– Il tour “C’era un ragazzo Estate 2026” fa scalo giovedì 17 a Palermo e il 19 a Catania. «Quella prima volta nel 1962 con una compagnia d’avanspettacolo a Vittoria, Lentini, Scicli»
– «Nel 1963 a Taormina conobbi Lucio Dalla. C’era questo ragazzo con il barbone che suonava il clarinetto nei Flippers. Parliamo e scopro che è tifoso del Bologna, come me»
– «Negli Ottanta mi premiarono in Russia come voce della pace. Oggi sono loro a invadere l’Ucraina. Canto “C’era un ragazzo” per coltivare la speranza di pace, anche se è un po’ un’utopia»
«È cominciata così: avevo 14 anni quando, in un pomeriggio di aprile del 1958, cantai per la prima volta in pubblico, in una balera di Alfonsine, vicino a Ravenna. Era una Casa del Popolo. Ricordo un grande ritratto di Stalin alle pareti, e gli altri – più piccoli – di Lenin, Marx, Gramsci, Togliatti. Mio padre Renato, gran comunista, era convinto che quella volta sarebbe stata anche l’ultima. “Gianni”, mi ripeteva, “tanto questo è un mestiere destinato a finire. Fai il ciabattino, come tuo padre”. E invece…».
E invece Gianni Morandi a 81 anni è ancora lì sul palco a cantare. Allegro, disponibile, fisico asciutto, dall’andatura meno ciondolante del solito, il Dorian Gray della musica italiana, il bravo ragazzo simpatico e rassicurante che tutti vorrebbero come amico, marito, amante, nipote, figlio, papà, nonno. Ancora una volta in giro per l’Italia, un bagaglio con una quarantina delle centinaia di brani vecchi e nuovi che farà risuonare ancora una volta giovedì 17 settembre al Teatro di Verdura di Palermo e sabato 19 settembre alla Villa Bellini di Catania accompagnato da una superband diretta dal Maestro Luca Colombo.
«Negli anni di declino mi ero chiesto che fare, andavo al conservatorio forse anche pensando che dopo il diploma avrei potuto insegnare. Ma questo è il mio mestiere, anche allora non era una questione di soldi, qualcosa da parte l’avevo già. Così oggi mi stupisce, e mi lusinga, sapere che c’è ancora così tanta gente che paga per venirmi a vedere», racconta. «Dopo il tour nei palazzetti ho deciso di continuare questo viaggio attraverso l’Italia per portare la musica anche in altre città, perché il pubblico mi ha dimostrato ancora una volta un grande affetto e tanta voglia di condividere questi momenti insieme. Io mi emoziono sempre. Certo, da ragazzino forse ero più incosciente: partivo, mi buttavo senza pensarci troppo e senza rendermi conto fino in fondo di quello che stavo vivendo. Oggi invece ho, ovviamente, una consapevolezza diversa e so quanto sia speciale avere un rapporto così forte con il pubblico, con persone che continuano a seguirmi e a condividere questo percorso con me anche dopo tanti anni».

Siamo al sessantennale di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones: 1966, Migliacci e Lusini autori, Morricone arrangiatore. «Quando la cantò Joan Baez il mio nome si illuminò», si meraviglia ancora Morandi. «Cantavamo contro l’invasione yankee del Vietnam, negli anni Ottanta mi premiarono in Russia come voce della pace. Ed oggi sono loro a invadere l’Ucraina. Ecco, qualcosa su Putin e Trump pure la dovrò dire in tour. La cantiamo per coltivare la speranza che prima o poi si possa vivere tutti in pace, anche se è un po’ un’utopia».
Il brano fu censurato. «Dovevo presentarlo al “Festival delle rose”, mi dissero di non nominare il Vietnam, di non specificare dov’era morto il soldato protagonista del pezzo. Ma invece scandii molto bene quel “Vietnam”».

