tornati», racconta Hahn. E soprattutto: «Siamo dall’altra parte e ora guardiamo al futuro».
Il futuro, naturalmente, non cancella il passato. È costruito sopra di esso. Per questo Unshatter sembra meno interessato alla parola “reunion” di quanto non lo sia alla parola “ripartenza”. Il film racconta una band che non ha trovato il modo di tornare indietro, ma quello di andare avanti portandosi dietro ciò che è stato.
Dal 25 settembre arriverà anche Unshatter (Live in São Paulo), la colonna sonora del film, con le esibizioni del concerto brasiliano e alcune registrazioni non incluse nel documentario. E alla fine resta una frase di Hahn che potrebbe essere il sottotitolo ideale del film: «Quando cerchi di raccogliere i pezzi, a volte non puoi farlo da solo».
I Linkin Park hanno impiegato sette anni per capirlo. Non hanno ricostruito la band che erano. Ne hanno costruita un’altra, dentro la stessa storia. Le crepe sono rimaste. E forse è proprio questo, più della nuova formazione o del nuovo disco, il vero significato di Unshatter.
