– Dopo tante importanti collaborazioni, il bassista catanese si presenta nell’inedita veste di solista venerdì 19 dicembre al Centro Zō di Catania con il suo album d’esordio “Precondition”
– «Sono io davanti al mio contrabbasso, io davanti al mio basso elettrico: ho cercato di entrare il più possibile dentro di me per poter dare vita a qualcosa che in realtà neanche io conoscevo»
– Brani in cui s’intrecciano jazz e classica si alternano a momenti concettuali, intitolati “Reset”, in cui si mescolano rock, noise, avanguardia. Omaggi a Mingus, Bill Evans e Jaco Pastorius
C’è uno strumento, anzi due, che nella storia della musica hanno sempre abitato una zona misteriosa, quasi sotterranea. Il basso elettrico e il contrabbasso non amano gli applausi facili: preferiscono il retrobottega della scena, la penombra in cui si costruisce l’architettura invisibile del suono. Eppure, senza di loro, tutto crollerebbe. Sono la forza di gravità della musica. Sono il respiro profondo che tiene insieme le emozioni e le fa pulsare.
Il contrabbasso è una creatura ancestrale. Se lo guardate bene, sembra più un vecchio albero che uno strumento: massiccio, ampio, segnato da vene lignee che raccontano storie di boschi lontani. È lo strumento più fisico che ci sia: non si suona, si abita. È la colonna portante dell’orchestra, il passo solenne del jazz, il motore nascosto del rock primordiale. Quando un contrabbassista pizzica una corda, è come se il tempo stesso facesse un piccolo cenno d’assenso, e decidesse finalmente di partire.
Il basso elettrico, arrivato più tardi, ha portato una rivoluzione. Non ha mai avuto la presunzione della chitarra, né la teatralità della batteria. È entrato in scena con la naturalezza di chi non vuole rubare lo sguardo, ma finisce per conquistare l’orecchio. È lo strumento che in una band dice la verità: ti dice se il pezzo regge, se la pulsazione è sincera, se la canzone respira. Senza, tutto diventa improvvisamente più leggero, e non in senso buono: manca il terreno sotto i piedi. Dal funk di James Jamerson al rock di John Paul Jones, fino alla ricerca liquida di Jaco Pastorius, il basso ha tracciato una mappa sentimentale della musica moderna. Le sue quattro corde — a volte cinque, sei, nell’ansia di abbracciare più mondo possibile — sono diventate un ponte tra ritmo e armonia, quel luogo magico dove le canzoni trovano il loro vero baricentro.
Il bello del basso, di entrambi i bassi, è proprio questo: la loro potenza è discreta. Non seducono, sostengono. Non gridano, rassicurano. Sono strumenti che impongono uno stile di vita: devi amare l’ombra, devi avere la pazienza di chi costruisce fondamenta che nessuno vedrà, ma che tengono in piedi l’intero edificio sonoro.
Il basso è lo strumento che parla al corpo prima ancora che all’intelletto. Si sente nello stomaco, nelle ossa, nelle radici. E in un’epoca che corre verso l’alto, verso il più forte, il basso ci ricorda una piccola verità: che la musica — come la vita — ha bisogno di profondità.
È quello che sottolinea Vincenzo Virgillito nel suo album di debutto da solista, intitolato Precondition. Catanese, con una formazione classica e un’innata inclinazione per il jazz, è conosciuto per le sue collaborazioni nel pop con Mario Venuti e nel rock con gli Uzeda, dei quali da quest’anno è diventato un elemento fisso. Un talento potentissimo, una di quelle presenze che non dominano la scena in prima fila, ma che la sostengono con profondità, gusto e intelligenza.

Virgillito non è un bassista monolitico: suona contrabbasso ma anche basso elettrico e fretless, e la sua versatilità lo porta a navigare tra mondi musicali distanti ma intrecciabili. Come accade in Precondition, dove l’artista etneo è l’unico protagonista e il suo strumento, nelle diverse forme, è sovrano. In lui, il basso non è solo strumento ritmico o di accompagnamento: è un mezzo di espressione, un narratore silenzioso, un tessitore di mondi. Con il suo arco di corde – elettriche o acustiche –costruisce ponti tra culture, tra storie, tra stili. Ci sono musicisti che cercano l’altezza. Altri che cercano la velocità. Virgillito, invece, cerca la profondità. È un pensatore delle frequenze basse.