Altri tempi. Come quando nel 1962, uscì il suo primo 45giri – che oggi definiremmo “singolo” – Andavo a cento all’ora. «Quando ho sentito per la prima volta la mia voce in un juke-box è uno dei miei ricordi più belli. Era Andavo a cento all’ora, sentivo ‘sta voce piccolina… scappavo, mi faceva impressione. Come la prima volta che mi vidi in tv. Mi misi in un bar, di nascosto, il programma era Alta pressione. Pensai subito a mia madre, che era fan di Claudio Villa e tifava quasi più per lui che per me».
Sull’onda del successo di Andavo a cento all’ora, Morandi attraversò l’Italia per la prima volta in tour. «All’epoca, oltre al mio paese sull’appennino tosco-emiliano, conoscevo solo Roma, dove avevo inciso. Ero un ragazzo che veniva dalle balere e dalle Feste dell’Unità. Un impresario, un certo Nico Matera, mi ingaggiò con una compagnia di avanspettacolo, due spettacoli al giorno, a cui seguiva sempre la proiezione di un film. Fu il mio primo viaggio in Italia, la Salerno-Reggio Calabria non esisteva ancora, lo spettacolo era arrangiaticcio, con un gruppo di musicisti scalcagnati, ballerine sgallettate, una soubrette Rosy Madia, un contorsionista, un comico e lo spaesato Gianni che scopriva il calore del pubblico della Sicilia. Andavano in piccoli centri, mi ricordo Scicli, Vittoria, Lentini, Mazara, il teatro Impero a Marsala».
Altri tempi. Come quando il 6 gennaio 1969 vince “Canzonissima” con Scende la pioggia. «È un miracolo che canzoncine così leggere abbiano resistito al tempo, ma è il miracolo proprio della canzone popolare. Abbiamo calcolato che ho cantato quel pezzo dal vivo più di 4.000 volte, con la chitarra viene semplice, diretto, immediato, colonna sonora di una festa di altri tempi. Ma ci sono brani anche più vecchi, come Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte che ha 63 anni».

Altri tempi. Era l’Italia del boom. La televisione entrava nei salotti delle case. Si guardava al futuro con ottimismo. Negli anni Settanta l’atmosfera cambia. «La serata del Cantagiro al Vigorelli di Milano, il 4 luglio 1971 è stato uno dei momenti più brutti che ho vissuto. L’organizzatore, Radaelli, invitò come ospiti stranieri i Led Zeppelin. C’erano migliaia di ragazzi accampati sotto il palco che aspettavano loro. L’idea “meravigliosa” fu quella di far uscire prima i cantanti italiani. C’era anche Dalla. Sono stato accolto da un boato di protesta, mi hanno tirato di tutto e sono scappato. Nessuno di noi riuscì a cantare. Successe il finimondo. Una serata da dire “non si riparte più”».
L’amico Lucio Dalla, con il quale nel 1988 venne in tour al Teatro Greco di Siracusa, resta nel cuore di Morandi e non mancherà un suo ricordo nei concerti siciliani. «Non posso non ricordarlo. Sicuramente ci sarà un momento dedicato a lui, con alcune sue canzoni (Futura, Piazza Grande e Vita, ndr). Ho un repertorio molto ampio e scegliere i brani da portare in scaletta non è stato semplice, ma alla fine penso soprattutto a quello che il pubblico ama ascoltare e alle canzoni che hanno accompagnato il loro percorso insieme al mio. So che i fan aspettano sempre brani come La Fisarmonica, In ginocchio da te, Apri tutte le porte e Fatti mandare dalla mamma, così cercherò di regalare loro un concerto che possa emozionare e coinvolgere tutti. Mi piace pensare che, durante le due ore di show, le persone possano vivere un momento sereno dimenticando, per un attimo, problemi quotidiani».
- Lucio Dalla l’ha conosciuto in Sicilia?
«Era il 1963 e ci trovavamo al Teatro Antico di Taormina. C’era questo ragazzo con il barbone che suonava il clarinetto nei Flippers. Parliamo e scopro che è tifoso del Bologna, come me. Diventiamo amici, giriamo l’Italia per vedere le partite. Quella sera c’erano Paul Anka e Neil Sedaka. Mi tremavano le gambe dall’emozione».

- Qual è il segreto di un rapporto così lungo e speciale con il suo pubblico?
«Credo che il segreto sia la sincerità. In tutti questi anni ho sempre cercato di essere me stesso, portando sul palco le mie canzoni e le mie emozioni senza costruire qualcosa di diverso da quello che sono. Il pubblico ha vissuto tanti momenti della mia carriera insieme a me (belli e meno fortunati) e penso che questo legame si sia creato proprio grazie a questo rapporto diretto e autentico. Dopo tanti anni, è bello vedere che ci sono persone che continuano a venire ai miei concerti e nuove generazioni che scoprono la mia musica».
- Come è cambiata l’Italia in questi sessant’anni?
«Negli anni Sessanta stava esplodendo il boom. Si sorrideva di più, c’erano speranza, ingenuità, voglia di costruire. C’era più voglia di stare in strada, nelle piazze. Oggi ci sono cinismo, disperazione, avvertiamo la paura del presente prima ancora che del futuro, viviamo rinchiusi nei nostri appartamenti, davanti al computer o al telefonino. Si è perso l’entusiasmo, la voglia di fare, ci sono meno speranze, c’è apatia, c’è malinconia. Certo ci sono anche le grandi crisi che ci attanagliano e che noi sembriamo non voler ancora affrontare con il giusto piglio».