«È un aspetto importante: la profondità del suono, l’emozione, il soffermarsi nel momento in cui c’è da soffermarsi, e scappare quando è il caso di scappare», commenta. «Tra le cose belle che mi sono sentito dire è che il mio lavoro è unico, “out of the box”, fuori da ogni schema. È un complimento lusinghiero perché in questo momento dove c’è una commistione e una proposta di musica sempre a più larga scala — e questo è un periodo in cui il crossover è diventato importante — riuscire a essere riconosciuti per qualcosa di unico è secondo me un gran gol. Non mi sono messo come tanti musicisti eccelsi a cercare la melodia o la frase veloce, ho cercato di entrare il più possibile dentro di me per poter dare vita a qualcosa che in realtà neanche io conoscevo».
Precondition ha avuto una lunga gestazione. L’idea di un album solista, dopo tante collaborazioni, balenò nel 2016, quando il musicista siciliano si era trasferito a Londra, e attraversava un momento di solitudine. «L’album nacque anche come una forma di fuga da una lunga produzione pop. Volevo andare in tutt’altra direzione», ricorda. «Quando ho pensato di fare un disco solista, mi sono posto davanti a diverse scelte: a livello di sound, di musicisti da coinvolgere, se un trio o un quartetto. A un certo momento, trovandomi in un momento in cui ero praticamente solo in Inghilterra, ho pensato che forse era il caso di esprimere questa fase e di fare qualcosa da solo. Perché avrebbe rispecchiato la realtà nella quale mi trovavo e, quindi, tutte le mie energie compositive, di scrittura, sono state focalizzate su un sound solistico in tutti i sensi. Sono entrato in studio nel maggio del 2017. Il disco è uscito quest’anno, dopo un po’ di tira e molla, di esitazione, lo faccio o non lo faccio, dopo aver bussato invano a diverse etichette. Alla fine, l’ho pubblicato anche da solo. E i riscontri sono stati molto lusinghieri anche all’estero».
- Perché il titolo “Precondition”?
«È la chiave del lavoro che è venuto fuori. A priori mi sono posto un obiettivo con determinati mezzi e strumenti. Io sono un uomo con due braccia, due gambe e una testa, posso suonare uno strumento alla volta e utilizzo questo strumento, una pedaliera analogica e un ampli valvolare e nient’altro. Io davanti al mio contrabbasso, io davanti al mio basso. Questa è una precondition».
- Nel disco si alternano brani suonati al contrabbasso ad altri, soprattutto quelli con il titolo “Reset”, al basso elettrico.
«Inizialmente, quando pensai di fare un album da solo, volevo realizzarlo come contrabbassista. Quindi, ho cominciato a scrivere il primo pezzo, quello che apre l’album, Through Windows, dopodiché ho voluto fare un omaggio a Charlie Mingus e ho rivisto Goodbye Pork Pie Hat, poi era mio desiderio da tempo di ricordare Bill Evans, suonando un po’ secondo il suo mood. Infatti, il titolo della traccia è Danny Boy (Remembering Bill Evans), che è una song che fa parte di un album del 1959, un brano meraviglioso che ascoltavo sempre. La suono ricordando un po’ lui, come recita il titolo. A un certo momento mi sono detto: “Ma, aspetta un attimo, io in realtà non sono soltanto un contrabbassista, sono un bassista che suona basso elettrico con le dita, con il plettro, basso fretless e ho suonato anche tanti generi: ho studiato classica, ho suonato jazz, suono nel rock e nel pop, ho fatto etnica, world music, contaminazioni”. Per cui mi sono aperto a tutte una serie di possibilità stilistiche e sonore. Ho scritto altri pezzi per basso elettrico e ho dato largo spazio all’uso di suoni strettamente analogici, senza usare loop station, sequenzer, o qualsiasi tipo di macchina. Mi metto io davanti al mio strumento con il mio limite per fare quel che posso da umano limitato quali siamo tutti noi».
- Hai una preferenza fra contrabbasso e basso elettrico?
«Preferenze no, perché sono due cose diverse, entrambe belle. Sarebbe come chiedermi se avessi preferenze fra un figlio e un altro. Suonare il contrabbasso mi porta a vivere il momento in un certo modo, il basso elettrico mi dà la possibilità di dare vita a un altro modo di essere e suonare anche in un modo un po’ “schizzato”, con improvvisazioni come nel caso del concetto “Reset”: mi porta a tirare fuori un altro aspetto di me. Così come nei generi, non mi sento di essere un jazzista o un rockettaro. No, mi piace tutto e mi trovo bene in tutto quello che faccio».

- Nelle tracce che hanno nel titolo “Reset” ci sono noise, rock, avanguardia, negli altri jazz e classica. Quanto c’è d’improvvisazione?
«Sono entrato in studio con brani ben definiti e altri che si poggiavano su semplici appunti. D’improvvisazione non dico tanto, ma c’è una buona parte, perché quello è il concetto della mentalità jazzistica e della musica d’avanguardia. Ho realizzato le tracce di “Reset” senza aver ben chiaro quello che poteva succedere, nello sviluppo prendevano forma. C’è una buona parte d’improvvisazione anche nei brani per contrabbasso dove jazz e classica s’intersecano».
- C’è un approccio concettuale?
«Di fatto è un concept album. Sta proprio in queste due anime che s’intrecciano in questo viaggio: una rappresenta la memoria, la crescita, gli studi, il mio sogno di poter vivere di musica; l’altra il momento da carpire attraverso quel suono, quell’improvvisazione. Sono due anime che coesistono».
- Ci sono gli omaggi a due grandi bassisti: Charles Mingus e Jaco Pastorius.
«Tutti i brani sono miei, a parte la rivisitazione di Goodbye Pork Pie Hat di Mingus, mentre Danny Boy è una canzone della tradizione irlandese che fu registrata nell’album Empathy da Bill Evans e che lui suona in modo magistrale al piano, mentre io la eseguo al basso. Un brano che in età di formazione ascoltavo tre/quattro volte al giorno, così tanto mi piaceva. E poi Word Drops (Jaco’s Midnight) è un omaggio a Jaco Pastorius, perché nel 1987 quando venne a Catania, io fui il primo a entrare in teatro e mi piazzai sotto il palco. Vidi tutto il concerto poggiato sul palco, poi alla fine lo conobbi e, per cinque minuti, abbiamo avuto uno scambio di battute: è stato un incontro magico per me. Non ho avuto mai una icona ma lui è lui. Jaco’s Midnight, la mezzanotte di Jaco, un po’ in tutti i sensi, per la tragica fine che ha fatto e un po’ quel momento con lui che è avvenuto intorno alla mezzanotte. Jaco ha influenzato una intera generazione di bassisti, io ho cercato di sentirne l’essenza, non di emularlo come fanno molti».

- C’è in qualche brano di “Precondition” ancora un’anima mediterranea o sei diventato un “an englishman in Catania”?
«Ormai da cinque anni faccio il pendolare fra Londra e Catania, ma qui trascorro la maggior parte del tempo anche per gli impegni lavorativi. A Catania ho composte Words Drops, il brano dedicato a Jaco Pastorius e anche Segment, che nel finale richiama sonorità mediterranee».
- “Reset” significa “azzeramento”, tornare al momento iniziale e ripartire.
«Esattamente. L’anima del “Reset” è proprio questa: per ripartire a volte bisogna cancellare, mandare qualcosa in corto circuito per potere ricominciare. Infatti, il primo pezzo della serie è proprio Reset, un noise, fuori dal tempo, mentre l’ultima traccia, quella che chiude l’album, s’intitola …And Then Stop And Go (… e adesso fermati e vai). Come dire: e adesso dopo tutto quello che è successo, adesso ti fermi e riparti».
E Vincenzo Virgillito ripartirà venerdì 19 dicembre da Zō Centro Culture Contemporanee a Catania con un concerto in solitaria, dove farà ascoltare per intero Precondition. Non è un album fatto per piacere: è fatto per essere ascoltato. Richiede attenzione, richiede calma, richiede uno spazio mentale disponibile. In cambio dà una cosa difficile da trovare nella musica contemporanea: onestà. Non ci sono frasi ridondanti, non c’è retorica, non c’è mai la tentazione di strafare. È un disco che sembra dire: “La musica non è correre. È capire”. Le sue note non puntano verso l’alto, ma verso dentro. È un lavoro raffinato, esplorativo ma mai astratto: è il frutto di un musicista che ha viaggiato molto, ascoltato, metabolizzato, e poi deciso di dire qualcosa con la sua voce, quella del basso, costruendo paesaggi sonori in cui le corde parlano, ma lasciano spazio al silenzio, alla riflessione.
